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Red Sea

Every Silent People post about Red Sea: the full timeline, updates and connected threads, newest first.

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TX-3238

ANSAR ALLAH: the Yemeni movement claims to have prevented 48 ships from passing through and has targeted 8 oil tankers during operations against maritime traffic.

TX-3212

A merchant ship flying the Indonesian flag was attacked in the Red Sea, near Bab al-Mandeb, off the coast of Yemen. The episode increases tension in the region.

TX-3184

The Saudi oil tanker was escorted by two Italian frigates, but it was still attacked. At this point, the question arises spontaneously: what was the purpose of the escort, if it failed to prevent the attack?

TX-3155

AN HOUR AFTER THE SAUDI PRESS, WHICH QUOTED AN IRAQI SOURCE ABOUT AN IRANIAN AND YEMENI PLAN AGAINST RIYADH, REUTERS RELAUNCHES: IRAN WANTS TO ATTACK SAUDI ARABIA.

Attached articles

ArticlePERCHÉ DOBBIAMO MORIRE PER GLI STATI UNITI
Trump continua a sostenere il piano della pace attraverso la forza. I paesi del Golfo continuano a dire che vogliono trattare con l'Iran, e a ogni passaggio arrivano modifiche dell'ultimo minuto. Le due posizioni non convergono, e la distanza si allarga. I due blocchi, Hormuz e Bab el-Mandeb, stanno strangolando l'Arabia Saudita e insieme i rifornimenti americani. Da quarantacinque anni non accadeva nulla di simile. Washington sta correndo ai ripari sostenendo che Iran, Iraq e Yemen intendono attaccare Riad, ma l'argomento serve a coprire un problema logistico, non a descriverlo. Trump e il Dipartimento di Stato stanno provando ogni strada per trascinare l'Europa nel conflitto, e soprattutto la NATO, procedendo per provocazioni. L'elenco è lungo e nessuno lo nasconde: qualsiasi commissione d'inchiesta non farebbe fatica, è tutto materiale pubblico. Sabato notte Trump ha fermato un attacco già in corso. Teheran aveva minacciato in modo esplicito di colpire tutte le infrastrutture critiche della regione, e la pressione dei paesi del Golfo su Washington è stata fortissima. Ma ha pesato anche altro: una parte dell'esercito americano ha il morale a terra, e i feriti e i morti non corrispondono affatto alle cifre dichiarate. Nei paesi del Golfo, colpiti di continuo, le intelligence nazionali segnalano una domanda che cresce tra le popolazioni: se tutto questo abbia un senso, e perché continuare a ospitare basi americane. Le case reali resistono per una ragione precisa: hanno i soldi negli Stati Uniti e non vogliono fare la fine di Assad o di Janukovyč. Il caso del Bahrein è istruttivo. I reali hanno chiesto all'Iran, da musulmani, di non attaccare un paese musulmano. Non ha risposto il presidente, non ha risposto un ministro: ha risposto il portavoce del ministero degli Esteri, e la risposta è stata secca. Permettete alle basi americane sul vostro territorio di attaccarci. Far rispondere un portavoce a una richiesta di una casa reale significa negarle il rango di interlocutore. Gli Emirati non si azzardano a muovere un passo falso. Il paese può dividersi in meno di trenta minuti: i rapporti tra le famiglie sono tesi al punto che basta poco perché tutto ceda da sola. Gli imprenditori che vi operano lavorano in uno stato di preoccupazione costante, anche se in superficie tutto appare normale. Il Kuwait è il più colpito, e alla fine il disimpegno americano è arrivato. In pratica hanno smontato i radar più costosi e li hanno trasferiti altrove. Kuwait e Bahrein sono rimasti scoperti. Restano Siria, Iraq e Arabia Saudita. In Siria al-Sharaa è passato da terrorista islamico a Bandito , la sua famiglia è diventata irriconoscibile per accumulo di proprietà, denaro e donne, e nel paese si commettono violenze atroci e crimini sistematici contro le minoranze. L'Europa tace. In Iraq il primo ministro è tanto inutile da giocare a fare Saddam: è già stato avvisato, e non crediamo che arriverà un secondo avviso. Sull'Arabia Saudita gli analisti continuano a non capire. Nessuno ha spiegato perché abbia bombardato gli Houthi. Molti sospettano una pressione di Trump, e qui bisogna andare con le pinze. La strozzatura dei due stretti risponde a un calcolo preciso per riportare l'Europa e tutti gli altri dentro la sfera americana, oppure sono atti estemporanei di follia geopolitica di questa amministrazione? Le due letture portano a scenari opposti e allo stato nessuna delle due può essere esclusa. Una cosa è certa: se Trump tentasse l'azzardo, il Medio Oriente cambierebbe forma. E intanto la Russia ha cominciato a intensificare la pressione per strangolare l'Ucraina, mentre la volatilità dei prezzi in Europa e negli Stati Uniti ha superato la soglia di sostenibilità. Ogni giorno che passa il quadro peggiora. Trump vuole la guerra per ottenere la pace con la forza. E la costruzione è già in corso. Un'ora prima i giornali sauditi attribuivano a una fonte qualificata irachena l'esistenza di un piano iraniano e yemenita per attaccare l'Arabia Saudita. In serata la stessa notizia è uscita su Reuters: l'Iran vuole attaccare l'Arabia Saudita. Un'ora tra la fonte anonima locale e l'agenzia internazionale. La domanda che si fa tutta l'area, dai palazzi alle strade, è una sola: perché dobbiamo morire per gli Stati Uniti.
TX-3120Thread 2

14 founding members of the Multinational Maritime Defense Coalition are Kuwait Bahrain Qatar Pakistan Turkey Egypt Jordan Yemen Bangladesh Nigeria Sudan Djibouti Somalia

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TX-3119Thread 2

Saudi Arabia and 13 other countries have formed a Multinational Maritime Defense Coalition with the stated objective of protecting trade routes and energy corridors in the Red Sea, Bab el-Mandab and the Gulf of Aden.

TX-3110

SAUDI ARABIA ANNOUNCES THE FORMATION OF A MARITIME COALITION TO ENSURE THE SECURITY OF THE BAB EL-MANDEB STRAIT, IN THE RED SEA.

TX-3036

Two ships of the Chinese company COSCO Shipping have obtained authorization to transit the Bab al-Mandab Strait. They are transporting Saudi crude oil and are bound for China.

TX-3010

RED SEA/GULF - THE HOUTHIS HINDER SAUDI SHIPS BOUND FOR YANBU. THE WAR CHANGES DIMENSION: INFRASTRUCTURE, ROUTES, OIL PIPELINES AND RAW MATERIALS. IRAN CHOOSES INDEFINITE RESISTANCE TO RE-ESTABLISH ITS REGIONAL HEGEMONY.

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ArticleLa guerra cambia dimensione: infrastrutture, rotte ed egemonia
L'ingresso in campo degli Houthi, pesantemente armati, aggiunge un fronte decisivo al conflitto. Il proxy iraniano sta ostacolando le navi saudite dirette a Yanbu, il grande terminale petrolifero sul Mar Rosso, saldando così l'interdizione occidentale a quella orientale: dopo Hormuz, anche la via del Mar Rosso è contesa, e l'Arabia Saudita si trova stretta tra due mari entrambi minacciati. È il segno che la guerra sta cambiando intensità ed entrando in una dimensione nuova. Non più solo basi e postazioni militari, ma infrastrutture, rotte marittime, oleodotti, materie prime: tutto ciò che collega il conflitto a un impatto economico diretto e globale. In questo quadro, l'Iran ha scelto la strada della resistenza a oltranza, con l'obiettivo di ristabilire una propria egemonia regionale. A Teheran sono consapevoli che la partita sarà lunga, e che la posta non è la sopravvivenza a un singolo attacco ma il riassetto degli equilibri dell'intera regione. È una scelta strategica, non tattica: si accetta il logoramento perché si punta a ciò che verrà dopo. Su questa linea si collocano anche i messaggi trasmessi nelle interlocuzioni informali degli ultimi giorni. Agli interlocutori che sondavano il terreno per una mediazione, la parte iraniana ha risposto rovesciando la richiesta: prima di chiedere concessioni a Teheran, hanno fatto intendere, sarebbe l'altra parte a dover cambiare il proprio presidente, descritto come un uomo interessato ad appropriarsi di territori e aziende altrui. E su un eventuale gesto di riconciliazione diretta, la posizione riferita è stata netta e minacciosa: «Non troverete nessuno a Teheran disposto a stringergli la mano, e chi lo farà sa che ne pagherà con la vita, e con la propria famiglia». È il segnale che, sul piano interno iraniano, qualunque apertura verso Washington viene trattata come tradimento capitale: una chiusura che restringe drasticamente lo spazio della mediazione qatariota e pakistana, e che dice quanto Teheran consideri la posta in gioco esistenziale.
TX-2809

An oil tanker has been targeted off the coast of Yemen.

TX-2157

Saudi Arabia after Hormuz shock: Riyadh focuses on Red Sea ports and fiscal discipline. ~4M barrels per day via Yanbu. Frictions are growing with Abu Dhabi over Iran, Israel and OPEC.

TX-2042

The French Navy is moving to the Red Sea to prepare for a potential Franco-British operation in the Strait of Hormuz.

TX-1949

Yemen maritime accident 180 km from Mukalla in Yemeni waters. Details not confirmed. Sensitive area for commercial traffic in the Gulf of Aden.

TX-1932

The war moves to the Red Sea. And it will be the pirate war.

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ArticleL'età del petrolio finisce così come era cominciata
L'annuncio di Abu Dhabi del 28 aprile non è una notizia di mercato, è un atto geopolitico. Dal 1° maggio gli Emirati Arabi Uniti escono ufficialmente dall'OPEC dopo sessant'anni di adesione. La motivazione tecnica quote di produzione troppo basse rispetto alla capacità reale, ambizione di arrivare a cinque milioni di barili al giorno entro il 2027 , copre solo la superficie. Sotto, c'è una rottura strategica: gli Emirati si sganciano dalla disciplina saudita proprio nel momento in cui lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso dalla guerra americano-israeliana contro l'Iran, e proprio mentre il vero punto di compressione del commercio mondiale si sta spostando di mille e duecento miglia più a sud, sul Bab el-Mandeb. Hormuz era il teatro del Novecento del petrolio: una strozzatura tra Stati. Bab el-Mandeb è il teatro del nuovo secolo: una strozzatura tra non-Stati, milizie, fazioni armate, governi a sovranità limitata. Non si combatterà con flotte ufficiali e dichiarazioni di guerra. Si sta già combattendo con droni navali, mine, abbordaggi, sequestri, attacchi a missili contro mercantili. La parola che torna nei rapporti d'intelligence è la più vecchia del mondo: pirateria. Ma non è pirateria. È guerra per procura travestita da pirateria. Guardiamo la mappa di chi sta affittando chi. L'Iran ha gli Houthi. Lo aveva già da anni, ma la dipendenza è ora reciproca: con la flotta iraniana paralizzata e Teheran sotto attacco diretto, gli Houthi diventano il braccio armato che proietta la rappresaglia iraniana sul commercio occidentale. Hanno già minacciato di chiudere il Bab el-Mandeb se i paesi del Golfo entrano formalmente in guerra. Sanno benissimo che basta meno: bastano due cargo affondati al mese per far esplodere assicurazioni, noli, prezzi del greggio. Israele si è preso il Somaliland. Il riconoscimento dello Stato somalilandese ,annunciato il 26 dicembre 2025, dentro la cornice degli Accordi di Abramo allargati ,non è un gesto diplomatico, è la posa di una pietra angolare militare. Berbera diventa la base avanzata israeliana sulla sponda africana del Mar Rosso. Da lì si sorvegliano gli Houthi, si copre il fianco meridionale del corridoio israeliano e si mette un piede a meno di centocinquanta miglia dallo Yemen. La Turchia si è presa la Somalia. Mogadiscio ha firmato con Ankara accordi sull'esplorazione petrolifera offshore e onshore, ha ceduto basi e logistica, e ha trovato in Erdoğan il padrino regionale che né l'Unione Africana né le Nazioni Unite le hanno mai garantito. Il riconoscimento israeliano del Somaliland, per Ankara, è una dichiarazione di guerra. La Turchia risponderà sostenendo Mogadiscio nel reclamare il territorio del Somaliland , esattamente come l'Iran sostiene gli Houthi nel reclamare il controllo dello Yemen intero. Due proxy speculari, due rivendicazioni territoriali strumentali. Gli Stati Uniti tengono la Quinta Flotta in Bahrain, le task force nel Golfo di Aden e i raid mirati. Ma sono un attore di copertura, non più di prima linea: Washington sa che una guerra di terra in Medio Oriente è impagabile. Userà il Pentagono come deterrente e i sauditi come banca. L'Arabia Saudita è la grande perdente silenziosa. Ha perso il controllo dell'OPEC con l'uscita degli Emirati, ha perso la guida del fronte sunnita con la disponibilità qatariota a dialogare con Teheran, e adesso ha alle spalle un Mar Rosso che era da decenni il suo cortile commerciale e che diventa una zona di guerra non dichiarata. Riad ha tre opzioni e nessuna è buona: entrare in guerra, comprare la pace, o subire. Gli Emirati, fuori dall'OPEC, sono finalmente liberi di fare quello che hanno sempre voluto: pompare al massimo, vendere a chiunque, costruire flotte mercantili e basi militari ovunque servano i loro interessi ,dal Corno d'Africa al Sahel, dallo Yemen del Sud agli scali del Mozambico. La cornice dei prossimi diciotto mesi è chiara. Non vedremo carri armati che si scontrano. Vedremo cargo che spariscono dai radar, equipaggi sequestrati, droni navali che colpiscono petroliere, governi locali che cambiano padrone ogni sei mesi. E dietro ogni "pirata" del Mar Rosso ci sarà uno Stato che lo paga, lo arma, lo addestra. Turchia, Israele, Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita, Emirati: nessuno verserà il proprio sangue. Verseranno quello somalo, yemenita, eritreo, sudanese, gibutino. L'età del petrolio finisce così come era cominciata: con qualcuno che taglia gli accordi sul cartello, e qualcun altro che blocca lo stretto.
TX-1194Thread 2

Oil shipments from Yanbu, a port on the Saudi Red Sea coast, reached 4.19 million barrels per day. An increase of 185% compared to the approximately 1.47 million barrels per day that passed through February, before the war.

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TX-1192Thread 2

The closure of the Strait of Hormuz accelerates the use of alternative routes such as the oil pipeline to Yanbu. Export continuity is maintained, but structural risks for global energy security emerge.