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Gulf

Every Silent People post about Gulf: the full timeline, updates and connected threads, newest first.

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TX-3368

Vance says that Turkey, Azerbaijan, Qatar, the United Arab Emirates and Saudi Arabia are working with Washington to counter Iranian attacks against merchant ships.

TX-3360

restrictions are in place on the coverage of Iranian attacks in the Gulf and limits on the use of telephones.

TX-3358

All citizens present in the Gulf area are invited to pay the utmost attention and to prepare, as a precautionary measure, an evacuation plan.

TX-3357

TACTICAL MOVEMENTS BE CAREFUL

TX-3334

Exercise caution within the US Armed Forces: the situation is unstable and many generals are beginning to distance themselves.

TX-3324

GULF: critical issues in the management of US personnel. Several soldiers would have left their bases to stay at the hotel. Iran would try to identify its structures.

TX-3284

Intense US air activity in the Persian Gulf

TX-3255

IN THE UNITED STATES, THE COMPARISON BETWEEN THE WAR IN IRAQ AND THE WAR AGAINST IRAN IS NOW COMMON. THE PREVIOUS ONE MENTIONED ARE THE FALSE DOSSIERS ON SADDAM'S ARSENAL.

Attached articles

ArticleNON SIAMO PIÙ GRADITI
NON SIAMO PIÙ GRADITI A leggere i giornali occidentali sembra che possiamo ancora gestire le cose. Omettono un dettaglio: non siamo più graditi. Negli Stati Uniti è ormai sdoganato il paragone tra la guerra in Iraq e quella contro l'Iran, e il paragone regge perché il metodo è identico. Allora furono costruiti dossier falsi per convincere le intelligence occidentali che Saddam Hussein stesse realizzando un ordigno nucleare, e riteniamo che l'origine di quel materiale vada cercata nei servizi israeliani. Il SISMI si adoperò per falsificarli: il nome di chi lo fece lo sanno tutti e non lo scriviamo, per pietà umana, perché non serve ravanare nella miseria. Restano cinquecentomila morti, di cui l'Italia è in parte responsabile, e resta il fatto che nessuno abbia pagato. È da lì che si è alzata l'onda anomala contro la coalizione Epstein. Oggi lo stesso apparato ripete gli stessi gesti, ma con meno credito. Gli Stati Uniti parlano di embargo finanziario all'Iran, e nel momento in cui lo annunciano hanno già perso; organizzano un incontro riservato con al-Sharaa, il terrorista dell'ISIS, e hanno perso di nuovo. La conferma la dà chi dovrebbe reggere l'argomento: il segretario al Tesoro annuncia l'offensiva economica su Teheran, e due mesi fa, in convegno, dichiarava apertamente che all'Iran i soldi erano stati sottratti. Due frasi dello stesso uomo a sessanta giorni di distanza, che si smentiscono a vicenda. Dietro tutto questo c'è una struttura, e Israele ne è la prima vittima. Guerrafondai ricchissimi e violentatori controllano le piattaforme OSINT da cui i servizi di mezzo mondo attingono informazioni, con un meccanismo corruttivo sistemico: gli agenti che dentro le istituzioni avevano deciso di comprare quelle piattaforme oggi sono passati dall'altra parte e le rivendono. È una catena di traffico di influenze così evidente che nessuno vuole vederla, perché tutti ne sono complici. Il quadro economico che la sostiene è altrettanto fragile. Le aziende dell'intelligenza artificiale stanno nascondendo le perdite nei bilanci. I paesi del Golfo sono in caduta libera e comprano armi: è naturale che ci si facciano affari, ma va tenuto conto di due cose. La prima è che l'Iran è diventato un attore decisivo per la sicurezza della regione. La seconda è che quelle monarchie stanno traballando tutte, e chi firma oggi non sa con chi si troverà a trattare domani. A Trump serve un accordo rocambolesco. Gli serve un incidente per giustificare l'uso di un ordigno atomico che nessuno gli ha autorizzato e che neanche la propaganda è riuscita a rendere accettabile. La pericolosità dei prossimi sessanta giorni sta esattamente qui: l'amministrazione americana non crede più al cedimento dell'Iran, i prezzi salgono in tutto il mondo e i governi non riusciranno a tenere le piazze. L'Europa ha venduto i propri figli, condannandoli alla miseria, e si è resa complice di crimini di guerra. L'Iran ha cambiato completamente rotta e colpirà chiunque giochi su due tavoli. Quindi Meloni dei due mondi, quando parli pesa le parole e portati un buon traduttore: perché a dire "mo faccio io" saranno le aziende a essere colpite.
TX-3254

FAMILIES OF AMERICAN SOLDIERS TRANSFERRED FROM BAHRAIN TO THE GULF, MOSTLY IN QATAR, ARE BLOCKED. NO PLAN IN PLACE FOR THEIR RETURN.

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ArticleFAMIGLIE DI MILITARI USA BLOCCATE NEL GOLFO
Molte famiglie di militari statunitensi che si trovavano in Bahrein sono state trasferite in altre aree del Golfo, in prevalenza in Qatar, a causa della situazione di incertezza. Risultano di fatto bloccate. L'esercito statunitense non ha al momento alcun piano per il loro rientro o ricollocamento, e la condizione sta diventando insostenibile. Vi si aggiunge il blocco delle navi americane nello Stretto di Hormuz. Il morale delle forze statunitensi nella regione sta scendendo in modo marcato.
TX-3068

GULF - PAY ATTENTION TO FLIGHT CANCELLATIONS. FOR TRANSPORTS, FOLLOW ONLY THE COMMUNICATIONS OF LOCAL GOVERNMENT AUTHORITIES.

TX-3065

GOLFO/IRAN - NATIONAL NETWORK ACTIVE IN THE GULF, TELEX NETWORK ACTIVE IN IRAN. EXERCISE CAUTION.

TX-3046

GULF - PAY ATTENTION: ACTIVE EVACUATION PLANS. STAY AWAY FROM SENSITIVE FACTORIES AND STRUCTURES. WHO HAS THE CHANCE TO LEAVE THE GULF COUNTRIES.

TX-3045

Missile launch from Iran

TX-3042

IRAN HITS THE MOST SOPHISTICATED WEAPONS AT US BASES TO DELAY THE GROUND ATTACK. THE X-HOUR PREDICTS A DECEPTION ON SEVERAL LINES: BALOCHISTAN, THE AZERBAIJANI SIDE, KURDISTAN AND THE SEA. UNPRECEDENTED POPULAR IRANIAN MOBILIZATION.

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ArticleVerso l'ora X: l'inganno delle direttrici multiple e la mobilitazione iraniana
L'Iran prosegue nel prendere sistematicamente di mira gli armamenti più sofisticati presenti nelle basi statunitensi, con un obiettivo che non è la distruzione generalizzata ma il ritardo: ogni radar, ogni batteria, ogni sistema di comando colpito sposta in avanti la data possibile dell'attacco via terra. È una guerra contro il calendario avversario, e la precisione dei colpi degli ultimi giorni, che hanno raggiunto sistemi radar di altissimo valore, ha messo in allarme le intelligence occidentali: contraddice frontalmente la tesi americana secondo cui Teheran non avrebbe più capacità sufficienti a sostenere una difesa di ampia portata. Sul piano diplomatico, i Paesi del Golfo intendono rivolgersi alle Nazioni Unite per ottenere una legittimazione della propria posizione, invocando il diritto all'autodifesa. È il tentativo di costruire in anticipo una copertura giuridica all'operazione che si prepara, e insieme la misura della loro esposizione: cercano il riconoscimento di una condizione difensiva mentre sul proprio territorio ospitano il dispositivo che ha innescato la rappresaglia. Il disegno dell'operazione terrestre sta assumendo contorni definiti. La forza irregolare presentata come esercito arabo, ma composta da elementi provenienti dalle file dell'ISIS, dovrebbe essere trasportata da assetti eliportati statunitensi e affiancata da operazioni anfibie. L'impianto dell'ora X punta sull'inganno: simulare un'invasione simultanea da più direttrici, dal Balochistan, da parte del versante azero, dal Kurdistan e dal mare, così da costringere le forze iraniane a disperdersi su tutti i fronti anziché concentrarsi sul punto reale dello sforzo. In questa logica va letto il martellamento in corso sulle difese iraniane tra Tabriz e Urmia, dove gli Stati Uniti cercano di aprire un varco, mentre proseguono i bombardamenti su ponti, ponti radio e centrali elettriche per spezzare la continuità logistica e le comunicazioni del Paese. La risposta iraniana segue la stessa logica di precisione. Gli attacchi in Giordania sono diretti contro i radar, le sedi operative della CIA e i centri decisionali, cioè contro il cervello del dispositivo più che contro la sua massa. Sul piano della sicurezza interna nel Golfo, le valutazioni indicano il rischio concreto di una serie di azioni mirate contro personale e figure legate al dispositivo in Kuwait e Bahrein: una fase di guerra coperta che accompagnerebbe quella aperta. Il quadro emiratino è invece dominato dalla confusione. Ad Abu Dhabi e negli altri emirati si registrano contrasti interni crescenti e divisioni sempre più profonde tra le famiglie regnanti, mentre sul tavolo resta l'ipotesi di un'operazione eliportata e anfibia per prendere possesso delle isole contese. È un'idea che si scontra frontalmente con la realtà della reazione iraniana degli ultimi giorni, e che rischia di trascinare gli Emirati in un'azione le cui conseguenze ricadrebbero interamente sul loro territorio. Sul fronte opposto, l'Iran sta preparando la propria popolazione all'attacco via terra e al combattimento, con una mobilitazione operativa e unitaria senza precedenti. È l'elemento che gli analisti occidentali continuano a sottovalutare: si può degradare un apparato militare, non una mobilitazione di massa su territorio proprio. L'ora X, se scatterà, non troverà davanti a sé soltanto un dispositivo militare da penetrare, ma un Paese preparato a contendere ogni chilometro.
TX-3031

MIDDLE EAST - KUWAITI JOURNALISTS CONSTRUCT THE ARAB ARMY NARRATIVE TO JUSTIFY THE GROUND ATTACK ON IRAN. IT'S A STAGING: AN IRREGULAR FORCE OF CRIMINALS RECRUITED FROM MULTIPLE THEATERS, PROMOTED BY TRUMP WITH EUROPEAN COMPLICITY.

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ArticleLa fabbrica del nemico e la messa in scena dell'esercito arabo
Come Silent People aveva già indicato, i Paesi arabi, con il sostegno dell'Occidente, sono impegnati nella preparazione di un attacco via terra contro l'Iran. La conferma è arrivata questa sera dalla stampa del Kuwait, che ha iniziato a costruire la giustificazione dell'operazione secondo uno schema preciso: gli iraniani vorrebbero invadere, dunque occorre difendersi, dunque si crea l'esercito arabo. È una messa in scena. La sequenza narrativa non nasce dagli eventi, li precede e li prepara, esattamente come accade quando si deve rendere accettabile all'opinione pubblica una forza che, nella sostanza, è composta da criminali reclutati da più teatri e addestrati da tempo. Questa forza irregolare è al centro del disegno, e la responsabilità politica della sua attivazione è leggibile: il presidente Trump ne è il principale promotore, e attorno a lui si dispone una rete di complicità europee. Tra queste l'Italia, trascinata nel quadro da una classe dirigente inadeguata al momento, incapace di sottrarre il Paese a un allineamento che non risponde ai suoi interessi. Il silenzio e l'adesione passiva sono la forma che la complicità assume: non serve agire, basta non opporsi. Il ruolo di Israele merita un'analisi a parte, perché la sua funzione è meno militare e più informativa di quanto appaia. Israele si è a lungo accreditato come uno dei grandi servizi di intelligence del mondo, ma quella reputazione va guardata con occhio critico: numerose operazioni attribuite alla sua eccellenza si sono rivelate, a un esame più attento, costruzioni gonfiate o episodi il cui esito reale era assai diverso dal racconto. La voce più consistente del suo sforzo, del resto, non è diretta contro i nemici sul campo, ma è investita nell'influenza: costruire, presso le opinioni pubbliche europea e statunitense, la percezione di un nemico esistenziale che giustifichi mobilitazione, spesa e allineamento. È la fabbrica del nemico, lo strumento che trasforma una scelta politica in una necessità apparente. A questa funzione se ne affianca un'altra, più opaca. Stati Uniti e Regno Unito hanno storicamente utilizzato il territorio e le strutture israeliane per condurre operazioni che nei rispettivi ordinamenti sarebbero illegali o difficilmente autorizzabili: dall'uso di dati alla sperimentazione di tecnologie e armamenti, in un contesto dove il controllo giurisdizionale è debole o assente. È questa la condizione che rende Israele una sorta di punto cieco, un'area in cui la magistratura fatica a esercitare la propria funzione di verifica. In un simile ambiente, la linea tra intelligence e speculazione si assottiglia, e non a caso, tra gli osservatori militari di lungo corso, la valutazione delle informazioni di provenienza israeliana è da tempo improntata a forte scetticismo. La reputazione ha coperto a lungo la sostanza; quando la sostanza viene esaminata, il divario emerge. Su un altro piano, la condotta israeliana è già oggetto di procedimenti davanti alla Corte penale internazionale, dove pesano accuse gravissime relative alle operazioni militari: quale che ne sia l'esito, il fatto stesso che quelle accuse siano al vaglio della giustizia internazionale segna un punto di non ritorno reputazionale. Da tutto questo emerge una necessità che va oltre il conflitto in corso. L'Europa, se vuole uscire dalla condizione di complice inconsapevole o rassegnata, deve affrontare il nodo dei propri apparati di intelligence, che si sono compromessi con il potere politico ed economico fino a perdere la funzione di servizio dell'interesse pubblico. Riformare quel sistema, restituirgli autonomia e trasparenza, è la condizione perché il continente smetta di essere strumento di disegni altrui e torni a leggere la realtà invece di subirne la costruzione.
TX-3019

MIDDLE EAST - AFTER TRUMP'S THREATS TO HIT IRANIAN CRITICAL INFRASTRUCTURE, TEHRAN WARNS THAT IT WILL TARGET BRIDGES AND POWER PLANTS IN THE GULF AND RESERVES THE RIGHT TO HIT ISRAEL.

TX-3007

FRANCE - FLIGHTS TO RIYADH AND DUBAI SUSPENDED, A MEASURE ALSO EXTENDED TO BEIRUT.

TX-3005

GULF - GENERAL ALERT. IRAN IS IN A STATE OF EMERGENCY AND IS PREPARING FOR A LAND CONFLICT. PAY ATTENTION: WHOEVER HAS THE CHANCE TO LEAVE THE GULF COUNTRIES.

TX-2999

MIDDLE EAST - CONTINUOUS ATTACKS IN IRAN, BAHRAIN AND ON HORMUZ. THE HEAD OF IRANIAN DIPLOMACY IS ON HIS WAY TO PAKISTAN. TEHRAN DEALS BUT IS PREPARING FOR CONFLICT. INTERNET BLACKOUT EXPECTED IN IRAN WITHIN 48 HOURS.

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ArticleTra mediazione e conflitto: le 48 ore che precedono il blackout iraniano
Il quadro delle ultime ore resta segnato da attacchi continui in Iran, in Bahrein e lungo lo Stretto di Hormuz, senza soluzione di continuità. In questo contesto si inserisce un movimento diplomatico di rilievo: un aereo che si presume trasporti il ministro degli Esteri iraniano è diretto in Pakistan, segnale che il canale negoziale resta aperto in parallelo alla guerra. Rispetto alla mediazione proposta dal Qatar, la posizione iraniana è duplice e leggibile: ufficialmente Teheran si presta al dialogo, ma nei fatti si prepara al conflitto. È la postura classica di chi tratta da una posizione di forza, tenendo il tavolo aperto senza rinunciare all'iniziativa militare. Un indicatore concreto di questa preparazione è atteso a breve: si ritiene che entro 48 ore l'Iran chiuderà totalmente l'accesso a internet sul proprio territorio. Il blackout delle comunicazioni è una misura tipica della fase che precede operazioni di ampia portata, sia difensive sia offensive: serve a proteggere il comando e controllo, a impedire il tracciamento e a chiudere il Paese agli occhi esterni. La sua imminenza va letta come uno degli orologi della crisi, e come un limite operativo per la stessa rete di informazione, che da quelle aree vedrà interrompersi il flusso. Sul versante arabo, la preoccupazione dei Paesi del Golfo per le proprie infrastrutture è aumentata bruscamente, per una ragione precisa e allarmante: numerosi missili sono riusciti a penetrare in aree senza che le sirene di allarme si attivassero. È il dato tecnicamente più grave delle ultime ore, perché indica che i sistemi di allerta e difesa, oltre a essere logorati, presentano falle di rilevamento: se il missile arriva prima o senza l'allarme, non c'è né intercettazione né tempo per la protezione civile. Si salda con quanto già documentato, dalle autodistruzioni dei Patriot in Bahrein alla dichiarata incapacità delle basi USA di difendere i Paesi ospitanti. Le monarchie del Golfo scoprono così che l'ombrello sotto cui hanno investito la propria sicurezza ha smesso di garantirla, e che il prezzo di ospitare il dispositivo americano lo pagano senza nemmeno il preavviso di una sirena.
TX-2996

GULF - RENEWED THE CALL TO LEAVE THE AREA DUE TO THE INTENSITY OF THE ATTACKS. THE US ACCUMULATES WEAPONS FOR THE GROUND OPERATION, ISRAEL BECOMES A LOGISTIC BACKWATER. DO NOT TRUST THE APPARENT CALM.

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ArticleAppello a chi si trova nel Golfo: lasciare i Paesi finché è possibile
Rinnoviamo l'appello a quanti si trovano nei Paesi del Golfo: cerchino di lasciare l'area, per l'intensità crescente degli attacchi in corso. Non è una precauzione formale. Gli Stati Uniti stanno accumulando quante più armi possibile nelle proprie retrovie, in vista dell'operazione di terra, ed è precisamente questa preparazione che l'Iran cerca di ostacolare colpendo in modo sistematico le infrastrutture di Giordania, Kuwait e Bahrein, i teatri da cui quella preparazione passa. In parallelo, Israele va assumendo sempre più la funzione di Paese di stoccaggio del dispositivo, retrovia logistica in cui si concentrano i materiali per la fase successiva. Su tutto questo, la stampa e le istituzioni europee non riferiscono come le cose stanno realmente. Il racconto ufficiale copre la sostanza degli eventi, e la distanza tra ciò che accade sul terreno e ciò che viene comunicato è essa stessa parte dell'operazione. Da qui un avvertimento necessario a chi legge: anche di fronte a una calma apparente, non ci si fidi. Quella calma non è la fine della crisi, è l'intervallo tra due fasi. Gli Stati Uniti non hanno una soluzione. Bombardano ponti, porti e tunnel iraniani nel tentativo di smembrare il Paese, di spezzarne la continuità territoriale e logistica per renderlo frammentabile. Ma è un obiettivo che non è mai riuscito in passato, e nulla nelle condizioni attuali indica che possa riuscire ora: l'Iran ha profondità, coesione e capacità di assorbimento che i teatri già sperimentati, dall'Iraq alla Libia, non offrivano. Resta la contraddizione più rivelatrice della loro condotta: sostengono pubblicamente una narrazione di controllo e di normalità, e nello stesso tempo diramano allerta di sicurezza immediate ai propri cittadini. Le due cose non stanno insieme, e proprio in quella incoerenza si legge la verità che il racconto ufficiale nasconde.

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