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il dossier Hormuz resta il principale punto di pressione. L’aumento dei prezzi energetici potrebbe costringere Washington a rivedere la propria strategia.

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ArticoloFRATTURE NEL GOLFO E DOSSIER HORMUZ
Il rinvio dell’incontro in Oman appare il risultato di forti pressioni diplomatiche, con gli Stati Uniti impegnati a ostacolare il processo negoziale. Riyadh giustifica la propria posizione con gli attacchi subiti dagli oleodotti, mentre gli Emirati continuano a mantenere una linea Usa . Emergono inoltre segnali di crescente divergenza tra Abu Dhabi e Dubai. Il Qatar ha scelto di non schierarsi apertamente, mostrando incertezza sulla propria posizione futura. Parallelamente, iniziano a emergere i primi segnali di possibile cedimento della posizione statunitense, mentre resta da capire quale sarà nei prossimi giorni l'orientamento dei principali Paesi arabi. Giordania e Arabia Saudita attribuiscono all'Iraq una parte degli attacchi regionali, mentre Baghdad mantiene una postura sempre più assertiva. Il nodo strategico resta lo Stretto di Hormuz. La sua riapertura dipende ora in larga misura dalla capacità di Washington di trovare un compromesso con Teheran, mentre l'aumento dei prezzi energetici accresce la pressione sui governi coinvolti. La questione centrale è quanto a lungo gli Stati Uniti siano disposti a sostenere l'attuale situazione prima di modificare la propria strategia.
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