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Petrolio

Tutti i messaggi di Silent People marcati con il tag Petrolio: cronologia completa, aggiornamenti e thread collegati, dal piu recente al piu vecchio.

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Le Forze Armate yemenite rivendicano due attacchi con droni in Arabia Saudita: il primo contro un obiettivo sensibile all’aeroporto di Najran, il secondo contro un impianto Aramco nella stessa area.

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L'Arabia Saudita accusa le milizie irachene filoiraniane di aver condotto attacchi contro le infrastrutture , mentre Ansar Allah (Yemen) smentisce e rivendica l'attacco, motivandolo con il continuo arrivo di droni sauditi nel proprio territorio.

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ARABIA SAUDITA - ATTACCO YEMENITA CON DRONI E MISSILI ALLA RAFFINERIA DI JIZAN, COLPITO LO STOCCAGGIO. IMPIANTO DA 400.000 BARILI/GIORNO CHE COPRIVA PARTE DEL FABBISOGNO EUROPEO. ATTESA CARENZA CARBURANTE.

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ArticoloJizan, il colpo che tocca l'Europa: la guerra petrolifera cambia gli equilibri del Golfo
Le infrastrutture petrolifere dell'Arabia Saudita hanno subìto colpi durissimi dai bombardamenti yemeniti. L'obiettivo è stata la raffineria di Jizan, sulla costa sud-occidentale del Regno: l'attacco è cominciato sabato mattina, prendendo di mira sei punti distinti, con particolare attenzione alle unità di stoccaggio, in un'azione combinata di droni e missili. Per comprenderne la portata basta un dato: l'impianto raffinava circa 400.000 barili al giorno e copriva una parte del fabbisogno di carburante europeo. Il paragone rende l'ordine di grandezza: la Turchia, come Paese, importa circa 700.000 barili al giorno, e una singola raffineria capace di lavorarne 400.000 aveva quindi un'importanza strategica che va ben oltre i confini sauditi. Le ripercussioni sono immediate e su più piani. Sul carburante, con una carenza di benzina che si profila all'interno della stessa Arabia Saudita, un fatto quasi paradossale per uno dei maggiori produttori mondiali. Sui lavoratori dell'impianto e dell'indotto. E sull'approvvigionamento europeo, che perde di colpo una fonte di raffinato in un momento in cui le rotte del Golfo e del Mar Rosso sono già contese. Il colpo a Jizan dimostra che la guerra petrolifera non riguarda più solo il transito, ma la capacità produttiva: non basta interdire le rotte, si distrugge la raffinazione, e l'effetto si propaga lungo l'intera filiera fino ai consumatori europei. Sul piano politico, l'attacco si inserisce in un avvertimento che l'Iran aveva già rivolto all'Arabia Saudita: non finanziare i mercenari, non inviare intermediari ad accreditarsi come sostenitori della causa palestinese per poi concludere accordi in direzione opposta e rinnegare gli impegni presi. È la contestazione del doppio gioco saudita, e proprio questo doppio gioco alimenta ora lo scetticismo interno al Regno. La domanda che comincia a circolare tra gli stessi ambienti sauditi è tanto semplice quanto dirompente: a cosa servono le basi statunitensi, se non sono in grado di difenderci? Jizan colpita, come prima le installazioni militari e le infrastrutture del Golfo, mostra che l'ombrello protettivo americano non copre più ciò che dovrebbe. E dietro quella domanda se ne affaccia una più radicale, che tocca il cuore del rapporto tra Riad e Washington: sta forse finendo il ricatto che i petrolieri statunitensi hanno esercitato per decenni sul Regno? La guerra petrolifera, colpendo la raffinazione saudita, non degrada soltanto una capacità industriale: incrina il patto di protezione su cui si regge da mezzo secolo l'allineamento saudita agli Stati Uniti.
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USA - LE SCORTE TOTALI DI PETROLIO GREGGIO IN FORTE CALO: SECONDO GLI ANALISTI RESTANO CIRCA 50 GIORNI DI RISERVE COMMERCIALI E STRATEGICHE.

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IRAQ - CHIUSURA TEMPORANEA DEGLI IMPIANTI DI PRODUZIONE PETROLIFERA DI KHURMALA, NORD DEL PAESE.

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I prezzi del petrolio aumentano di oltre il 9%

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Milizie irachene hanno colpito diversi valichi di confine e una piattaforma di trivellazione offshore della Kuwait Oil Company, causando feriti e significativi danni economici.

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Ancora oggi gran parte dei proventi del petrolio iracheno passa attraverso conti negli USA. Molti cittadini lo ignorano, nel silenzio dell'Europa e, secondo i critici, con la complicità di interessi consolidati.

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In Siria iniziano a registrarsi carenze di benzina. Lunghe code ai distributori, soprattutto nelle zone di Aleppo.

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Deroga alle sanzioni contro l'Iran. Il Dip del Tesoro USA ha emesso un'Autorizzazione Generale che consente la produzione, la consegna e la vendita di petrolio greggio, prodotti petrolchimici e derivati di origine iraniana fino al 21 agosto 2026.

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Le autorità qatariote hanno confermato l'esplosione a Ras Laffan, dichiarando che sarebbe stata causata da un incidente tecnico.

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Le riserve petrolifere di emergenza degli Stati Uniti ed Europee si stanno rapidamente esaurendo.

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I lobbisti del petrolio, quelli che per anni hanno venduto petrolio iraniano facendolo passare per iracheno o proveniente da altri Paesi arabi, da oggi non dormono più sonni tranquilli.

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Petroliere cinesi passate dallo stretto di Hormuz GPL "ROYAL H" sanzioni USA "SWIFT FALCON", di proprietà cinese "TREND", registrata negli Emirati (ma non di proprietà degli Emirati) Petroliera "RAISSA", di proprietà cinese

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Arabia Saudita dopo shock Hormuz: Riyadh punta sui porti del Mar Rosso e disciplina fiscale. ~4M barili/giorno via Yanbu. Crescono attriti con Abu Dhabi su Iran, Israele e OPEC.

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Il Giappone riceverà il primo carico di petrolio greggio dall'Azerbaigian dopo la guerra con l'Iran.

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L’Iran ha fermato il transito di una seconda nave cisterna di GNL diretta dal Qatar al Pakistan: l’unità non ha attraversato lo Stretto di Hormuz ed è rientrata.

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L'Azerbaigian inizia a esportare gas naturale in Germania e Austria.

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L’Albania è indicata come punto di transito del petrolio libico verso l’Europa via Italia, da Tobruk, Bengasi e Ras Lanuf, con collegamenti anche alla Turchia e agli Emirati Arabi per il riciclaggio di denaro. La petroliera AVAX.

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La guerra si sposta nel Mar Rosso. E sarà la guerra dei pirati.

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ArticoloL'età del petrolio finisce così come era cominciata
L'annuncio di Abu Dhabi del 28 aprile non è una notizia di mercato, è un atto geopolitico. Dal 1° maggio gli Emirati Arabi Uniti escono ufficialmente dall'OPEC dopo sessant'anni di adesione. La motivazione tecnica quote di produzione troppo basse rispetto alla capacità reale, ambizione di arrivare a cinque milioni di barili al giorno entro il 2027 , copre solo la superficie. Sotto, c'è una rottura strategica: gli Emirati si sganciano dalla disciplina saudita proprio nel momento in cui lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso dalla guerra americano-israeliana contro l'Iran, e proprio mentre il vero punto di compressione del commercio mondiale si sta spostando di mille e duecento miglia più a sud, sul Bab el-Mandeb. Hormuz era il teatro del Novecento del petrolio: una strozzatura tra Stati. Bab el-Mandeb è il teatro del nuovo secolo: una strozzatura tra non-Stati, milizie, fazioni armate, governi a sovranità limitata. Non si combatterà con flotte ufficiali e dichiarazioni di guerra. Si sta già combattendo con droni navali, mine, abbordaggi, sequestri, attacchi a missili contro mercantili. La parola che torna nei rapporti d'intelligence è la più vecchia del mondo: pirateria. Ma non è pirateria. È guerra per procura travestita da pirateria. Guardiamo la mappa di chi sta affittando chi. L'Iran ha gli Houthi. Lo aveva già da anni, ma la dipendenza è ora reciproca: con la flotta iraniana paralizzata e Teheran sotto attacco diretto, gli Houthi diventano il braccio armato che proietta la rappresaglia iraniana sul commercio occidentale. Hanno già minacciato di chiudere il Bab el-Mandeb se i paesi del Golfo entrano formalmente in guerra. Sanno benissimo che basta meno: bastano due cargo affondati al mese per far esplodere assicurazioni, noli, prezzi del greggio. Israele si è preso il Somaliland. Il riconoscimento dello Stato somalilandese ,annunciato il 26 dicembre 2025, dentro la cornice degli Accordi di Abramo allargati ,non è un gesto diplomatico, è la posa di una pietra angolare militare. Berbera diventa la base avanzata israeliana sulla sponda africana del Mar Rosso. Da lì si sorvegliano gli Houthi, si copre il fianco meridionale del corridoio israeliano e si mette un piede a meno di centocinquanta miglia dallo Yemen. La Turchia si è presa la Somalia. Mogadiscio ha firmato con Ankara accordi sull'esplorazione petrolifera offshore e onshore, ha ceduto basi e logistica, e ha trovato in Erdoğan il padrino regionale che né l'Unione Africana né le Nazioni Unite le hanno mai garantito. Il riconoscimento israeliano del Somaliland, per Ankara, è una dichiarazione di guerra. La Turchia risponderà sostenendo Mogadiscio nel reclamare il territorio del Somaliland , esattamente come l'Iran sostiene gli Houthi nel reclamare il controllo dello Yemen intero. Due proxy speculari, due rivendicazioni territoriali strumentali. Gli Stati Uniti tengono la Quinta Flotta in Bahrain, le task force nel Golfo di Aden e i raid mirati. Ma sono un attore di copertura, non più di prima linea: Washington sa che una guerra di terra in Medio Oriente è impagabile. Userà il Pentagono come deterrente e i sauditi come banca. L'Arabia Saudita è la grande perdente silenziosa. Ha perso il controllo dell'OPEC con l'uscita degli Emirati, ha perso la guida del fronte sunnita con la disponibilità qatariota a dialogare con Teheran, e adesso ha alle spalle un Mar Rosso che era da decenni il suo cortile commerciale e che diventa una zona di guerra non dichiarata. Riad ha tre opzioni e nessuna è buona: entrare in guerra, comprare la pace, o subire. Gli Emirati, fuori dall'OPEC, sono finalmente liberi di fare quello che hanno sempre voluto: pompare al massimo, vendere a chiunque, costruire flotte mercantili e basi militari ovunque servano i loro interessi ,dal Corno d'Africa al Sahel, dallo Yemen del Sud agli scali del Mozambico. La cornice dei prossimi diciotto mesi è chiara. Non vedremo carri armati che si scontrano. Vedremo cargo che spariscono dai radar, equipaggi sequestrati, droni navali che colpiscono petroliere, governi locali che cambiano padrone ogni sei mesi. E dietro ogni "pirata" del Mar Rosso ci sarà uno Stato che lo paga, lo arma, lo addestra. Turchia, Israele, Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita, Emirati: nessuno verserà il proprio sangue. Verseranno quello somalo, yemenita, eritreo, sudanese, gibutino. L'età del petrolio finisce così come era cominciata: con qualcuno che taglia gli accordi sul cartello, e qualcun altro che blocca lo stretto.