Silent People

16.05.2026 16:06Europa/Madrid

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I negoziati di Islamabad naufragano. Nessun accordo tra Iran e USA . Da un lato la parte iraniana non ha mostrato alcuna intenzione di cedere, dall'altro anche Washington ha avanzato richieste ritenute eccessive e poco realistiche.

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Navi che hanno transitato nello Stretto di Hormuz oggi

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I negoziati di Islamabad sono in stallo. La parte iraniana mantiene una posizione ferma e non mostra alcuna fretta di raggiungere un accordo, rendendo la situazione sempre più tesa e incerta per il prosieguo del processo di pace.

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Una delegazione di alto rango delle Guardie della Rivoluzione Islamica IRGC è atterrata pochi istanti fa a Islamabad, intensificando ulteriormente la presenza iraniana al tavolo negoziale.

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Gli Stati Uniti avrebbero avanzato la richiesta di ottenere una quota dei ricavi del pedaggio dello Stretto di Hormuz, aggiungendo una nuova e controversa condizione al già delicato tavolo negoziale di Islamabad.

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Pakistan trattative Iran USA si è aperto uno spiraglio per evitare il fallimento del processo di pace. Grazie al lavoro dei comitati tecnici, le trattative tra le delegazioni hanno trovato un nuovo impulso, lasciando spazio a un cauto ottimismo.

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l'Iran ha negato un servizio fotografico congiunto tra Vance e Qalibaf, diversi media occidentali tra cui l'emittente olandese NOS hanno pubblicato immagini false generate con AI , successivamente riprese anche da testate occidentali.

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Il tentativo USA di riaprire Hormuz è fallito. L'Iran avverte il Pakistan. Il CENTCOM accusato di diffondere fake news

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l tentativo americano di riaprire lo Stretto di Hormuz è fallito. L'Iran ha avvertito il Pakistan: nessuna ulteriore tolleranza

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Un think tank finanziato dall'industria della difesa scrive sul Washington Post come "provare che l'Iran ha torto" se i negoziati falliscono. I negoziatori iraniani sono seduti a Islamabad.

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ArticoloOPINIONE O INCITAMENTO? IL WASHINGTON POST, L'AEI E I NEGOZIATORI DI ISLAMABAD
L'8 aprile 2026, mentre la delegazione iraniana si preparava a partire per Islamabad, il Washington Post pubblicava nella sezione opinioni un articolo intitolato: "Iran thinks it has leverage. Here's how Trump can prove it wrong." L'autore è un analista dell'American Enterprise Institute uno dei think tank più finanziati dall'industria della difesa americana, con legami documentati con Lockheed Martin, Raytheon e donatori del complesso militare-industriale. L'articolo non dice esplicitamente "uccidete i negoziatori iraniani." Non lo dirà mai. Non è questo il meccanismo. Il meccanismo è diverso, e più sofisticato. COME FUNZIONA IL LINGUAGGIO DEL MANDATO L'argomento è costruito così: l'Iran pensa di avere potere contrattuale. Trump deve dimostrare che si sbaglia. Se i negoziati falliscono, l'unica risposta credibile è militare. I negoziatori iraniani a Islamabad Ghalibaf, Araghchi, Ahmadian siedono al tavolo mentre questo testo circola nelle redazioni americane e nei briefing della Casa Bianca. La logica implicita è chiara: se l'Iran non cede, colpire è non solo lecito ma necessario. E colpire, in questo conflitto, ha già significato assassinare Ali Larijani durante i negoziati, eliminare scienziati nucleari iraniani, uccidere 110 bambini a Minab. L'autore non firmerà mai un ordine di attacco. Ma produce la cornice intellettuale dentro cui quell'ordine diventa giustificabile. LA DOPPIA ASIMMETRIA Esistono due asimmetrie che rendono questo sistema strutturalmente ingiusto. La prima è geografica. Se un analista iraniano pubblicasse su un quotidiano di Teheran un articolo intitolato "Come dimostrare a Washington che si sbaglia" con sottotesto militare sarebbe immediatamente classificato come propaganda bellica, probabilmente come incitamento, quasi certamente come giustificazione per nuove sanzioni. La stessa logica, applicata dall'altra parte, ha conseguenze radicalmente diverse. La seconda è finanziaria. L'autore è pagato da un'organizzazione che guadagna indirettamente dall'escalation militare. Il conflitto con l'Iran genera contratti per l'industria della difesa. L'industria della difesa finanzia l'AEI. L'AEI pubblica articoli che raccomandano posizioni dure. Il Washington Post li ospita come "opinioni indipendenti." La catena è chiusa. Il conflitto di interessi è invisibile al lettore. IL CONFINE TRA OPINIONE E MANDATO Non esiste oggi uno strumento giuridico internazionale che definisca e sanzioni la produzione di narrativa finalizzata a creare copertura intellettuale per azioni militari illegali. È un vuoto normativo reale. Ciò che è certo è che il linguaggio conta. Quando un'opinione viene pubblicata su un grande quotidiano, nell'immediato dei negoziati, con il nome di una delegazione straniera nel mirino implicito del ragionamento non è più solo un'opinione. È un segnale. A chi lo deve ricevere, arriva.
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Le navi USA che si dirigevano verso lo Stretto di Hormuz stanno tornando indietro. La reazione iraniana è stata ferma: qualora avessero avanzato, sarebbero state colpite.

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Think tank privati finanziano la produzione di linguaggio politico. I giornalisti lo ripetono. Un paese diventa "regime" senza alcuna base giuridica. È una macchina di diffamazione istituzionalizzata.

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ArticoloLA FABBRICA DEL LINGUAGGIO THINK TANK, FINANZIATORI PRIVATI E DIFFAMAZIONE DI STATO
PREMESSA METODOLOGICA Questo testo adotta un approccio di analisi dell’informazione applicata: non si tratta di teoria del complotto, ma di descrizione documentata di meccanismi verificabili. Le fonti esistono. I flussi di finanziamento sono tracciabili. Il linguaggio prodotto è misurabile. Quello che segue è intelligence applicata alla narrativa. 1. IL MECCANISMO: COME SI PRODUCE UN "REGIME" Il termine "regime" non è una categoria giuridica. Non esiste nel diritto internazionale, non è definito da nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, non compare in nessun trattato multilaterale come classificazione vincolante. È una categoria politica prodotta da centri di elaborazione del pensiero " i think tank " e poi diffusa attraverso i media come se fosse un dato oggettivo. Il ciclo funziona in quattro fasi: Fase 1 Finanziamento. Un’organizzazione privata fondo di investimento, industria della difesa, governo straniero, lobbying group finanzia un think tank. Il finanziamento è spesso parzialmente oscurato attraverso fondazioni intermediarie, donatori anonimi o strutture fiscali non trasparenti. Fase 2 Produzione. Il think tank produce rapporti, analisi, position paper e dichiarazioni pubbliche che utilizzano un linguaggio specifico: "regime" "stato canaglia" "estremismo" "minaccia esistenziale" Questo linguaggio non descrive orienta. Serve a costruire una cornice cognitiva dentro cui il lettore deve muoversi. Fase 3 Amplificazione. I media riprendono il linguaggio del think tank senza verificarne la fonte di finanziamento. Gli analisti del think tank vengono invitati in televisione come "esperti indipendenti" La parola "regime» viene usata cento volte al giorno su cento canali diversi finché smette di sembrare una scelta e comincia a sembrare un fatto. Fase 4 Istituzionalizzazione. Il linguaggio entra nei documenti governativi, nei comunicati diplomatici, nelle audizioni parlamentari. A quel punto è diventato "norma»" e chi lo mette in discussione viene trattato come naif o come complice del nemico. CHI PAGA CHI: IL PROBLEMA DEL CONFLITTO DI INTERESSI Alcuni dei think tank più influenti nella produzione di narrativa sul Medio Oriente ricevono finanziamenti documentati da: Industrie della difesa (Lockheed Martin, Raytheon, Boeing) che hanno interesse diretto nell’escalation militare. Governi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi) che hanno interesse strategico nel delegittimare l’Iran come attore regionale. Lobby filoamericane e filosraeliane che operano legalmente negli USA attraverso strutture come AIPAC e organizzazioni collegate. Fondi privati di investimento con esposizione nel settore energetico, interessati al controllo delle rotte e delle riserve. Nessuno di questi finanziatori viene menzionato quando l’analista appare in televisione a spiegare perché l’Iran è un pericolo per la stabilità globale. IL GIORNALISTA COME TERMINALE INCONSAPEVOLE Il giornalista medio non è necessariamente complice. È spesso un terminale inconsapevole del sistema. Lavora sotto pressione di tempi, deve produrre contenuto rapido, e si affida a fonti che sembrano autorevoli: il think tank ha un sito istituzionale, ha un logo, ha professori con titoli accademici. Il giornalista non ha né il tempo né spesso gli strumenti per verificare chi finanzia quella struttura. Il risultato è che il linguaggio del finanziatore privato arriva al lettore con il timbro del giornalismo indipendente. La catena è invisibile. Il danno è reale. LA DIMENSIONE GIURIDICA: PUÒ UN PAESE ESSERE DIFFAMATO? Sul piano del diritto internazionale, la diffamazione sistematica di uno Stato sovrano attraverso campagne di disinformazione organizzata è un territorio ancora in larga parte privo di strumenti sanzionatori efficaci. Non esiste un tribunale internazionale che giudichi la guerra narrativa. Tuttavia, alcune considerazioni sono rilevanti. La Carta ONU, all’articolo 2, sancisce l’uguaglianza sovrana degli Stati e il principio di non interferenza negli affari interni. Una campagna sistematica finalizzata a delegittimare le istituzioni di un paese sovrano attraverso la produzione artificiale di un’immagine pubblica falsa potrebbe essere argomentata come violazione di questo principio, anche se nessuno Stato lo ha ancora formalmente contestato per via legale in questi termini. Ciò che è certo è che l’assenza di strumenti giuridici non rende il fenomeno meno reale. Lo rende più libero di operare. CONCLUSIONE Chiamare l’Iran "regime" non è un’opinione. È il prodotto finale di una filiera industriale che trasforma il denaro privato in linguaggio pubblico. Riconoscere questa filiera non significa difendere nessun governo. Significa pretendere che le parole abbiano un’origine tracciabile e che chi le usa ne sia responsabile.
TX-1807

Islamabad: mentre si negozia, due navi USA si spostano da Fujairah verso Hormuz. L'Iran avverte: se entrano nel Golfo, verranno prese di mira. Le precondizioni non sono rispettate. Il tavolo è a rischio.

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ArticoloISLAMABAD: PROVOCAZIONI SUL MARE E NEGOZIATORI IMPARI
Durante i colloqui di Islamabad tra la delegazione iraniana e quella americana, due navi da guerra statunitensi si sono spostate dal porto di Fujairah negli Emirati Arabi in direzione dello Stretto di Hormuz. I negoziatori iraniani hanno immediatamente fatto presente che qualora le imbarcazioni avessero continuato la rotta verso il Golfo Persico, la Marina iraniana le avrebbe prese di mira. Le navi, stando a quanto riferito, non avrebbero attraversato lo stretto. Axios sostiene invece che il transito sia avvenuto. La situazione rimane non confermata. Quello che è chiaro è il segnale politico: Washington ha scelto di compiere una mossa militare mentre i suoi rappresentanti erano seduti al tavolo. Una provocazione deliberata, coerente con lo schema di comportamento che Trump ha adottato fin dall'inizio della crisi presentarsi come interlocutore mentre esercita pressione militare parallela. DUE DELEGAZIONI, DUE MONDI Il confronto tra le due delegazioni è asimmetrico e va letto come elemento di analisi. La parte americana si presenta con un profilo politico-militare-immobiliare: uomini di fiducia di Trump, con background nella gestione del potere esecutivo e nell'industria della difesa. Nessuna formazione accademica specifica sul diritto internazionale o sulla negoziazione multilaterale. La delegazione iraniana è composta in larga parte da accademici e tecnici: professori universitari, ricercatori, esperti di diritto internazionale, economisti. Hanno portato al tavolo documentazione e analisi strutturate. Sono abituati a negoziare su base argomentativa, non su base di pressione. Questo dislivello non è irrilevante. Gli iraniani sanno che gli americani non hanno una visione strategica di lungo periodo su questo negoziato. Sanno anche che Trump vuole una vittoria comunicativa rapida, non un accordo solido. È esattamente per questo che non si fidano. LE PRECONDIZIONI: IL VERO BANCO DI PROVA La delegazione iraniana ha fissato due precondizioni senza le quali non intende proseguire i colloqui. Prima: lo sblocco dei fondi congelati, depositati in Qatar. Seconda: il rispetto del cessate il fuoco in Libano. Se queste condizioni non vengono soddisfatte, gli iraniani hanno già comunicato che lasceranno il tavolo. Non è una minaccia tattica. È una linea che deriva direttamente dalla struttura interna, qualsiasi accordo che non includa queste garanzie minime non sarebbe vendibile politicamente in patria. La delegazione non ha margine di manovra su questo punto. LA NUOVA NARRATIVA AMERICANA C'è un elemento che va segnalato come sviluppo recente: l'America sta costruendo una narrativa di distanza dalle azioni israeliane. Il messaggio che emerge da alcuni canali ufficiali e paragovernative americani è: i crimini, le violazioni, le questioni legate alla condotta israeliana non sono affar nostro. Washington cerca di separare la propria immagine da quella di Israele nel contesto dei negoziati, probabilmente per rendere più credibile il proprio ruolo di interlocutore con Teheran. È una mossa comprensibile sul piano tattico.
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Uganda, 100.000 soldati per difendere Israele. Peccato che l'esercito ugandese ne abbia 45.000 in tutto. È propaganda psicologica. E i grandi media l'hanno ripresa come notizia vera.

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ArticoloUGANDA E I 100.000 SOLDATI PER ISRAELE ANATOMIA DI UNA BUFALA UTILE
Il generale Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente ugandese Museveni e capo delle forze armate, ha pubblicato su X una serie di post dichiarando di essere pronto a inviare 100.000 soldati ugandesi in Israele per difendere la Terra Santa contro l'Iran. Il problema è semplice: l'Uganda dispone di circa 45.000 militari attivi e 35.000 di riserva. 100.000 soldati non esistono. Non sulla carta, non sul campo. Non si tratta di un errore. Si tratta di uno strumento. COS'È DAVVERO Muhoozi è un personaggio noto per le uscite clamorose sui social. Non ha rilasciato una dichiarazione ufficiale di governo. Non ha ottenuto alcun mandato parlamentare. Nessuna risposta ufficiale è arrivata da Israele. Il senatore americano Jim Risch ha persino avvertito che le sue parole potrebbero mettere a rischio gli accordi di cooperazione militare USA-Uganda. È propaganda psicologica nel senso più tecnico del termine: un'affermazione impossibile da verificare immediatamente, progettata per creare nell'opinione pubblica la percezione che il fronte pro-Israele sia più ampio, più solido, più africano di quanto non sia. IL RUOLO DEI GRANDI MEDIA Fox News, Jerusalem Post, Breitbart, Algemeiner — tutti hanno ripreso la notizia come se fosse reale. Nessuno ha verificato il numero. Nessuno ha confrontato il dato con le dimensioni reali dell'esercito ugandese. La notizia è diventata virale. Questo è il meccanismo degli idioti utili nell'era dell'informazione: non serve che la notizia sia vera, serve che venga ripresa abbastanza da diventare percezione. Un generale africano che promette 100.000 uomini per Tel Aviv fa titolo. Che quei 100.000 non esistano questo non fa notizia. La guerra in Iran si combatte anche così: con numeri falsi, dichiarazioni impossibili e media che non verificano. L'obiettivo non è la verità. È l'effetto psicologico.
TX-1805

L'Italia è deferita alla Corte Penale Internazionale per il caso Al Mazri. Il Pentagono ha minacciato il Vaticano. Meloni non ha condannato la guerra in Iran. La neutralità italiana è una menzogna politico.

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ArticoloL'ITALIA COMPLICE , LA CPI, IL PENTAGONO E LA FINE DELLA NEUTRALITÀ
Dal caso Al Mazri alla guerra in Iran: l'Italia è sotto processo internazionalmente, il Vaticano viene minacciato dagli Stati Uniti, e l'unica politica rimasta sembra quella delle parole. IL PUNTO DI PARTENZA: UNA GUERRA FUORI DAL DIRITTO Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU e senza prova di un attacco imminente iraniano. Oltre cento esperti di diritto internazionale hanno firmato una lettera aperta definendo l'operazione una violazione esplicita della Carta ONU, potenzialmente configurabile come crimine di guerra. L'ex capo dell'ufficio legale del CENTCOM ha dichiarato pubblicamente che l'attacco "viola il diritto internazionale in numerosi aspetti." A Minab, nella provincia di Hormozgan, una scuola elementare femminile è stata colpita da tre attacchi successivi. Tra 175 e 180 morti, almeno 110 bambini. Amnesty International ha concluso che si trattava di un missile Tomahawk americano. Nessuna funzione militare accertata nell'edificio. In questo contesto, dove si colloca l'Italia? MELONI E LA GUERRA: NÉ CONDANNA NÉ PARTECIPAZIONE Giorgia Meloni ha scelto una formula ambigua: "gli attacchi sono fuori dallo scopo del diritto internazionale"ha detto al Senato, "ma l'Italia non condanna la guerra e non vi parteciperà." Una posizione che suona come un riconoscimento dell'illegalità senza trarne conseguenze. Non è una posizione neutrale. È una posizione di copertura. Nel corso della guerra, l'Italia ha negato l'accesso alla base di Sigonella, in Sicilia, ad alcuni bombardieri americani diretti al Medio Oriente. La motivazione ufficiale è stata procedurale: la richiesta era arrivata mentre gli aerei erano già in volo, senza tempo per chiedere l'approvazione parlamentare prevista dalla legge italiana. Non una scelta politica, dunque, ma un vincolo burocratico. Il Ministero della Difesa ha subito precisato che i rapporti con Washington rimangono solidi. Nello stesso periodo, Meloni ha effettuato una visita d'emergenza nei paesi del Golfo. Il suo rapporto con Trump che aveva fatto di lei la referente europea del MAGA si è trasformato in un peso. Il gradimento degli italiani verso Trump è crollato dal 35% al 19% tra marzo 2025 e marzo 2026. I consensi di Meloni sono scesi dal 45% di novembre al 37,5%. IL CASO AL MAZRI: L'ITALIA DAVANTI ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE Il 26 gennaio 2026 la Camera Preliminare I della Corte Penale Internazionale ha emesso una decisione formale di deferimento dell'Italia all'Assemblea degli Stati Parti del Trattato di Roma per «mancato adempimento degli obblighi di cooperazione». Il caso riguarda Osama Almazri Najim, ex comandante della polizia giudiziaria libica, ricercato dalla CPI per crimini di tortura e omicidio commessi in Libia. L'Italia lo ha arrestato nel gennaio 2025, lo ha tenuto in custodia per circa 48 ore, e poi lo ha rilasciato e rimpatriato in Libia violando in modo esplicito gli obblighi derivanti dall'adesione allo Statuto di Roma. La decisione è stata pubblicata dopo che il governo italiano aveva chiesto un rinvio. La questione sarà discussa alla 26ª sessione dell'Assemblea degli Stati Parti, in calendario dal 7 al 17 dicembre 2026. Human Rights Watch ha definito il comportamento italiano insieme a quello dell'Ungheria sul caso Netanyahu "un campanello d'allarme per l'Unione Europea." L'Italia è quindi sotto processo internazionale per aver protetto un criminale di guerra ricercato dalla CPI. Nel mezzo di una guerra che i suoi alleati hanno condotto in violazione del diritto internazionale. IL PENTAGONO E IL VATICANO: LA MINACCIA A gennaio 2026, Elbridge Colby, sottosegretario alla difesa degli Stati Uniti per la politica, ha convocato il Cardinale Christophe Pierre, allora nunzio apostolico negli USA, in un incontro al Pentagono. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche tra cui quelle di Domani, Globalist e MOW il tono sarebbe stato tutt'altro che diplomatico: al rappresentante della Santa Sede sarebbe stato chiesto di allinearsi alla strategia americana, con un riferimento esplicito alla superiorità militare statunitense e alla storia della "cattività avignonese" del papato medievale. Il Vaticano ha smentito la versione più estrema, definendo l'incontro "normale attività del rappresentante pontificio." Ma Papa Leone XIV ha annullato il previsto viaggio negli Stati Uniti. E il Pentagono ha confermato l'incontro, definendolo "uno scambio di vedute su temi di interesse comune." Il messaggio implicito è stato recepito: nemmeno il Vaticano può permettersi di essere apertamente critico verso Washington senza conseguenze. Questo si svolge a pochi chilometri dall'Italia, paese a maggioranza cattolica, dove il governo parla di "radici cristiane" e rapporti privilegiati con la Santa Sede. L'EUROPA DIVISA: SOLO SANCHEZ HA PARLATO CHIARO Fra tutti i capi di governo dell'Unione Europea, soltanto Pedro Sanchez, premier spagnolo, ha condannato formalmente la violazione del diritto internazionale compiuta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. La Spagna ha anche bloccato i voli militari americani legati alla guerra nel proprio spazio aereo. Gli altri governi europei hanno preferito la formula del «chiediamo moderazione» o della «de-escalation urgente» — senza mai nominare ciò che hanno di fronte: una guerra di aggressione contro uno Stato sovrano, condotta senza mandato internazionale, con crimini documentati contro la popolazione civile. L'Italia si inserisce in questo quadro di silenzio strutturale. Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo ha definito la posizione europea,suicidio strategico per subordinazione a Washington. PROPAGANDA O POLITICA VERA? Esaminando i fatti nella loro sequenza, la risposta è difficile da eludere. L'Italia è deferita alla CPI per aver rilasciato un criminale di guerra ricercato internazionalmente. Meloni non ha condannato una guerra che i suoi stessi alleati giuridici americani definiscono illegale. Ha negato l'uso di Sigonella per motivi burocratici, non politici, e si è affrettata a rassicurare Washington sulla solidità dell'alleanza. Il governo parla di «radici cristiane» mentre il Pentagono minaccia il Vaticano. E l'unico paese europeo ad aver assunto una posizione coerente con il diritto internazionale è la Spagna di Sanchez quella stessa Spagna che Meloni ha attaccato ripetutamente sul piano ideologico. La politica estera di Meloni non è una politica dell'interesse nazionale. È una politica di posizionamento: si dice ciò che serve per non perdere consensi interni, si fa ciò che Washington chiede nella sostanza, e si usa il linguaggio del diritto solo quando non costa nulla. Il prezzo vero lo stanno pagando altri. A Minab. In Libia. E nelle aule della Corte Penale Internazionale.
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Settanta parlamentari USA chiedono il 25° emendamento contro Trump. La guerra all'Iran viola la Carta ONU. Oltre 100 esperti legali: possibili crimini di guerra. Il Congresso ha già votato. Ha perso.

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ArticoloTRUMP E IL 25° EMENDAMENTO QUANDO UNA GUERRA ILLEGALE SCUOTE WASHINGTON
Oltre settanta parlamentari democratici chiedono la rimozione del presidente. Ma il meccanismo costituzionale è nelle mani di chi non vuole usarlo. Nel frattempo, la guerra all'Iran è già sotto processo davanti all'opinione giuridica internazionale. IL 25° EMENDAMENTO: LA RICHIESTA E IL MURO Dopo che Donald Trump ha scritto su Truth Social che "un'intera civiltà morirà stanotte" se l'Iran non cede, più di settanta parlamentari democratici deputati e senatori hanno invocato formalmente il 25° emendamento della Costituzione americana. Tra i nomi più in vista: il senatore Ed Markey del Massachusetts e il deputato Mike Quigley dell'Illinois, che hanno pubblicato dichiarazioni esplicite chiedendo al Gabinetto di agire. Persino alcune voci dalla destra tra cui Anthony Scaramucci, ex funzionario della Casa Bianca sotto Trump, e Marjorie Taylor Greene hanno sollevato la questione, pur per motivazioni diverse. Il problema è strutturale. Il 25° emendamento non può essere attivato dal Congresso. Richiede che il Vicepresidente JD Vance e la maggioranza dei membri del Gabinetto dichiarino formalmente che il presidente è "incapace di esercitare le funzioni e i doveri del suo ufficio". Vance non lo farà. Il Gabinetto nemmeno. E anche se lo facessero, Trump potrebbe contestare la decisione entro quattro giorni a quel punto sarebbero necessari i due terzi di entrambe le Camere per confermare la rimozione. Con il Congresso a maggioranza repubblicana, l'ipotesi è praticamente impossibile. Il 25° emendamento resta, per ora, un segnale politico. Potente, ma senza effetto pratico. IL WAR POWERS RESOLUTION: IL CONGRESSO HA PROVATO E HA PERSO Più concreta almeno in termini procedurali è stata la battaglia sul War Powers Resolution del 1973, la legge che limita il potere del presidente di impiegare le forze armate senza autorizzazione congressuale. Il 28 febbraio 2026, Trump ha ordinato attacchi coordinati USA-Israele contro l'Iran senza alcun voto del Congresso. Nei giorni successivi, i Democratici hanno presentato risoluzioni in entrambe le Camere per fermare le operazioni militari. I risultati: Senato, risoluzione respinta 53 a 47. Camera, risoluzione respinta 219 a 212. I Repubblicani hanno tenuto la linea. E anche qualora le risoluzioni fossero passate, Trump avrebbe posto il veto — e per superarlo servirebbero i due terzi di entrambe le Camere. Il Congresso americano non ha mai, in tutta la sua storia, superato con successo il veto presidenziale su una risoluzione war powers. A inizio aprile, i Democratici hanno tentato un'ulteriore mossa attraverso una sessione pro forma della Camera, cercando di passare la risoluzione per consenso unanime. Anche questo tentativo è fallito. LA GUERRA ALL'IRAN È ILLEGALE? IL DIRITTO INTERNAZIONALE RISPONDE Sul piano del diritto internazionale, la risposta di accademici, esperti e istituzioni multilaterali è sostanzialmente univoca: sì, gli attacchi del 28 febbraio violano la Carta delle Nazioni Unite. La forza armata contro uno Stato sovrano è ammessa solo in due casi: legittima difesa contro un attacco in atto o imminente, oppure autorizzazione esplicita del Consiglio di Sicurezza ONU. Nessuna delle due condizioni era presente. Oltre cento esperti di diritto internazionale con sede negli Stati Uniti hanno firmato una lettera aperta pubblicata su Just Security, condannando gli attacchi come violazione esplicita della Carta ONU e potenzialmente configurabili come crimini di guerra. L'ex capo dell'ufficio legale del CENTCOM Comando Centrale USA ha dichiarato pubblicamente che l'operazione «viola il diritto internazionale in numerosi aspetti» e "la Costituzione americana e il War Powers Resolution." Gli esperti dell'ONU hanno emesso una dichiarazione congiunta condannando l'aggressione all'Iran e al Libano come "flagrante violazione del diritto internazionale." MINAB: LA SCUOLA, I BAMBINI, IL MISSILE TOMAHAWK Il punto più grave e il più documentato riguarda la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell'Iran. Il 28 febbraio, primo giorno della guerra, la scuola è stata colpita da tre attacchi successivi il cosiddetto triple tap. Le indagini di Amnesty International, basate su analisi audiovisive e resti del missile, indicano con alta probabilità che si trattasse di un Tomahawk americano un missile a guida di precisione utilizzato esclusivamente dalle forze USA in questo conflitto. Il bilancio: tra 175 e 180 morti. Di questi, almeno 110 erano bambini 66 maschi e 54 femmine. Più 26 insegnanti e quattro genitori. Le indagini del Guardian e di altre testate internazionali non hanno trovato alcuna evidenza che l'edificio avesse funzione militare al momento dell'attacco. Il sindaco di Minab ha confermato che il complesso militare adiacente era inattivo da circa quindici anni. Amnesty International, Human Rights Watch e l'UNESCO hanno chiesto indagini formali per crimini di guerra. Al Jazeera ha definito il targeting della scuola "probabilmente deliberato." Sono i bambini di Minab. Sono i bambini dagli zaini che Ghalibaf ha portato su un aereo diretto a Islamabad. CONCLUSIONE: UNA GUERRA CHE NESSUNO HA FERMATO Trump ha lanciato una guerra senza autorizzazione congressuale, in violazione del diritto internazionale, colpendo tra gli altri una scuola elementare. Il Congresso ha votato per fermarlo e ha perso. Più di settanta parlamentari chiedono la sua rimozione ma non hanno gli strumenti per ottenerla. La macchina costituzionale americana progettata proprio per frenare l'abuso del potere esecutivo si è inceppata. Non perché non funzioni in teoria, ma perché chi ha il potere di azionarla ha scelto di non farlo. Il 25° emendamento resta lettera morta. La guerra all'Iran continua.
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A Islamabad , la delegazione americana è giunta con 300 accompagnatori, insediandosi nella propria ambasciata.

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La delegazione iraniana a Islamabad conta 70 membri ufficiali e 26 esperti tecnici, per un totale di 96 persone coinvolte nei lavori diplomatici

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La delegazione iraniana incontrerà gli USA solo se le precondizioni saranno accettate. Al momento non vi è alcun segnale che ciò sia avvenuto

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La delegazione iraniana è arrivata a Islamabad. Alloggerà all'ambasciata iraniana e domani incontrerà il PM pakistano

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