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MIDDLE EAST - US OPERATION CANCELED AT THE LAST MINUTE: THE GENERALS OBJECT AFTER THE LOSSES, BEIJING WARNS IN SUPPORT OF IRANIAN SOVEREIGNTY. TRUMP STOPS THE BOMBING. THE NEGOTIATION IS JUST A PAUSE.
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ArticleLe 72 ore della follia: l'operazione annullata e ciò che l'Europa non dice
Le ultime 72 ore sono state di follia pura. L'attivazione dei sistemi di criptazione NATO al livello più elevato, seguita da una richiesta di evacuazione immediata dal Medio Oriente, aveva portato il dispositivo occidentale sulla soglia dell'ora X, per poi far marcia indietro all'ultimo minuto. Il mondo è stato a un passo dalla terza guerra mondiale, e il brusco annullamento ha gettato nel caos interi reparti, catene di comando e l'intera filiera della sicurezza: sono stati momenti drammatici, vissuti mentre gran parte dell'opinione pubblica dormiva ignara.
C'è un dettaglio che qualifica la natura di questi rapporti. Dell'ora X erano stati avvisati soltanto due Paesi europei, e la circostanza impone una domanda: sono questi gli alleati? Mentre le armi venivano trasportate in tutto il Medio Oriente, attraverso basi e infrastrutture di mezzo continente, nessun leader europeo ha avuto la possibilità, o il coraggio, di chiedere che cosa si stesse combinando. Un'alleanza in cui due soli membri sono informati di un'operazione capace di scatenare un conflitto globale, e tutti gli altri restano all'oscuro pur mettendo a disposizione il proprio territorio, non è un'alleanza tra pari: è una gerarchia di subordinazione in cui la maggior parte dei governi europei ha rinunciato perfino al diritto di sapere.
Ciò che ha imposto la marcia indietro non è stato un singolo fattore, ma la presa di coscienza che gli Stati Uniti avevano sottovalutato la complessità del meccanismo che stavano per innescare e la catena di conseguenze che ne sarebbe derivata. Dopo le pesanti perdite, molti generali si sono opposti, valutando che l'operazione sarebbe stata un disastro; a ciò si è aggiunto l'avvertimento del ministro degli Esteri cinese, secondo cui Pechino sostiene la sovranità dell'Iran, un messaggio che spostava la posta oltre il teatro regionale. È qui che emerge la lezione più dura di queste ore: certi ordini, per la complessità dei sistemi che attivano, vanno studiati prima di essere emessi, perché una volta partiti il loro ritiro è quasi impossibile. Proprio per arrestare quella macchina Trump è stato costretto a imporre lo stop immediato ai bombardamenti, ricorrendo anche a ordini esecutivi resi pubblici.
La dinamica militare completa il quadro. L'Iran aveva anticipato le mosse americane sin dai primi momenti: mentre gli Stati Uniti cercavano di circoscrivere il perimetro per un tentativo di operazione terrestre, Teheran ha colto l'occasione per colpire pesantemente i radar iper-tecnologici schierati in Giordania, provocando un numero elevato di morti e feriti tra le basi di Kuwait, Bahrein, Siria e Iraq. Il disastro, inizialmente nascosto, si è rivelato profondo. Il tentativo americano di rispondere ha consumato troppi intercettori e troppi armamenti, mentre il morale delle truppe e degli stessi generali era così basso da produrre casi di ammutinamento. A pesare fu anche l'indicazione della preparazione di operazioni anfibie iraniane. Sul piano internazionale, l'entità dei danni ha visto l'Iran sostenuto dalla Russia, e la vicenda si è intrecciata con un episodio rivelatore: l'attacco missilistico che ha colpito naviglio iraniano uccidendo un marinaio, un'azione riferita a responsabilità ucraine e leggibile come il gesto obbligato di una leadership, quella di Zelensky, sempre più esposta e condizionata dalle inchieste sui fondi scomparsi e dalla totale dipendenza dai finanziamenti occidentali alla guerra.
C'è poi un episodio che nessuno vuole raccontare: la telefonata del ministro degli Esteri iraniano all'Alto rappresentante europeo Kaja Kallas. Il ministro non ha pronunciato parole esplicite, ha parlato il linguaggio della diplomazia, ma il senso sotteso al suo messaggio era preciso e partiva dal principio stesso che l'Occidente ha applicato in queste ore. Il ragionamento con cui la leadership ucraina ha giustificato il proprio attacco al naviglio iraniano è lineare: la Russia aiuta l'Iran, dunque colpisco l'Iran. Ma quel principio, una volta enunciato, vale in ogni direzione, ed è questo che il ministro, senza mai dirlo apertamente, ha lasciato intendere: se è questa la regola che accettate, allora, poiché i comparti della difesa europei aiutano l'Ucraina a lanciare missili contro obiettivi collegati all'Iran, ne consegue che l'Iran avrebbe pari titolo a rispondere contro l'Europa. Sotto la formula diplomatica correva anche il richiamo al fatto che l'Europa non ha mantenuto i patti sul nucleare nonostante le firme apposte, e che i Paesi europei, coinvolti nel finanziamento della guerra contro la Russia, sono già di fatto corresponsabili in via indiretta di quanto sta accadendo.
Il messaggio era cifrato nel linguaggio della diplomazia, ma il suo significato era inequivocabile per chiunque avesse gli strumenti per decifrarlo, e proprio per questo il modo in cui è stato recepito è rivelatore. Non si è trattato di una scelta di far finta di non capire: Kallas, che per formazione ed esperienza non possiede un retroterra militare né strategico, non ha colto ciò che le veniva comunicato sotto traccia. Lo traduciamo noi, perché il senso resti a verbale: alla luce dei fatti noti, e cioè della partecipazione europea alla guerra a fianco degli Stati Uniti e del sostegno militare che alimenta i lanci contro obiettivi iraniani, Teheran ha fatto capire che fino a oggi ha finto di non vedere, ma che da questo momento risponderà, colpendo in via indiretta chi ha fornito i missili, cioè l'azienda e il Paese europeo coinvolti. Era un avvertimento, cifrato ma esplicito nel suo peso, che chi avrebbe dovuto decifrarlo non ha compreso.
Va chiarito, a scanso di equivoci, in che forma questa risposta si manifesterà. L'Iran non ha alcun bisogno di bombardare fisicamente un Paese europeo, e non lo farà: un attacco diretto a un membro della NATO attiverebbe la clausola di difesa collettiva e trasformerebbe una guerra regionale nel conflitto globale che tutti dicono di voler evitare. La guerra iraniana all'Europa sarà invece di natura economica e indiretta: passerà attraverso i proxy, gli attacchi informatici, gli incidenti e i sabotaggi, colpendo infrastrutture, filiere e asset senza mai fornire il pretesto di un'aggressione conclamata. Sarà una pressione diffusa e negabile, calibrata proprio per restare sotto la soglia che farebbe scattare l'articolo 5. Per l'Ucraina, che nella NATO non è, il discorso è diverso: lì la risposta può assumere forme dirette, e il naviglio colpito nel Caspio ne è già un primo segnale.
Da qui in avanti la guerra cambia natura anche nel teatro principale. Sarà una guerra contro le navi e contro obiettivi civili, fatta di sequestri, rapimenti e saccheggi: i barbari in azione. E impone una domanda diretta alle istituzioni: non siete forse voi le responsabili del divario tecnologico accumulato verso la Cina, con servizi di intelligence genuflessi all'autorità politica che hanno tradito la propria funzione e i cittadini che dovevano servire? Nel frattempo, i giornali europei parlano solo di cronaca e di dibattiti privi di informazione: c'è un'opera deliberata, condivisa da tutte le istituzioni, di non toccare certi argomenti. Chi è allineato viene invitato e valorizzato, chi si ribella viene escluso, e società di monitoraggio e di OSINT lavorano proprio a questo. Non si dice che l'Ucraina sta perdendo e che il suo popolo è mandato al macello nel tentativo disperato di provocare una reazione russa, anche a costo di crimini contro obiettivi civili, nel silenzio delle istituzioni occidentali. Non si dice che molti degli attacchi al Kuwait erano false flag, costruiti per accreditare presso i decisori la bontà delle loro stesse valutazioni.
Queste 72 ore hanno mostrato, anche ai generali, che si profila la fine di un'epoca. La sfiducia verso il dollaro è in atto, e i fondi sovrani si preparano a voltare le spalle alla vecchia economia per abbracciare nuove alleanze. Sappiamo che verrà annunciato un altro accordo, ma sappiamo anche che presto altri due Paesi entreranno in guerra, e che l'Europa ha staccato la spina ai diritti e alla democrazia, iniziando a vendere ai propri cittadini un racconto fatto di inganni, con menzogne costanti su giornali, media e report di intelligence.
Da 72 ore tutto è cambiato, o almeno così si vuole far credere. Anche se gli Stati Uniti si sono fermati lasciando intendere che sia in corso una trattativa, gli iraniani sanno che Trump non potrà rispettare gli accordi, e non perché non lo voglia: un accordo vero equivarrebbe alla resa di un intero sistema economico, che non è soltanto quello statunitense. È questa la ragione per cui l'intero Occidente mente. La realtà non è lo Stretto di Hormuz, non è l'energia, non sono le rotte: questi sono i sintomi, non la posta. La posta è l'invincibilità stessa degli Stati Uniti, come apparato militare, come macchina di influenza, come primato tecnologico. Mentre scriviamo queste poche parole parliamo di cifre colossali, ma soprattutto parliamo del futuro dell'intelligenza artificiale e dei data center, il terreno su cui la Cina avanza nascondendosi bene dietro l'Iran. Perché un confronto diretto con Pechino è troppo pericoloso, e così l'arma che l'Occidente sceglie di impugnare sono i mercenari, uomini disposti a tutto per denaro. Ma il costo della vita, e in particolare quello dei beni alimentari, continua a salire, e il gioco è diventato pericolosissimo: perché questi cessate il fuoco non sono la fine, ma la pausa in cui si prepara la ripresa con altri mezzi, mentre la vera guerra, quella per il primato economico e tecnologico del secolo, non si è mai fermata.