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Del Deo, il peculato che non è il punto: lo scandalo serve a colpire Mantovano , Meloni e l'architettura dei servizi

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Il vero bersaglio è l'autorità delegata, il canale con Palazzo Chigi, e il modo in cui microspie e intercettazioni sono state usate dentro quell'architettura. Non è un'inchiesta su un funzionario: è un'inchiesta sul governo attraverso un funzionario. Il caso Nicola Del Deo sta uscendo sui giornali confezionato come una storia di peculato: fondi, spese, ammanchi, la consueta grammatica mediatica delle inchieste sui colletti bianchi dell'intelligence. È la confezione. Il contenuto è un altro. Chi conosce come funziona la macchina dei servizi italiana sa che lo sfondamento di un ufficiale di questo peso non avviene mai per la cifra in sé. Le contestazioni patrimoniali sono il cavallo di Troia: servono a entrare in un perimetro che altrimenti resterebbe blindato. Il perimetro è quello dell'autorità delegata, la delega che il Presidente del Consiglio conferisce a un sottosegretario per la gestione degli apparati di informazione, e del rapporto operativo che questa figura intrattiene con chi, dentro gli apparati, esegue. Nel governo Meloni l'autorità delegata ai servizi è Alfredo Mantovano. Mantovano è il terminale politico del Dis, dell'Aise e dell'Aisi. Tutto quello che passa dai servizi, nei limiti di legge, passa politicamente da lui. Ed è qui che il caso Del Deo smette di essere una storia di conti e diventa una storia di canali. Perché Del Deo, secondo quanto sta emergendo, non era uno qualunque. Era uno che piazzava microfoni. Uno con la passione operativa per le microspie, le intercettazioni ambientali, gli apparati di ascolto. Microfoni ne ha messi tanti, su tante persone. Il punto è con quale copertura formale li metteva. E qui la ricostruzione diventa politicamente esplosiva. Perché non sempre quegli apparati venivano piazzati con il supporto giuridico pieno che ci si aspetterebbe. In alcuni casi, secondo le piste che stanno uscendo, Del Deo avrebbe agito appoggiandosi al canale dell'autorità delegata: cioè sulla base di un'autorizzazione politica, non necessariamente di un provvedimento giudiziario. Se la ricostruzione è corretta, significa che alcune di quelle operazioni di ascolto hanno viaggiato su una corsia che nasce a Palazzo Chigi, non in procura. E la domanda diventa una sola: chi sapeva, chi firmava, chi copriva? L'autorità delegata ha perimetri precisi. Può indirizzare, coordinare, autorizzare nelle materie proprie degli apparati informativi. Non può sostituire l'autorità giudiziaria quando si tratta di intercettazioni su cittadini italiani fuori dalle casistiche coperte dalle garanzie funzionali. Il confine è sottile e tecnicamente contestato, e proprio per questo è il confine su cui i magistrati stanno spingendo con l'inchiesta per peculato. L'accusa patrimoniale consente di mettere le mani su tabulati, agende, comunicazioni, carte operative. Tutto quello che serve per ricostruire non i soldi, ma le autorizzazioni. Non gli ammanchi, ma gli ordini. È per questo che lo scandalo Del Deo non va letto come uno scandalo su Del Deo. Va letto come un attacco al governo attraverso l'anello debole della catena operativa. Colpisci l'ufficiale, risali al politico. È un classico della guerra istituzionale italiana, e stavolta il bersaglio grosso è Mantovano , la figura che più di ogni altra, nel governo Meloni, incarna la continuità tra intelligence, apparato giudiziario e Palazzo Chigi. La domanda vera da porre è chi abbia deciso, oggi, che Del Deo non serve più. L'autorità delegata è il retropalco. Mantovano è la platea. Il governo Meloni è il teatro. Finché la stampa racconta solo i soldi, non capiremo mai chi sta davvero scrivendo lo spettacolo.
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