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16.05.2026 16:06Europa/Madrid

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Gli iraniani ripongono fiducia in Qalibaf per i negoziati in Pakistan. Nella foto del 1998 in Bosnia: a sinistra il Generale Qasem Soleimani, a destra Mohammad Baqer Qalibaf.

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Ghalibaf ad Islamabad con cinque zaini di bambini uccisi da un raid americano su una scuola.#MINAB168 L'Iran tratta. Ma non cede.

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ArticoloGHALIBAF AD ISLAMABAD: L'IRAN TRATTA MA NON CEDE La delegazione, gli zaini e la partita di Hormuz
L'Iran non ha mandato a Islamabad una delegazione tecnica. Ha mandato un messaggio. La composizione della squadra iraniana il presidente del parlamento, il ministro degli esteri, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale, il governatore della banca centrale, decine di parlamentari, militari, economisti,diplomatici e avvocati ,dice che Teheran considera questi colloqui una questione di Stato. E i cinque zaini che Ghalibaf ha portato sull'aereo appartenuti a bambini uccisi in un raid americano su una scuola dicono che l'Iran non dimentica il prezzo pagato in sangue. I PROTAGONISTI Mohammad Bagher Ghalibaf Presidente del Parlamento. Ex generale dei Pasdaran, tre volte candidato alla presidenza. La sua presenza non è casuale: è il segnale che le forze armate e i Pasdaran monitorano ogni parola dei negoziatori. Non è un diplomatico è un garante. Abbas Araghchi Ministro degli Esteri. Il negoziatore per eccellenza del sistema iraniano, già protagonista del JCPOA del 2015. Sa come far durare un negoziato all'infinito senza romperlo mai. Ali Akbar Ahmadian Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. La mente strategica dietro la politica di sicurezza iraniana. La sua presenza significa che qualsiasi discussione sulle milizie regionali passerà per lui e che l'Iran non intende cedere senza compensazione equivalente. Abdolnasser Hemmati Governatore della Banca Centrale. Conferma diretta che la questione degli asset congelati è al centro dei colloqui. È anche il segnale che l'Iran ha portato persone in grado di firmare accordi finanziari vincolanti se le condizioni fossero giuste. Oltre ai quattro protagonisti: parlamentari delle commissioni difesa ed esteri, generali dei Pasdaran come osservatori, economisti specializzati nel sistema delle sanzioni, e un numeroso team legale di avvocati internazionalisti. La presenza massiccia di legali dice che l'Iran si aspetta che qualsiasi accordo richieda una struttura giuridica resistente a future revisioni unilaterali americane. GLI ZAINI Prima di salire sull'aereo diretto a Islamabad, Ghalibaf ha portato con sé cinque zaini appartenuti a bambini uccisi in un raid aereo americano su una scuola iraniana. Zaini colorati, con i nomi scritti sopra, con i quaderni ancora dentro. Ghalibaf li ha portati sapendo quando e come usarli. È uno strumento diplomatico potentissimo tenuto in riserva: nel momento in cui compariranno davanti alle telecamere, il messaggio sarà impossibile da ignorare. Portarli sull'aereo senza ancora usarli è esso stesso un messaggio: l'Iran sa di avere in mano uno strumento devastante, e ha scelto il momento giusto per impiegarlo. I FONDI: SBLOCCATI MA CONDIZIONATI Gli USA hanno accettato in linea di principio lo sblocco degli asset iraniani come parte dell'accordo-cornice che ha reso possibile i colloqui ma il trasferimento effettivo è condizionato all'avanzamento delle trattative. Non è uno sblocco immediato: è una promessa con clausole sospensive. Per Teheran, già una vittoria parziale. Per Washington, una leva ancora mantenuta. PERCHÉ L'IRAN NON HA FRETTA Lo Stretto di Hormuz è fuori discussione. L'Iran non arretrerà di un millimetro sul controllo dello Stretto è la sua assicurazione sulla vita, la garanzia che nessun accordo possa essere imposto con la forza. Washington lo vuole internazionalizzato; Teheran ha risposto che la questione non è sul tavolo. Il pubblico principale dell'Iran a Islamabad non è Washington è il mondo che osserva: Cina, Russia, BRICS, paesi del Golfo, Africa, Sud-Est asiatico. L'Iran sta costruendo una narrativa precisa: siamo stati bombardati, abbiamo resistito, siamo qui da una posizione di forza. Il messaggio alla Cina è chiaro: siamo aperti al dialogo, ma non ci pieghiamo. Il messaggio ai paesi del Golfo è ancora più sottile: i vostri eserciti, le vostre basi, le vostre alleanze con Washington non vi hanno protetto dalla minaccia iraniana. Il fallimento israeliano contro Hezbollah è l'argomento implicito di ogni sessione. Nonostante mesi di bombardamenti con armamenti americani di ultima generazione, Hezbollah non è stato sconfitto. Non è stato disarmato. È ancora operativo. Se il cosiddetto esercito più potente del Medio Oriente non riesce a fermare Hezbollah cosa dice questo dell'attendibilità della deterrenza militare americana? L'Iran porta questo fallimento al tavolo come prova che la pressione massima ha un limite. Mentre i negoziatori lavorano, Trump twitta il contrario di tutto . Per la delegazione iraniana, ogni contraddizione è una finestra di ambiguità da usare per guadagnare tempo. E il tempo è dalla parte di chi ha già dimostrato di saper resistere. CONCLUSIONI La delegazione iraniana ad Islamabad è autorevole e preparata. Ma non è lì per chiudere. È lì per dimostrare alla Cina, ai BRICS, ai paesi del Golfo che l'Iran tratta da una posizione di forza. Che ha resistito. Che Hezbollah non è stato sconfitto. Che Hormuz è ancora in mano sua. Il negoziato vero richiede condizioni che oggi non esistono: un'America coerente, un Israele fermo in Libano, una fiducia reciproca che decenni di scontro hanno distrutto. Nel frattempo quegli zaini sono ad Islamabad, in attesa. Ghalibaf sa quando tirarli fuori. E quando lo farà, nessuno potrà far finta di non vedere.
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La delegazione iraniana è atterrata in Pakistan. Inizia ufficialmente la fase dei colloqui con gli USA a Islamabad.

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La Mezzaluna Rossa turca invia 48 tonnellate di aiuti umanitari in Iran. Un segnale di solidarietà che rafforza i legami tra Ankara e Teheran in un momento di forte tensione regionale.

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L'Iran accetta un cessate il fuoco di due settimane. Avverte però: senza un accordo soddisfacente per Teheran e l'Asse della Resistenza, gli interessi USA e Israele nella regione saranno nuovamente colpiti.

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Ghalibaf guiderà la delegazione iraniana a Islamabad. I colloqui partiranno solo se gli USA accetteranno le precondizioni poste da Teheran.

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Pian piano le narrative europee sull'Iran stanno cambiando. Un cambio di prospettiva che potrebbe ridisegnare gli equilibri diplomatici nel conflitto in corso.

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Paolo Mieli, giornalista di grande cultura, ha sorpreso tutti sullo Stretto di Hormuz: errore in buona fede o cambio di posizione? In molti si interrogano sulla sua lucidità editoriale.

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L'aeronautica pakistana ha scortato la delegazione iraniana all'ingresso nello spazio aereo: tra i velivoli il PAF 317, un aereo da guerra elettronica Saab 2000.

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Gli USA hanno sbloccato i 7 miliardi iraniani. Il prezzo: negoziati diretti Iran-America. Washington voleva il tavolo più di Teheran. E Teheran lo sapeva.

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L'Iran è arrivato a Islamabad da vincitore. I 7 miliardi sbloccati prima del tavolo, lo Stretto di Hormuz in mano iraniana, il Libano che rientra nel cessate il fuoco. Teheran non tratta da sconfitto.

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ArticoloISLAMABAD: L'IRAN ARRIVA DA VINCITORE I 15 punti USA contro i 10 punti iraniani, i 7 miliardi, Hormuz e il Libano
L'Iran è andato a Islamabad a trattare. Ma prima di sedersi, ha già vinto. I 7 miliardi di asset congelati sono stati sbloccati come condizione preliminare non negoziabile. Lo Stretto di Hormuz rimane sotto controllo iraniano. E il Libano dovrebbe rientrare formalmente nel cessate il fuoco. Teheran non si è seduta al tavolo come sconfitta si è seduta da potenza che ha incassato concessioni concrete prima ancora che i negoziatori si stringessero la mano. LA PROPOSTA AMERICANA IN 15 PUNTI La delegazione americana si è presentata a Islamabad con un documento in 15 punti elaborato dall'amministrazione Trump dall'inviato speciale Steve Witkoff e dal Segretario di Stato Marco Rubio. Il framework americano ruota attorno a tre pilastri: smantellamento completo e verificabile del programma nucleare iraniano con ispezioni AIEA senza preavviso; cessazione di qualsiasi supporto a milizie nella regione Hezbollah, Hamas, Houthi, milizie sciite in Iraq; rilascio degli ostaggi americani. In cambio: riduzione graduale delle sanzioni, sblocco parziale degli asset e apertura di canali commerciali limitati. Il punto 15 conteneva però una clausola inaccettabile per Teheran: la de-escalation asimmetrica ,prima ti disarmi, poi ti do qualcosa. Una resa travestita da negoziato. Nelle ore precedenti i colloqui, Trump aveva postato: L'Iran sa cosa succede ai paesi che scelgono male. Abbiamo la capacità di cancellare una civiltà in poche ore. La diplomazia ha qualificato il messaggio come «retorica negoziale. Teheran lo ha letto come conferma di mala fede. I 10 PUNTI IRANIANI L'Iran non ha risposto ai 15 punti americani punto per punto. Ha presentato una propria proposta autonoma in 10 punti, ignorando di fatto il framework americano come base di partenza. Un messaggio politico preciso: Teheran non accetta di essere il soggetto passivo di un negoziato dettato da Washington. I punti principali: riconoscimento del diritto sovrano all'arricchimento dell'uranio senza limiti imposti dall'esterno; riduzione significativa della presenza militare USA nel Golfo Persico; sblocco immediato degli asset congelati come gesto preliminare; nessuna ingerenza sulle relazioni regionali con Hezbollah, milizie alleate e movimenti palestinesi; garanzie di non aggressione per dieci anni con verifica internazionale; ispezioni nucleari AIEA senza accesso automatico ai siti militari. La distanza è abissale. Gli USA chiedono smantellamento; l'Iran chiede riconoscimento. Non sono posizioni di apertura destinate a convergere sono visioni incompatibili del risultato finale. L'EQUIVOCO O IL GIOCO DEL PAKISTAN Prima dell'apertura ufficiale del tavolo, le delegazioni americana e pakistana avevano dichiarazioni pubbliche contraddittorie: il programma nucleare iraniano è o non è oggetto dei colloqui? Rubio: categoricamente no, i colloqui riguardano solo il cessate il fuoco. Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar, ore dopo: i colloqui coprono l'intero spettro delle questioni, incluso il nucleare. Islamabad non ha ritrattato. Teheran ha osservato in silenzio — e ha incluso nel suo documento in 10 punti diversi riferimenti al programma nucleare. La spiegazione più probabile: il Pakistan ha deliberatamente lasciato aperta l'ambiguità per attrarre l'Iran al tavolo, sapendo che senza la prospettiva nucleare Teheran non avrebbe partecipato. I 7 MILIARDI: L'IRAN HA VINTO PRIMA DI INIZIARE Questa è la notizia più importante: prima di sedersi al tavolo, l'Iran ha ottenuto lo sblocco dei circa 7 miliardi di dollari di asset congelati — principalmente in Corea del Sud. Non come parte di un accordo. Come condizione preliminare per partecipare. Washington aveva sempre sostenuto che nessun fondo sarebbe stato rilasciato prima di un accordo complessivo — erano la principale leva di pressione americana. Il fatto che abbiano ceduto prima ancora dell'apertura formale racconta qualcosa di cruciale: gli USA avevano bisogno che l'Iran si sedesse al tavolo più di quanto l'Iran avesse bisogno di parteciparvi. Ottenere lo sblocco dei fondi come precondizione inverte completamente la logica negoziale che Washington aveva costruito in anni di sanzioni. LO STRETTO DI HORMUZ RESTA IN MANO IRANIANA Nell'accordo-cornice che ha reso possibile i colloqui è stata inclusa una clausola implicita: lo Stretto di Hormuz rimane sotto controllo operativo iraniano per tutta la durata delle trattative. Washington non ha ottenuto alcuna garanzia di libero transito internazionalmente garantito una delle richieste centrali del documento in 15 punti. L'Iran mantiene così in mano la leva più potente del negoziato: la capacità di interrompere il transito di circa il 20% del commercio petrolifero mondiale con una decisione unilaterale. Ogni sessione di trattativa si svolge con questa consapevolezza sullo sfondo. IL LIBANO RIENTRA NEL CESSATE IL FUOCO Nelle ultime ore è emerso che domani, 11 aprile, dovrebbe essere annunciato il rientro formale del Libano nell'accordo di cessate il fuoco. Era stato escluso dalla versione iniziale dell'8 aprile esclusione che Israele aveva imposto unilateralmente. Il rientro del Libano chiude la finestra che lasciava aperta la possibilità di operazioni israeliane contro Hezbollah senza violare formalmente la tregua. La pressione è venuta congiuntamente da Iran, Francia e Nazioni Unite. Israele avrebbe accettato in cambio di garanzie scritte sull'inibizione operativa di Hezbollah a sud del fiume Litani per i prossimi 90 giorni. DUE FUCILI ANCORA PUNTATI Nonostante le vittorie preliminari iraniane, entrambe le delegazioni restano al tavolo con le pistole in mano. Sul lato americano: portaerei nel Golfo non spostate, bombardieri B-2 in allerta avanzata, sanzioni strutturali invariate. Trump continua a postare messaggi minacciosi anche durante le riunioni. Sul lato iraniano: centrifughe di arricchimento non fermate, milizie alleate operative, controllo di Hormuz mantenuto, tregua militare definita dai Pasdaran come «scelta tattica, non resa. CONCLUSIONI L'Iran è arrivato a Islamabad avendo già incassato tre risultati concreti: i 7 miliardi sbloccati, lo Stretto di Hormuz in mano propria, e il Libano in procinto di rientrare nella tregua. Teheran ha giocato bene le sue carte e Washington ha pagato il prezzo di aver avuto più fretta dell'avversario di aprire un tavolo. La distanza tra le due proposte non è tecnica è politica. Un accordo vero è ancora molto lontano. Ma il tavolo c'è. E questa volta è l'Iran ad avere il vantaggio negoziale.
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Gli Stati Uniti autorizzano lo sblocco di 7 miliardi di dollari di asset iraniani congelati. Una mossa cruciale che apre la strada ai colloqui indiretti USA-Iran a Islamabad

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La Spagna prende posizione: lo Stretto di Hormuz non rientra nella giurisdizione della NATO. Un segnale chiaro che l'Europa non intende essere trascinata nel conflitto USA-Iran.

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L'Europa deve sanzionare USA e Israele e riformarsi internamente. Solo così potrà mantenere un peso reale sulla scena geopolitica globale.

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Tre notizie sparite: i piloti USA salvati senza foto, i 2 missili balistici verso Diego Garcia nel nulla, e la sinagoga distrutta da Israele a Teheran ignorata dai media.

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Crescono le tensioni tra USA ed Europa. Osservatori temono ricadute politiche per Trump sia sul piano internazionale che interno, con possibili sviluppi giudiziari e congressuali

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Il gioco delle parole è finito. Meloni è brava a parlare è la sua dote principale. Ma la retorica non governa un paese. E quando le parole confliggono con la realtà, il conto arriva. Sempre.

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ArticoloIL GIOCO DELLE PAROLE È FINITO Meloni pagherà un prezzo politico
Giorgia Meloni è brava a parlare. È la sua dote principale, probabilmente la ragione del suo successo politico. Ma il parlare, da solo, non governa un paese. E quando le parole cominciano a confliggere con la realtà con i numeri dell'economia, con i morti nelle guerre, con gli articoli della Costituzione il conto arriva. Sempre. E in Italia, quel conto si sta avvicinando. Esistono due tipi di leader politici. Il primo tipo costruisce una visione, la comunica, si assume i rischi necessari per realizzarla, e accetta le conseguenze quando sbaglia. Il secondo tipo osserva il vento, si posiziona di conseguenza, usa la retorica per sembrare determinato senza esserlo davvero, e quando le cose vanno male trova sempre un colpevole esterno. Meloni appartiene inequivocabilmente al secondo tipo. La furbizia tattica è una competenza utile in politica. Ma da sola non basta a governare un paese complesso come l'Italia in un momento di crisi globale. La furbizia ti aiuta a vincere le elezioni. La visione ti aiuta a governare. E Meloni ha dimostrato di avere la prima in abbondanza e la seconda quasi del tutto assente. Uno dei progetti più espliciti di Meloni era diventare il leader della destra europea. Un'ambizione legittima il problema è che non era sostenuta da una comprensione adeguata di come funziona il potere in Europa. Il potere europeo si costruisce con la credibilità economica, con la continuità istituzionale, con le alleanze trasversali, con la disponibilità a fare compromessi. Meloni non ha lavorato su nessuno di questi assi. Ha cercato influenza europea attraverso il posizionamento mediatico e l'allineamento con Trump due strumenti che in Europa non funzionano. Risultato: troppo filo-americana per essere voce autonoma europea, troppo sovranista per essere partner affidabile nell'integrazione, troppo fragile economicamente per esercitare leva reale. L'articolo 11 della Costituzione italiana è uno dei più belli del diritto costituzionale mondiale: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli." Non è una dichiarazione vaga è un impegno preciso, inserito nei principi fondamentali della Repubblica. Nel 2026, con la guerra tra Iran e Stati Uniti, l'Italia ha dovuto fare i conti con quella disposizione in modo concreto. Aerei militari americani usavano basi italiane come punto di transito logistico, la NATO era coinvolta in misura che il governo non ha mai chiarito, e l'Italia aveva operatori delle forze speciali dispiegati in aree adiacenti al teatro di operazioni. In nessun momento il governo Meloni ha aperto un dibattito parlamentare serio. Ha usato la formula burocratica "stiamo seguendo gli sviluppi" il linguaggio con cui i governi nascondono le scelte che non vogliono difendere pubblicamente. Questo è un problema costituzionale serio: quando un governo usa basi italiane per supportare operazioni belliche senza mandato parlamentare esplicito, si pone in una zona grigia che molti costituzionalisti considerano incompatibile con l'articolo 11. C'è poi il rischio concreto a cui sono stati esposti i militari italiani. Teheran ha una tradizione di risposta asimmetrica: colpisce dove può creare danni strategici con il minimo rischio diretto. Le basi militari italiane nel Mediterraneo, i contingenti in Medio Oriente, le navi della Marina nel Golfo — tutti potenziali obiettivi in uno scenario di escalation. Il governo non ha mai chiarito pubblicamente quali misure aggiuntive di protezione fossero state adottate. Il catalogo delle incoerenze è lungo. Atlantismo e dazi: Meloni si è presentata come la migliore alleata di Trump in Europa; Trump ha risposto imponendo dazi sulle esportazioni italiane. Sovranismo e dipendenza: si è proclamata paladina della sovranità nazionale ma ha accettato che Washington dettasse la linea sulla politica estera. Europa e isolamento: ha promesso di cambiare l'Europa dall'interno, si trova invece sempre più isolata nei Consigli europei. Difesa degli italiani e abbandono delle imprese: ha costruito la sua immagine sulla difesa degli interessi italiani mentre le PMI venivano lasciate senza strumenti di fronte alla crisi commerciale più grave dagli anni Settanta. La storia giudica i leader non per le elezioni che hanno vinto, ma per il paese che hanno lasciato. Se dovesse continuare sulla traiettoria attuale, l'eredità che Meloni rischia di lasciare è pesante: un'Italia diplomaticamente marginale nel nuovo ordine multipolare, un sistema produttivo meno competitivo, una Costituzione svuotata nello spirito, un rapporto con l'Europa reso più difficile da antagonismo sterile. La correzione è ancora possibile. Ma richiede qualcosa che Meloni non ha ancora dimostrato di avere: la disponibilità ad ammettere che alcune scelte erano sbagliate, a cambiare direzione senza cercare un capro espiatorio, e a governare per il paese invece che per il partito. Il gioco delle parole è finito. Non perché gli italiani abbiano smesso di ascoltare la ascoltano ancora. Ma perché stanno iniziando a confrontare quello che sentono con quello che vivono. E quella distanza, quando diventa insostenibile, produce conseguenze politiche che nessuna retorica può fermare.
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I colloqui USA-Iran a Islamabad saranno indiretti: le parti in stanze separate, nessuna foto con Vance. Ma prima l'Iran esige lo sblocco dei miliardi di asset congelati.

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La Spagna ha vinto la partita diplomatica del Medio Oriente. L'Italia no. Sánchez ha sfidato Washington e guadagnato un posto al tavolo. Meloni ha scelto Trump e perso la voce italiana nel mondo.

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ArticoloLA PARTITA CHE L'ITALIA HA PERSO Spagna vincitrice della crisi mediorientale, Italia fuori gioco per scelta
Nel mezzo della più grave crisi del Medio Oriente del XXI secolo una guerra tra Iran e Stati Uniti che ha ridisegnato gli equilibri globali la Spagna ha vinto una partita diplomatica storica. Lo ha fatto sfidando Washington, mantenendo i canali aperti con Teheran, riconoscendo la Palestina e diventando la voce europea più credibile nel mondo arabo. L'Italia, che per storia e geografia avrebbe dovuto giocare questo ruolo, non era al tavolo. Per scelta. Pedro Sánchez ha costruito negli ultimi due anni una politica estera impossibile nell'Europa post-Brexit: mantenere la fedeltà alla NATO e all'UE, e allo stesso tempo coltivare una linea autonoma e credibile nei confronti del mondo arabo, dell'Iran e del Sud Globale. Il punto di svolta: il riconoscimento della Palestina come Stato nel maggio 2024. Washington era furiosa. Sánchez non ha fatto marcia indietro. Quando la guerra Iran-USA è esplosa a febbraio 2026, la Spagna si è trovata in una posizione che nessun altro paese europeo aveva: relazioni coltivate con Teheran, credibilità nel mondo arabo, e la reputazione di non essere un semplice portavoce degli interessi americani. La riapertura dello Stretto di Hormuz e la tregua dell'8 aprile hanno rivelato chi aveva una strategia e chi no. La Spagna esce dalla crisi con accesso privilegiato a mercati chiusi ad altri. L'Italia esce senza leve proprie, né su Teheran né su Washington. La Francia occupa una posizione intermedia: meglio dell'Italia per la tradizione gollista di indipendenza strategica, ma non all'altezza della sfida. Macron ha oscillato tra il ruolo di mediatore europeo e il bisogno di non irritare Washington, finendo per non essere pienamente credibile né in un campo né nell'altro. TotalEnergies ha giocato un ruolo più importante della diplomazia ufficiale di Parigi. L'Italia ha una storia diplomatica nel Medio Oriente che è patrimonio di tutto il paese. Il Piano Mattei, la politica ENI, i rapporti con la Libia, l'Iraq, l'Iran, la Palestina l'Italia ha sempre cercato di essere una potenza mediterranea con una voce propria. Questa tradizione ha attraversato decenni e governi di segno diverso. Meloni l'ha spezzata: ha identificato la sua politica estera con la sua identità politica, trasformando l'allineamento con Trump in una questione ideologica prima ancora che strategica. Il risultato: l'Italia ha difeso le posizioni americane anche quando contrastavano palesemente con i propri interessi economici. L'America di Trump non è una potenza pragmatica che persegue i propri interessi con metodi non convenzionali. È qualcosa di più caotico: un'amministrazione che prende decisioni sulla base di dinamiche MAGA, di logiche di comunicazione social, di rivalità interne. La guerra con l'Iran ne è la prova. Nessuno nell'establishment diplomatico americano credeva che un attacco diretto alle infrastrutture nucleari iraniane fosse nell'interesse strategico degli USA. Eppure l'attacco è avvenuto perché serviva a Trump politicamente. Il risultato: un'America che ha attaccato l'Iran, ottenuto una tregua di due settimane, e si trova ora con lo Stretto ancora instabile, Israele che rifiuta di rispettare gli accordi sul Libano, e alleati europei che accelerano i piani di autonomia strategica. Non è un caso che la Spagna sarà al tavolo delle prossime trattative. La Francia, probabilmente, avrà un posto. L'Italia no. Non perché non potesse ma perché ha scelto di non costruire le condizioni per esserci. Il mondo si sta ridisegnando. I paesi che usciranno rafforzati saranno quelli che avranno saputo costruire credibilità con più interlocutori, mantenere autonomia strategica senza rompere le alleanze, e trattare la politica estera come un investimento di lungo periodo invece che come uno strumento di consenso interno. La Spagna lo sta facendo. L'Italia ha scelto di no.
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Lo Stretto di Hormuz sotto il controllo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane: chi vuole transitare deve presentare richiesta diretta ad esse. Nessun intermediario.