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Kallas's statements about Russia fuel an increasingly militaristic and contrasting narrative. A Europe founded on peace cannot transform diplomacy into propaganda or sacrifice dialogue and cooperation to the logic of confrontation.
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ArticleL’Europa non può trasformare la diplomazia in una macchina di contrapposizione
Le dichiarazioni di Kaja Kallas sulla Russia non sono semplicemente dure: rappresentano, a nostro avviso, una deriva politica e diplomatica profondamente preoccupante.
Un’Europa nata sulle macerie delle guerre del continente avrebbe dovuto fare della diplomazia, del dialogo e della cooperazione tra i popoli il proprio strumento principale. Invece, sempre più spesso, assistiamo a una narrativa fondata sulla contrapposizione, sulla militarizzazione del linguaggio e sulla costruzione di nuovi nemici.
Quando un esponente di vertice dell’Unione europea utilizza dichiarazioni così pesanti nei confronti di una potenza internazionale, dovrebbe essere consapevole delle conseguenze che possono produrre. La diplomazia non è propaganda e non può trasformarsi in una gara a chi usa le parole più aggressive.
Il problema è ancora più grave perché l’Unione europea vive sulla fiducia: fiducia tra gli Stati membri, fiducia dei cittadini nelle istituzioni e fiducia dei Paesi esterni che vedono nell’Europa un fattore di stabilità. Quando questa fiducia viene progressivamente erosa da dichiarazioni contraddittorie, ambigue o percepite come irresponsabili, il danno non riguarda soltanto Bruxelles: ricade sulle nazioni europee e sulla credibilità internazionale dell’intero continente.
Kallas può esprimere la posizione dell’Unione, ma non può pretendere che la propria impostazione rappresenti automaticamente la voce di tutti gli europei. L’Europa non è una persona, non è un apparato burocratico e non è una singola linea politica: è composta da popoli, Stati e cittadini con sensibilità e interessi diversi.
Ed è proprio qui che occorre essere durissimi: se l’Europa vuole continuare a essere considerata un attore credibile, deve recuperare il senso della responsabilità diplomatica.