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IL SILENZIO DELL'OCCIDENTE E IL PREZZO DELLA GUERRA

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Dall'inizio della guerra in Ucraina, mentre in Europa cresceva una narrazione ostile alla Russia, alcune famiglie residenti in Belgio e Francia decidevano di vendere tutto e trasferirsi in Paraguay. Una scelta impensabile fino a pochi anni prima: abbandonare casa, lavoro e una vita costruita in Europa per ragioni politiche e per la paura di ciò che stava arrivando. In Paraguay venivano acquistati ettari di terra, fino alla creazione di interi villaggi. Le comunità locali accoglievano calorosamente i nuovi arrivati. Nessun clamore mediatico, nessuna domanda. Tutto nel silenzio. Con il susseguirsi degli eventi, si cominciarono a cercare altre strade, altri Paesi, altre possibilità. Intanto, il mondo scivolava lentamente verso una guerra che molti cittadini europei e occidentali ancora oggi sembrano non comprendere. Ma per capire il presente bisogna tornare agli anni Novanta, alla guerra in Jugoslavia e a ciò che accadde nel cuore dell'Europa. Una storia che forse non conosceremo mai completamente. E forse qualcuno preferisce così. Perché certe verità sono scomode e le popolazioni, secondo la logica del potere, non devono sapere tutto. Ci furono uomini che sacrificarono ogni cosa e furono additati come terroristi. Fu anche l'America Latina, dopo decenni di dittature, ad accogliere alcuni di quegli uomini. Una lunga storia che forse verrà raccontata tra cento anni, quando qualche studioso troverà negli archivi tracce di vicende ancora da chiarire. Che fine fecero cento chili d'oro? E venti milioni di dollari in contanti? E le cassaforti svuotate in tutta fretta? Gli oggetti preziosi? I capitali e i conti cifrati in Svizzera? Ma mi fermo qui, per non provocare un infarto a qualcuno che ancora oggi gira il mondo predicando giustizia e democrazia. Torniamo al presente. Come hanno fatto le popolazioni e le istituzioni europee a diventare così indifferenti alla guerra? Abbiamo cresciuto generazioni viziate dal benessere, convinte che la pace fosse garantita per sempre. Generazioni che non conoscono la fame, i bombardamenti, la fuga, la perdita della propria casa. Ma la guerra non è uno spettacolo televisivo. Per decenni, le potenze occidentali hanno partecipato a guerre e interventi militari, mentre gran parte dell'opinione pubblica rimaneva indifferente alle conseguenze. E poi arriva la più grande contraddizione. Prima abbiamo bombardato i loro Paesi, sostenuto guerre e contribuito a distruggere le loro case e il loro futuro. Poi, quando quelle popolazioni sono state costrette a fuggire, sono arrivate in Europa. E oggi sentiamo politici e cittadini dire Riemigrazione come soluzione ... Ma dove dovrebbero tornare? Nelle città distrutte dalle bombe? Nelle terre devastate dalle guerre? Prima contribuiamo a creare i profughi, poi li accusiamo di essere il problema. E tutto questo mentre migliaia di bambini continuano a morire nell'indifferenza di istituzioni che si proclamano custodi della civiltà, della libertà e dei diritti umani. Ma quale civiltà accetta la morte dei bambini e poi si presenta come esempio di superiorità morale? Nel frattempo, in diverse parti del mondo, prendono forma comitati e movimenti del pensiero non allineato. Cresce una nuova idea di protezionismo, non soltanto economico, ma anche politico, culturale e sociale. Voi che avete osservato le guerre degli altri da lontano, che avete accettato il silenzio, che avete creduto che quelle tragedie non vi avrebbero mai riguardato. Solo adesso cominciate a capire che cos'è la guerra? Chi ha vissuto la guerra conosce il valore della pace. Chi l'ha dimenticata rischia di comprenderlo troppo tardi. E coloro che si definiscono servitori dello Stato? Continuano a difendere chi dovrebbe rispondere di gravi crimini. Lo sanno benissimo, ma non hanno il coraggio di opporsi. Tremano di fronte alla paura di perdere i propri privilegi e preferiscono il silenzio alla verità, tradendo il giuramento prestato e il dovere di servire lo Stato e i cittadini, non il potere.
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