Paese

italia

Tutti i messaggi di Silent People sul paese italia: cronologia completa, aggiornamenti e thread collegati, dal piu recente al piu vecchio.

Torna al feed
TX-3861

Il presidente della Repubblica italiana più scandaloso è Mattarella: due mandati, il silenzio sul genocidio di Gaza, il silenzio e poi ancora il silenzio. Ha firmato di tutto, mantenendo le distanze.

TX-3823

C’è uno scandalo di armi che è esploso in Albania, di cui l’Italia in parte è coinvolta? L’amicizia tra Rama e Meloni che cosa era? Per caso un triangolo del fake? Una commedia italo-albanese.

TX-3799

Un segnale radio non identificato è stato rilevato a Milano alle 19:53 del 5 ottobre. La ripetizione del segnale Morse «5» (•••••), è cessata intorno alle 20:00. Al momento non è stata identificata l’origine del segnale.

TX-3644

Meloni sostiene che la battuta sulla gonna di Tajani le sia uscita male. Ma il drone contro i militari italiani, invece, le è uscito bene?

Articoli collegati

ArticoloPer capire perché Giorgia Meloni non sia andata all’ONU
Dobbiamo risalire a circa una settimana prima, quando Ansar Allah ha inviato un messaggio di minaccia all’Italia, richiamando l’attenzione sulla presenza di aerei da guerra nella regione. Ormai i messaggi si lanciano con i missili, perché nessuno si fida più delle parole. E così Ansar Allah passa ai fatti. Pochi giorni prima, in Italia, le dichiarazioni di Crosetto erano state molto nette: «Noi non aspettiamo nessuno e non aspettiamo i tempi della burocrazia. Andiamo lì e scortiamo le navi italiane: le facciamo passare noi attraverso lo Stretto». La questione nasceva dagli statunitensi: Washington sosteneva di aver raggiunto un accordo segreto con gli Houthi per consentire il passaggio delle navi americane attraverso lo Stretto. Gli italiani, in qualche modo, hanno deciso di portarsi avanti, cercando di aprire la strada anche agli europei. Ma nessuno li ha seguiti. L’iniziativa di Crosetto richiama, per certi aspetti, quanto accaduto sul fronte yemenita, dove l’Arabia Saudita avrebbe dato inizio a una nuova escalation militare bombardando l’aeroporto in Yemen mentre stava atterrando un aereo iraniano messo a disposizione per il funerale di Khamenei. Una decisione che solleva interrogativi sulla rottura della tregua con Ansar Allah. Perché Bin Salman ha deciso di rompere una tregua che, pur tra molte difficoltà, aveva contribuito a contenere il conflitto? E soprattutto: Trump ha chiesto a Bin Salman di rompere la tregua? L’obiettivo era forse quello di coinvolgere la Turchia nel conflitto, facendo leva sugli accordi della Mecca? E Giorgia Meloni si è prestata a questo disegno oppure, nel tentativo di ritagliarsi una vittoria elettorale e geopolitica, ha cercato inutilmente di trascinare in guerra l’intera Europa? Sono interrogativi che meritano risposte, perché le conseguenze di queste iniziative potrebbero andare ben oltre le intenzioni dei loro promotori. Poi arriva la botta. BOOM. Un drone colpisce una base in cui sono presenti aerei italiani. Immediatamente viene diffusa un’agenzia per precisare che non ci sono stati morti. Sono momenti concitati, in cui a Roma cercano di capire che cosa sia successo e perché sia stato lanciato quel drone. A quel punto cominciano a trapelare notizie di contatti con gli Houthi, i quali avrebbero chiarito di non avere nulla contro l’Italia. Dunque, tutto a posto. La faccenda è chiusa. Ma un momento: perché è stato lanciato un drone? Su questo, a quanto pare, non è dato sapere. Il problema è che a Roma sembrano avere difficoltà a leggere e comprendere il contesto. È vero che gli Houthi hanno inviato una lettera nella quale affermano di non essere interessati a una guerra con l’Italia. Ma pongono anche una domanda precisa: «Perché siete lì con gli aerei da guerra e i radar?». Nel contesto yemenita, questa domanda contiene una trappola politica e strategica che Roma finge di non vedere, oppure non comprende. Noi propendiamo per la seconda ipotesi. Il ragionamento degli yemeniti è semplice: se viene lanciato un drone contro una presenza militare italiana, è perché quella presenza viene considerata parte di un dispositivo che fornisce supporto, anche attraverso i radar, all’Arabia Saudita, impegnata nei bombardamenti contro lo Yemen. Non siete certo lì per fare una vacanza. La decisione degli Houthi di non rispondere immediatamente con un’azione militare più decisa contro l’Italia va letta, dunque, anche come una scelta politica. La lettera contiene un messaggio preciso: «Noi non siamo in guerra con l’Italia». Ma questo non significa che Roma possa considerare la questione definitivamente chiusa. Il messaggio contiene anche un avvertimento: se l’Italia dovesse entrare direttamente in guerra contro Ansar Allah, la risposta potrebbe essere militare. In altre parole, gli Houthi stanno comunicando di non voler aprire un conflitto con Roma, ma anche di essere pronti a reagire qualora fosse l’Italia a scegliere la strada dello scontro. Una distinzione che a Roma farebbero bene a comprendere: non essere in guerra oggi non significa essere al riparo da una guerra domani. E l’Italia pensa di poter gestire la vicenda come nel caso Paragon: non rispondere a nessuno, nella speranza che tutto venga dimenticato. Ma questa volta è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano. Durante l’incontro con Tajani, mentre il ministro italiano esponeva le proprie considerazioni, il suo omologo iraniano gli avrebbe ricordato, con un sorriso: Nel vostro Paese ci sono basi statunitensi dalle quali partono mezzi utilizzati per bombardarci. Inoltre, i Paesi europei aiutano gli Stati Uniti fornendo informazioni utili agli attacchi contro l’Iran. Sappi che quelle basi sono considerate obiettivi iraniani. Tajani, messo di fronte alla questione, avrebbe reagito borbottando tra sé e sé, mentre a Roma si decretava il ritorno al nucleare. Dopo tutte queste figuracce, Meloni si ritrova sempre più isolata e, secondo alcune letture dell’ambiente diplomatico, persino oggetto di derisione. Con Trump i rapporti sarebbero ai ferri corti, mentre in Europa faticano a comprenderne le mosse. Per un calcolo politico, Meloni, andando all’ONU, dovrebbe incontrare Netanyahu. E anche questo ha influito: in vista delle elezioni, una foto insieme a lui potrebbe trasformarsi in un disastro politico e avere un costo elettorale molto alto. Nell’ambiente diplomatico circola inoltre l’accusa secondo cui Meloni giochi spesso di sponda e metta ostacoli agli altri. Una reputazione che, secondo questa ricostruzione, avrebbe ormai compromesso la fiducia nei suoi confronti, persino in Libia. Il quadro che emerge è quello di un’Italia che cerca di ritagliarsi uno spazio autonomo sul piano militare e diplomatico, ma che rischia di trovarsi sola proprio nel momento in cui le tensioni regionali aumentano. Ricapitolando: l’Italia sembra non aver compreso che le proprie scelte, considerate irresponsabili dai suoi avversari, possono mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini italiani per interessi particolari. Ci auguriamo che la magistratura faccia chiarezza e accerti eventuali responsabilità dei nostri rappresentanti istituzionali e politici. Perché questo banditismo politico non porterà a nulla di buono.
TX-3640

Un ministro degli Esteri alla deriva e la Giorgia qualunque: questa è l’immagine dell’Italia dei «patrioti», con sempre più padroni.

Un ministro degli Esteri alla deriva e la Giorgia qualunque: questa è l’immagine dell’Italia dei «patrioti», con sempre più padroni.
TX-3608Thread 2

La decisione di alcuni Paesi europei – tra cui l'Italia – di ospitare basi militari statunitensi, così come qualsiasi cooperazione ai preparativi per atti di aggressione contro l'Iran, costituisce complicità nell'aggressione

Apri per vedere l'intero thread collegato.

✦ Leggi tutto il thread →
TX-3607Thread 2

Araghchi avverte l’Italia: ospitare basi USA equivale a complicità nell’aggressione contro l’Iran. Teheran chiede ai Paesi europei di responsabilizzare Washington per le sue minacce.

TX-3596

diversi velivoli militari italiani hanno lasciato la base aerea di Taif, in Arabia Saudita.

TX-3551Thread 4

l’accordo mediato dall’Oman, su richiesta degli Stati Uniti, sia sostanzialmente fallito. Permangono inoltre seri dubbi sulla possibilità che Saudi Aramco possa continuare a garantire regolarmente le forniture di greggio alle raffinerie europee.

Apri per vedere l'intero thread collegato.

✦ Leggi tutto il thread →
TX-3550Thread 4

Il ministro Crosetto farebbe meglio a pesare le parole sul Bab el-Mandeb, perché esse sono importanti. La sua dichiarazione è stata piena di ambiguità e, dato il momento, anche irresponsabile.

TX-3549Thread 4

Arabia Saudita tenta un accordo con gli Houthi. Ormai la tecnica è sempre la stessa: false negoziazioni per cercare di capire la catena di comando.

TX-3548Thread 4

L’ITALIA HA RICEVUTO IL SUO PRIMO AVVERTIMENTO IN ARABIA SAUDITA. NON SA CHE QUEGLI ACCORDI IN OMAN NON VALGONO NULLA?

TX-3546

Più il ministro Tajani parla dei coloni, più aumentano gli attacchi hacker in Italia. Che strane e brutte coincidenze, come nel caso del falso Crosetto, ecc. Il mondo è bello perché è vario, ma la guerra è sempre uguale.

TX-3492

LA VICENDA MANCINI EVIDENZIA GRAVI CRITICITÀ NELLA GESTIONE DELL’APPARATO: L’ESPOSIZIONE PUBBLICA DI UN EX FUNZIONARIO DIS POTREBBE AVER COMPROMESSO FONTI, RAPPORTI E SICUREZZA OPERATIVA.

Articoli collegati

ArticoloLa diatriba Mancini e le guerre interne della ditta
Nel mondo delle cosiddette “spie da scrivania”, dove ci si spaccia per agenti segreti mentre, nella realtà, si è spesso poco più che funzionari impegnati a spostare carte e timbrare documenti in stanze climatizzate, l’idea stessa di servizio segreto sembra essere diventata una caricatura. L’agente segreto vero è un’altra cosa. È l’uomo che, quando tutto crolla, rimane in piedi. È quello che, con i mezzi che ha a disposizione e spesso completamente solo, affronta onde gigantesche e si assume responsabilità reali. Non quello che, comodamente seduto nel proprio ufficio, mette una firma a matita così da poterla cancellare quando le cose vanno male. E poi ci sono quelli che, se una notizia non piace al direttore, si chiudono nella propria stanza e fanno scena muta. Salvo poi tornare a casa e raccontare a tutti di aver “salvato il Paese”. È questa la parte più avvilente: la trasformazione del presunto patriottismo in una commedia di piccolo cabotaggio, fatta di protagonismi, rivalità interne, meschinità burocratiche e fughe dalle responsabilità. La vicenda Mancini, con le sue accuse e le sue guerre intestine, restituisce almeno nella percezione pubblica l’immagine deprimente di un apparato che sembra aver dimenticato il significato della parola servizio. Un sistema nel quale uomini che avrebbero dovuto agire nell’interesse dello Stato finiscono per combattersi tra loro, proteggere posizioni personali e trasformare i propri conflitti in una guerra permanente. Mancini, secondo quanto è stato raccontato, avrebbe persino perseguitato professionalmente alcuni suoi colleghi dopo essere stato,abbandonato e utilizzato come servitore di oscuri interessi geopolitici. “Non farò nemici”, avrebbe detto da Vienna. E viene da chiedersi: che razza di patriottismo è quello di chi pretende di servire lo Stato soltanto finché il sistema lo protegge? Non è accettabile che apparati pagati per tutelare gli interessi nazionali diventino teatro di vendette personali, infantilismi da adulti, guerre di corridoio e regolamenti di conti. Perché il punto è semplice: chi serve lo Stato non serve se stesso, non serve una carriera, non serve una fazione e non serve interessi politici o geopolitici estranei al mandato ricevuto. Serve lo Stato. E quando questo principio viene tradito, non siamo davanti a semplici beghe d’ufficio. Siamo davanti a un fallimento istituzionale. Il resto è soltanto teatro. Un teatro triste, costoso e profondamente indegno di un Paese che pretende ancora di parlare di interesse nazionale e patriottismo. Bisognerebbe ricordare ai direttori e a tutte le gerarchie una verità che evidentemente qualcuno preferisce non vedere: i traditori non stanno necessariamente ai piani bassi. Anzi, più si sale nella catena gerarchica, più grandi diventano le responsabilità e, di conseguenza, più devastanti possono essere i tradimenti. La domanda allora è brutale e inevitabile: noi avremmo mentito all’autorità politica? Noi avremmo disobbedito all’autorità politica? E se fosse davvero così, dov’è il coraggio di assumersene la responsabilità? Forse non c’è neppure più il pensiero autonomo necessario per porsela, questa domanda. La storia di Vladimir Vetrov dovrebbe essere ricordata proprio per questo. L’alto funzionario del KGB divenuto informatore dell’Occidente (NON PAGATO) non rappresenta soltanto la figura di una “spia” che tradisce il proprio apparato. Nella ricostruzione storica della sua vicenda emerge soprattutto la sua convinzione che il sistema sovietico e il KGB stessero contribuendo a distruggere la capacità di ricerca e innovazione della società e che la menzogna fosse diventata parte strutturale del sistema. È questo il punto che dovrebbe terrorizzare ogni apparato di intelligence: non il funzionario che disobbedisce, ma l’apparato che smette di essere capace di distinguere tra verità e menzogna. Perché quando un sistema arriva al punto di mentire alla propria autorità politica, di manipolare le informazioni e di proteggere se stesso invece dello Stato, il problema non è più il singolo funzionario. Il problema è la catena di comando. Le spie di un tempo, almeno nell’immaginario e nei casi più noti, non cercavano necessariamente ricchezza e privilegi. Oggi, invece, sarebbe legittimo domandarsi laddove esistano elementi concreti e verificabili quali interessi personali, patrimoni e rapporti finanziari ruotino attorno a determinati funzionari. Perché chi esercita poteri riservati e opera nell’ombra deve essere sottoposto a uno scrutinio ancora più severo, non a uno più indulgente. E allora basta con la retorica del patriota, dell’uomo dello Stato, dell’eroe invisibile. Un vero servitore dello Stato non ha bisogno di raccontarsi come un eroe. Deve semplicemente rispondere delle proprie azioni. E soprattutto: se davvero qualcuno ha tradito il mandato ricevuto, non bisogna cercare automaticamente il colpevole più in basso. Bisogna avere il coraggio di guardare verso l’alto. Perché il potere più grande comporta la responsabilità più grande. E quando il vertice fallisce, non può sempre essere il subordinato a pagare il conto.La vicenda Mancini, per come è stata gestita e rappresentata, è stata gestita malissimo. E il problema non riguarda soltanto un singolo uomo: riguarda il modo in cui un apparato dello Stato protegge — o non protegge — le proprie strutture, le proprie fonti e le proprie responsabilità. Perché il vero tradimento, quando si parla di apparati dello Stato, non è semplicemente quello di chi disobbedisce o rompe una regola. Il tradimento più grave sarebbe quello di chi utilizza strumenti, informazioni e strutture dello Stato per costruire la propria carriera, il proprio potere o la propria immagine personale. Se una persona che ha lavorato all’interno del DIS, che conosce procedure, contratti, fonti e meccanismi dell’apparato, viene esposta e umiliata pubblicamente, non si mette in difficoltà soltanto quella persona. Si espone e si mette a rischio un intero sistema. Si rendono vulnerabili informazioni, rapporti, metodi di lavoro e, soprattutto, quell'apparato invisibile che dovrebbe rimanere invisibile proprio per poter funzionare. Ed è qui che la domanda diventa inevitabile: questi sarebbero gli agenti segreti? Quelli che dovrebbero proteggere lo Stato finiscono per esporre pubblicamente le proprie guerre interne. Quelli che dovrebbero custodire informazioni sensibili sembrano trasformarle in strumenti di scontro personale. Quelli che dovrebbero muoversi nell'ombra finiscono sotto i riflettori per difendere carriere, reputazioni e posizioni. Se questa è l'intelligence, allora il problema non è soltanto Mancini. Il problema è un sistema che ha dimenticato che il segreto non serve a proteggere chi sta dentro l'apparato: serve a proteggere lo Stato. E quando questa distinzione viene meno, quando l'interesse personale prende il posto dell'interesse nazionale, non siamo più davanti a semplici errori di gestione. Siamo davanti a un fallimento della cultura istituzionale. E questo, per un servizio che pretende di definirsi “segreto”, è forse il fallimento più grave di tutti.
TX-3486

Il governo italiano, insieme alle sue istituzioni, è complice di un crimine di guerra: con il pretesto della sicurezza nazionale, non ha assunto una posizione di dissenso né adottato misure concrete per prendere le distanze da quanto accaduto.

TX-3431

Il governo Meloni dovrà assumersi la responsabilità politica e giudiziaria per aver fornito armi e agibilità politica a soggetti accusati di crimini di guerra.

TX-3252

GLI APPARATI DI SICUREZZA ITALIANI OPERANO SENZA UN REFERENTE POLITICO E NON CONDIVIDONO IL LAVORO

Articoli collegati

ArticoloHANNO RUBATO IL NOME DI MATTEI
Il problema non è il Piano Mattei. È il sistema che dovrebbe attuarlo. Diplomazia, politica e apparati di sicurezza si muovono come corpi separati, impegnati a contendersi spazi, influenza e visibilità invece di perseguire un obiettivo nazionale. E gli apparati di sicurezza non hanno un referente politico. Non condividono il lavoro. Giocano a piazzare le mogli degli amici e i figli. È una droga del potere, e ha logorato il sistema Italia fino a consumarlo. La vicenda dell'ambasciatore italiano in Etiopia è l'ennesimo segnale di questo cortocircuito. Quando gli interlocutori dello Stato non si parlano, le informazioni non circolano e ogni apparato difende il proprio territorio, la politica estera diventa una guerra tra prime donne. Ma non è solo l'Africa, ed è qui che il quadro diventa serio. In Libia abbiamo perso tutto: ci usano per le fotografie mentre i turchi si prendono pian piano le fette di mercato. Sull'Iran abbiamo perso la neutralità, che era il nostro unico capitale. In Albania un fallimento dietro l'altro. In Iraq siamo scappati dopo due missili. Un tempo la nostra neutralità mascherata era l'inizio di una trattativa, il motivo per cui ci cercavano. Oggi non ci cerca più nessuno. L'allineamento del sistema Italia a un clan affaristico come la coalizione Epstein, elevato a politica estera, è il degrado più totale della nostra nazione agli occhi di miliardi di persone. Non di qualche cancelleria: di miliardi di persone. Il conto non lo pagano i protagonisti delle faide. Lo pagano le imprese italiane, lasciate a lavorare in mercati dove la credibilità dello Stato è la condizione d'ingresso, e dove non l'hanno più. E poi c'è il nome. Hanno preso quello di Enrico Mattei e ci hanno appiccicato sopra questa roba. Mattei era un patriota, uno che pagò con la vita il tentativo di sottrarre l'Italia al ricatto delle grandi compagnie, e che trattava da pari con i paesi produttori quando in Occidente nessuno si sognava di farlo. Andare in giro per l'Africa con il suo nome cucito addosso, mentre si chiede il permesso a Washington prima di aprire bocca, significa sporcare la memoria di un uomo che faceva l'esatto contrario. E significa accostare il nome dell'Italia a criminali di guerra, con le mani strette davanti alle telecamere e le fotografie che restano agli atti per sempre. Le opposizioni chiedano conto di questo fallimento. Non del titolo dell'iniziativa, ma di cosa è stato fatto in nome di Mattei, con quali soldi, con quali interlocutori e con quali risultati. Un Paese che vuole competere non può presentarsi con istituzioni che si contendono il comando. Senza una regia unica, informazioni condivise e una strategia nazionale, il Piano Mattei non è un progetto geopolitico: è la vetrina delle debolezze dello Stato italiano. E le conseguenze stanno per arrivare. Questo è solo l'inizio.
TX-3240

AVVISO ROSSO INTERPOL PER NETANYAHU PER L’INTERCETTAZIONE DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA. ALLA LUCE DELLA DETENZIONE DI DUE CITTADINI ITALIANI DA PARTE DI HAFTAR, RESTA DA CHIEDERSI SE L’ITALIA ADOTTEREBBE UNA MISURA ANALOGA NEI SUOI CONFRONTI.

TX-3230

Israele starebbe valutando un modo per allontanare l’ambasciatore italiano da Israele? E, qualora ciò accadesse, come reagirebbe l’Italia?

TX-3184

La petroliera saudita era scortata da due fregate italiane, ma è stata comunque attaccata. A questo punto la domanda sorge spontanea: quale funzione aveva la scorta, se non è riuscita a impedire l'attacco?

Scorri per altri