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Barnea, il fuoco di paglia: il capo uscente del Mossad ripesca un naufragio italiano per recitare l'ultima parte

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A un mese dalla pensione, David Barnea trasforma la tragedia del Lago Maggiore del 2023 in un monologo finale. Non si capisce se stia minacciando l'Italia, mandando un segnale all'Iran o cercando applausi. Forse tutte e tre. Forse nessuna. Barnea lascia il Mossad il 1° giugno. Gli succede Roman Gofman. Prima di andarsene, il direttore uscente prova a scriversi addosso l'epitaffio che in cinque anni non è riuscito a guadagnarsi sul campo. Barnea come agente segreto non ha mai brillato. Ha parlato molto, questo sì. Ha posato per giornalisti amici, ha coltivato l'immagine del gadget-loving killing machine, ha concesso alla stampa israeliana la narrazione dell'uomo che avrebbe "trasformato il Mossad". Dietro la coreografia, i risultati concreti sono pochi e quasi tutti rivendicati per via indiretta: operazioni mai confermate ufficialmente, cerimonie piene di iniziali al posto dei nomi. Una carriera fatta più di echi che di fatti. Barnea è un narcisista operativo: crede sul serio di essere un agente segreto nell'accezione dei film, e pretende che ci credano anche gli altri. Ma un capo dei servizi non è un personaggio: è un funzionario che deve portare risultati misurabili. E quando si misurano, mancano. Sull'Iran, il dossier che Barnea stesso ha indicato come la missione della sua vita, il bilancio è impietoso. Prima della guerra del giugno 2025 si è venduto a Netanyahu e a Trump come uno che aveva un piano. Avrebbe promesso che nei primi giorni del conflitto il Mossad avrebbe galvanizzato l'opposizione iraniana, innescando rivolte in grado di far cadere il regime. Non è successo niente. Il programma nucleare è danneggiato ma non chiuso. Dopo il cessate il fuoco, funzionari americani e israeliani hanno fatto filtrare in forma anonima un'accusa: Barnea aveva illuso Washington con una favola sul regime change. La risposta del Mossad è stata una ritirata semantica "non avevamo mai promesso il regime change durante la guerra, ma dopo" che somiglia a una confessione. Allo Yom HaShoah ha dichiarato che la missione non sarà completa finché il regime non sarà sostituito. Traduzione: il risultato non c'è, lo ereditiamo al prossimo. Poi la rivelazione del Lago Maggiore. Il 21 aprile, allo Yom HaZikaron, Barnea ha ricordato un agente identificato come "M." Mem in ebraico, morto all'estero mentre svolgeva il suo dovere. Le operazioni guidate da "M." avrebbero influenzato in modo significativo il successo della campagna contro l'Iran. Tipica prosa Barnea: aggettivi, nessun fatto verificabile. La stampa israeliana ha fatto due più due. "M." è l'uomo noto in Italia con il nome di copertura Erez Shimoni, uno dei quattro morti del naufragio del battello Gooduria, 28 maggio 2023. Con lui erano morti i due agenti italiani dell'Aise Claudio Alonzi e Tiziana Barnobi, e la compagna russa dello skipper, Anya Bozhkova. A bordo 23 persone: 21 spie 8 italiani, 13 israeliani più lo skipper Carminati e la compagna. Tre anni dopo, Barnea pesca la storia dal fondo. Per dire cosa? Il messaggio è confuso in modo imbarazzante. Lascia cadere, senza dirlo apertamente, l'insinuazione che la tempesta forse tanto casuale non fosse, suggerendo che l'Iran abbia ucciso agenti italiani sul suolo italiano. Verso chi è il messaggio? Se è rivolto a Teheran, è un bluff retroattivo. Se è rivolto a Roma, è manipolazione: trasformare i morti di Alonzi e Barnobi in un debito di sangue che l'Italia dovrebbe saldare allineandosi più duramente contro l'Iran. Se è rivolto agli israeliani, è autopromozione. In tutti e tre i casi, operazione narrativa, non di intelligence. L'Italia non viene minacciata esplicitamente ma viene usata. Rivelare oggi, mentre Roma mantiene aperto un canale con Teheran e resta il paese europeo più esposto sullo Stretto di Hormuz, che agenti italiani sono morti con il Mossad in un'operazione anti-iraniana significa forzare la mano al governo Meloni. Non è minaccia diretta. È peggio: un vincolo imposto dall'esterno, con il sangue di due funzionari italiani che nessuno qui ha mai potuto piangere ufficialmente. Barnea non è nuovo a questi numeri. La sua carriera pubblica è una successione di fuochi di paglia: operazione spettacolare, titoli, applauso, fumo. Poi silenzio. Poi un altro fuoco. I cercapersone Hezbollah del settembre 2024 sono stati un colpo reale. Ma intorno a quel colpo Barnea ha costruito una mitologia personale che i risultati strategici non sostengono. Hezbollah non è eliminato. L'Iran non è caduto. Il 7 ottobre resta lì a ricordare che l'intelligence israeliana quella mattina non ha visto niente. Si accende, brucia in fretta, lascia cenere. Il prossimo fuoco lo dovrà accendere qualcun altro.
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