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Bab el Mandeb

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Meloni sostiene che la battuta sulla gonna di Tajani le sia uscita male. Ma il drone contro i militari italiani, invece, le è uscito bene?

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ArticoloPer capire perché Giorgia Meloni non sia andata all’ONU
Dobbiamo risalire a circa una settimana prima, quando Ansar Allah ha inviato un messaggio di minaccia all’Italia, richiamando l’attenzione sulla presenza di aerei da guerra nella regione. Ormai i messaggi si lanciano con i missili, perché nessuno si fida più delle parole. E così Ansar Allah passa ai fatti. Pochi giorni prima, in Italia, le dichiarazioni di Crosetto erano state molto nette: «Noi non aspettiamo nessuno e non aspettiamo i tempi della burocrazia. Andiamo lì e scortiamo le navi italiane: le facciamo passare noi attraverso lo Stretto». La questione nasceva dagli statunitensi: Washington sosteneva di aver raggiunto un accordo segreto con gli Houthi per consentire il passaggio delle navi americane attraverso lo Stretto. Gli italiani, in qualche modo, hanno deciso di portarsi avanti, cercando di aprire la strada anche agli europei. Ma nessuno li ha seguiti. L’iniziativa di Crosetto richiama, per certi aspetti, quanto accaduto sul fronte yemenita, dove l’Arabia Saudita avrebbe dato inizio a una nuova escalation militare bombardando l’aeroporto in Yemen mentre stava atterrando un aereo iraniano messo a disposizione per il funerale di Khamenei. Una decisione che solleva interrogativi sulla rottura della tregua con Ansar Allah. Perché Bin Salman ha deciso di rompere una tregua che, pur tra molte difficoltà, aveva contribuito a contenere il conflitto? E soprattutto: Trump ha chiesto a Bin Salman di rompere la tregua? L’obiettivo era forse quello di coinvolgere la Turchia nel conflitto, facendo leva sugli accordi della Mecca? E Giorgia Meloni si è prestata a questo disegno oppure, nel tentativo di ritagliarsi una vittoria elettorale e geopolitica, ha cercato inutilmente di trascinare in guerra l’intera Europa? Sono interrogativi che meritano risposte, perché le conseguenze di queste iniziative potrebbero andare ben oltre le intenzioni dei loro promotori. Poi arriva la botta. BOOM. Un drone colpisce una base in cui sono presenti aerei italiani. Immediatamente viene diffusa un’agenzia per precisare che non ci sono stati morti. Sono momenti concitati, in cui a Roma cercano di capire che cosa sia successo e perché sia stato lanciato quel drone. A quel punto cominciano a trapelare notizie di contatti con gli Houthi, i quali avrebbero chiarito di non avere nulla contro l’Italia. Dunque, tutto a posto. La faccenda è chiusa. Ma un momento: perché è stato lanciato un drone? Su questo, a quanto pare, non è dato sapere. Il problema è che a Roma sembrano avere difficoltà a leggere e comprendere il contesto. È vero che gli Houthi hanno inviato una lettera nella quale affermano di non essere interessati a una guerra con l’Italia. Ma pongono anche una domanda precisa: «Perché siete lì con gli aerei da guerra e i radar?». Nel contesto yemenita, questa domanda contiene una trappola politica e strategica che Roma finge di non vedere, oppure non comprende. Noi propendiamo per la seconda ipotesi. Il ragionamento degli yemeniti è semplice: se viene lanciato un drone contro una presenza militare italiana, è perché quella presenza viene considerata parte di un dispositivo che fornisce supporto, anche attraverso i radar, all’Arabia Saudita, impegnata nei bombardamenti contro lo Yemen. Non siete certo lì per fare una vacanza. La decisione degli Houthi di non rispondere immediatamente con un’azione militare più decisa contro l’Italia va letta, dunque, anche come una scelta politica. La lettera contiene un messaggio preciso: «Noi non siamo in guerra con l’Italia». Ma questo non significa che Roma possa considerare la questione definitivamente chiusa. Il messaggio contiene anche un avvertimento: se l’Italia dovesse entrare direttamente in guerra contro Ansar Allah, la risposta potrebbe essere militare. In altre parole, gli Houthi stanno comunicando di non voler aprire un conflitto con Roma, ma anche di essere pronti a reagire qualora fosse l’Italia a scegliere la strada dello scontro. Una distinzione che a Roma farebbero bene a comprendere: non essere in guerra oggi non significa essere al riparo da una guerra domani. E l’Italia pensa di poter gestire la vicenda come nel caso Paragon: non rispondere a nessuno, nella speranza che tutto venga dimenticato. Ma questa volta è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano. Durante l’incontro con Tajani, mentre il ministro italiano esponeva le proprie considerazioni, il suo omologo iraniano gli avrebbe ricordato, con un sorriso: Nel vostro Paese ci sono basi statunitensi dalle quali partono mezzi utilizzati per bombardarci. Inoltre, i Paesi europei aiutano gli Stati Uniti fornendo informazioni utili agli attacchi contro l’Iran. Sappi che quelle basi sono considerate obiettivi iraniani. Tajani, messo di fronte alla questione, avrebbe reagito borbottando tra sé e sé, mentre a Roma si decretava il ritorno al nucleare. Dopo tutte queste figuracce, Meloni si ritrova sempre più isolata e, secondo alcune letture dell’ambiente diplomatico, persino oggetto di derisione. Con Trump i rapporti sarebbero ai ferri corti, mentre in Europa faticano a comprenderne le mosse. Per un calcolo politico, Meloni, andando all’ONU, dovrebbe incontrare Netanyahu. E anche questo ha influito: in vista delle elezioni, una foto insieme a lui potrebbe trasformarsi in un disastro politico e avere un costo elettorale molto alto. Nell’ambiente diplomatico circola inoltre l’accusa secondo cui Meloni giochi spesso di sponda e metta ostacoli agli altri. Una reputazione che, secondo questa ricostruzione, avrebbe ormai compromesso la fiducia nei suoi confronti, persino in Libia. Il quadro che emerge è quello di un’Italia che cerca di ritagliarsi uno spazio autonomo sul piano militare e diplomatico, ma che rischia di trovarsi sola proprio nel momento in cui le tensioni regionali aumentano. Ricapitolando: l’Italia sembra non aver compreso che le proprie scelte, considerate irresponsabili dai suoi avversari, possono mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini italiani per interessi particolari. Ci auguriamo che la magistratura faccia chiarezza e accerti eventuali responsabilità dei nostri rappresentanti istituzionali e politici. Perché questo banditismo politico non porterà a nulla di buono.
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Cresce il rischio di un’operazione militare mirata contro Ansarullah. Possibile un’azione rapida e ad alta intensità per ristabilire il controllo strategico dell’area.

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ArticoloPOSSIBILE OPERAZIONE MILITARE NEL MAR ROSSO
Il deterioramento del quadro nel Mar Rosso e la crescente pressione su Riyadh aumentano il rischio di una risposta militare volta a ristabilire l’equilibrio strategico nell’area. Lo scenario da monitorare è quello di un’azione limitata, rapida e ad alta intensità, finalizzata a ottenere un risultato immediato senza necessariamente aprire una campagna prolungata. Elemento di attenzione: la finestra temporale dell’eventuale operazione rimane incerta e non può essere considerata necessariamente successiva alle elezioni.
TX-3551Thread 4

l’accordo mediato dall’Oman, su richiesta degli Stati Uniti, sia sostanzialmente fallito. Permangono inoltre seri dubbi sulla possibilità che Saudi Aramco possa continuare a garantire regolarmente le forniture di greggio alle raffinerie europee.

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TX-3550Thread 4

Il ministro Crosetto farebbe meglio a pesare le parole sul Bab el-Mandeb, perché esse sono importanti. La sua dichiarazione è stata piena di ambiguità e, dato il momento, anche irresponsabile.

TX-3549Thread 4

Arabia Saudita tenta un accordo con gli Houthi. Ormai la tecnica è sempre la stessa: false negoziazioni per cercare di capire la catena di comando.

TX-3548Thread 4

L’ITALIA HA RICEVUTO IL SUO PRIMO AVVERTIMENTO IN ARABIA SAUDITA. NON SA CHE QUEGLI ACCORDI IN OMAN NON VALGONO NULLA?