Il principe che credeva di poter governare il mondo e ora rischia di restare intrappolato nelle sue stesse guerre.
Mohammed bin Salman ha sempre agito come se il mondo girasse attorno a lui. Convinto di poter comprare alleanze, imporre capricci , sembra non aver capito che il terreno sotto i suoi piedi potrebbe iniziare a cedere proprio là dove si sentiva più sicuro: all'interno del suo stesso sistema di potere.
Le voci che circolano non sono necessariamente semplici indiscrezioni. Se esistono contatti, interlocuzioni e manovre dietro le quinte, significa che qualcuno sta già valutando il dopo Bin Salman. E allora la domanda è inevitabile: chi è disposto a rischiare la propria pelle per indiscrezioni ?
A cosa sono serviti i tentativi di negoziare accordi e costruire garanzie per sostenere progetti faraonici? Se la strategia era quella di assicurarsi stabilità e protezione, perché arrivare nuovamente sull'orlo di un'escalation regionale?
La domanda delle domande resta una: "perché rompere la tregua con Ansar Allah in Yemen?"
Quale calcolo strategico avrebbe dovuto giustificare una simile decisione? E chi ha convinto Bin Salman che questa volta sarebbe andata diversamente?
L'Arabia Saudita conosce già questa storia. Doveva essere una guerra lampo, una dimostrazione di forza destinata a piegare rapidamente lo Yemen. Sono passati anni, e quel conflitto si è trasformato in un disastro umanitario, politico e strategico. Bombardamenti, sostegno militare occidentale e superiorità tecnologica non sono bastati a raggiungere gli obiettivi dichiarati.
Dodici anni di guerra e ancora la convinzione di poter risolvere tutto con altri bombardamenti. Questa non è strategia: è il rifiuto di ammettere il fallimento.
E oggi, invece di imparare dagli errori, si rischia di ripeterli su una scala ancora più pericolosa.
LA GUERRA DEGLI STRETTI: IL CONTO ARRIVA PER TUTTI
Ogni nuova escalation mette a rischio infrastrutture strategiche, impianti energetici, aeroporti e rotte commerciali. Se gli attacchi si susseguono e le risposte diventano sistematiche, il problema non riguarda più soltanto i governi coinvolti: riguarda l'intera economia regionale e internazionale.
Le compagnie marittime devono ricalcolare i rischi. Le assicurazioni aumentano i premi quando la minaccia cresce. Gli investitori diventano più prudenti, i mercati reagiscono e le infrastrutture energetiche si trasformano in punti vulnerabili.
È questa la realtà che Bin Salman sembra aver sottovalutato: una guerra non si misura soltanto dal numero di aerei disponibili o dal valore degli armamenti acquistati, ma dalla capacità di sostenere le conseguenze economiche, politiche e strategiche del conflitto.
Puoi acquistare gli armamenti più costosi del mondo, ma non puoi comprare l'invulnerabilità.
E quando la sicurezza delle rotte marittime viene messa in discussione, il prezzo non lo paga soltanto chi combatte. Lo pagano i commerci, le compagnie energetiche, gli assicuratori e gli stessi alleati che fino al giorno prima promettevano sostegno.
TRUMP SALVERÀ BIN SALMAN? E CHI SALVERÀ TRUMP DA SE STESSO?
Ecco il grande errore di Bin Salman: aver costruito una parte essenziale della propria strategia sulla convinzione che Washington sarebbe sempre intervenuta per proteggerlo.
Ma Trump non è una garanzia eterna. È un presidente che ha dimostrato di poter stracciare accordi, cambiare linea e abbandonare equilibri diplomatici quando lo ritiene conveniente. Il ritiro americano dall'accordo sul nucleare iraniano nel 2018 lo dimostra.
Bin Salman dovrebbe chiedersi se gli interessi sauditi coincidano davvero, in ogni momento, con quelli della Casa Bianca.
Perché quando il prezzo politico e militare diventa troppo alto, le alleanze vengono sottoposte a una prova brutale: chi paga il conto e chi cerca una via d'uscita?
Trump salverà Bin Salman oppure finirà per salvare soltanto se stesso?
È questa la domanda che dovrebbe togliere il sonno al principe saudita. Perché affidare il proprio destino alla volontà di un altro leader significa accettare che il proprio futuro possa essere deciso altrove.
LA FRATELLANZA ARABA: UNA FAVOLA POLITICA
Per anni si è parlato di unità araba, solidarietà regionale e interessi comuni. Ma quando arrivano le crisi, emergono le rivalità, le ambizioni personali e i calcoli nazionali.
La cosiddetta fratellanza araba si rivela fragile quando gli interessi divergono. Nessuno Stato rinuncia facilmente alla propria autonomia per diventare uno strumento nelle mani di un altro.
E se Bin Salman ha cercato di utilizzare nuove alleanze per condizionare la Turchia, trascinandola dentro una crisi regionale con il pretesto di difendere gli interessi sauditi, la domanda è semplice: Ankara avrebbe davvero dovuto accettare di entrare in un pantano costruito da altri?
La Turchia ha i propri interessi, le proprie ambizioni e una propria agenda strategica. Non è una pedina da spostare sulla scacchiera di Riad.
E lo stesso vale per tutti gli altri attori regionali. Pensare di poterli manovrare senza conseguenze significa confondere la diplomazia con la subordinazione.
MILIARDI IN ARMAMENTI, MA LA VITTORIA DOV'È?
Per anni sono stati spesi miliardi di dollari in sistemi d'arma presentati come miracolosi, tecnologie all'avanguardia e sofisticate architetture di difesa. Una macchina commerciale che prometteva sicurezza assoluta a chi poteva permettersi di pagare.
Ma la guerra reale non è una brochure pubblicitaria.
Quando aeroporti, impianti energetici e rotte commerciali diventano vulnerabili, le domande sono inevitabili: dove sono i risultati promessi? Quanto valgono davvero quelle tecnologie quando non riescono a eliminare il rischio strategico?
Le relazioni opache con ambienti politici e militari ex direttori d'intelligende, diplomatici, occidentali a libro paga non sono bastate?
Il punto politico resta comunque devastante: Se spendi miliardi per comprare sicurezza e ti ritrovi costretto a fronteggiare una crisi sempre più ampia, qualcuno deve rispondere del fallimento.?
BIN SALMAN, IL TEMPO NON È INFINITO
Oggi il principe saudita potrebbe trovarsi davanti alla conseguenza più pericolosa delle proprie scelte: aver aperto un confronto senza avere la certezza di poterlo controllare.
Le indiscrezioni su malumori interni e contatti riservati non dimostrano, da sole, che sia già stata decisa una sua uscita di scena. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che una guerra prolungata, costosa e destabilizzante non possa produrre conseguenze all'interno delle élite saudite.
Nessun sistema di potere è immune dalle tensioni. E quando una leadership viene percepita come responsabile di rischi crescenti, la fedeltà può trasformarsi in calcolo, il silenzio in dissenso e le alleanze in strumenti per preparare alternative.
La vera domanda non è se Bin Salman abbia ancora il controllo oggi. La domanda è quanto gli costerà mantenerlo domani.
Perché mentre i leader cercano di salvare la propria posizione, i mercati reagiscono, gli avversari continuano a combattere e gli alleati valutano i propri interessi. E nessuno può garantire che tutti continueranno a sostenere il principe fino alla fine.
Bin Salman, hai scommesso sulla forza, hai creduto nelle promesse di Washington. A cosa sono serviti gli intermediari inviati a Teheran?
QUANTO DURA ANCORA BIN SALMAN?