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Movimenti Tattici Tel Aviv, Giordania Iraq settentrionale Tel Aviv, Iraq, Bassora Tel Aviv, Arabia Saudita, Golfo Persico Continuano anche i voli di ricognizione e gli AWACS.

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Segnalata attività continuativa di aerei cisterna statunitensi negli Emirati

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Rapida espansione dell'arsenale nucleare cinese spinge verso un ordine tripolare: Pechino punta a oltre 1.000 testate entro il 2030, alimentando rischi di calcoli errati e tensioni con Washington.

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Domani Handala annuncerà l’identità Israeliane dei responsabili delle azioni condotte contro la Flottiglia Globale del Sumud.

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Il Giappone aveva ordinato 400 missili Tomahawk agli Stati Uniti con consegne previste tra il 2025 e il 2027. Washington valuta ora un rinvio di almeno due anni per ricostituire le proprie scorte.

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Un drone proveniente dagli Emirati è stato abbattuto dalle difese iraniane

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Una delegazione iraniana è in Oman per definire i dettagli tecnici sul passaggio dello Stretto di Hormuz.

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Le sanzioni sono diventate un mercato. Banche europee e americane tengono bloccati fondi di decine di paesi e non li restituiscono. La magistratura tace.

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ArticoloIl grande mercato delle sanzioni: un'associazione a delinquere che si chiama sistema
Esiste un'economia informale made in USA che ha un nome ufficiale rispettabile: sanzioni. Iraq, Libia, Siria, Iran, Russia, e una lista lunghissima di altri paesi. I fondi vengono congelati, le banche commerciali europee e americane se ne contendono la liquidità, e quella liquidità non torna più a nessuno. Nel frattempo si costruiscono meccanismi di finanza alternativa per tenerla in movimento senza renderla. La magistratura è assente. Non distratta, non in ritardo: assente. E in questo vuoto operano figure precise: generali in pensione, ex capi dei servizi segreti, funzionari usciti dalle istituzioni che diventano consiglieri, promotori, rappresentanti di certe banche e di certi fondi. Fanno da foglia di fico. La loro credenziale istituzionale dà copertura a operazioni che senza quella copertura sarebbero difficilmente presentabili. Sono soldi sequestrati in modo illegale. Non è un giudizio politico: è una definizione giuridica che nessuno vuole applicare. Il meccanismo è rodato da decenni e è diventato quasi legge per inerzia, perché si è sempre fatto così. Ma il fatto che qualcosa si faccia sempre non lo rende legale. Lo rende un'abitudine criminale consolidata. Un'associazione a delinquere che opera con la benedizione delle istituzioni. I numeri dicono tutto: se le banche europee fossero costrette a restituire tutti i fondi illegalmente trattenuti, molti istituti fallirebbero. Non è un'ipotesi teorica. È la ragione reale per cui nessuno apre quel fascicolo. Magistratura, batti un colpo.
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L'Iran ha pronta un'offensiva diplomatica di proporzioni storiche. Il memorandum è solo l'inizio di una strategia che punta a isolare Israele. Netanyahu porta il mondo verso il baratro.

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ArticoloL'offensiva diplomatica iraniana: Israele fuori dai giochi, le monarchie del Golfo cedono
L'Iran ha già pronta un'offensiva diplomatica di proporzioni sproporzionate rispetto a ciò che i media occidentali sono disposti ad ammettere. Non è improvvisazione. È una strategia studiata nei minimi dettagli, costruita nel tempo, e che si sta attivando adesso. La firma del memorandum non è un punto di arrivo. È il primo atto di una sequenza che ha un obiettivo preciso: portare Israele fuori dai giochi diplomatici regionali. Teheran sa che un accordo che regge isola progressivamente chi si rifiuta di farne parte. Ogni passo che segue la firma stringe il cerchio attorno a chi resta fuori. L'Iran è pronto alla guerra se necessario, ma non è la guerra il suo strumento primario in questo momento. Il suo strumento è la diplomazia, e la sta usando con una precisione che i suoi avversari non si aspettavano. Parte delle monarchie del Golfo lo sanno. Da domani alcune di queste potrebbero cedere, riposizionarsi, scegliere il lato che garantisce la sopravvivenza del loro potere. Netanyahu non ha nulla da offrire che non sia distruzione. Ogni soluzione che porta al tavolo porta il mondo verso il baratro: più guerra, più escalation, più instabilità. Non è una posizione negoziale. È un vicolo cieco con le armi puntate. Il quadro è chiaro: l'Iran avanza, le monarchie vacillano, Israele si isola, e chi in Europa e in America ha scommesso sulla narrativa opposta si trova oggi con una posizione che la realtà ha già superato.
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I falchi dell'industria bellica non vogliono la pace: da domani le loro armi non servono più. Nuovo Medio Oriente, tramonto dell'Alleanza Atlantica.

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ArticoloIl tramonto dei falchi: chi non vuole la pace e perché
C'è chi non vuole che Trump firmi questo accordo. Non per ragioni geopolitiche, non per la sicurezza dell'Occidente. Per denaro. I lobbisti delle armi sanno che dal giorno dopo la firma i loro contratti valgono zero. Nessun governo arabo comprerà più armamenti se il Medio Oriente entra in una nuova fase. Questo è il motore reale della resistenza all'accordo: non l'ideologia, non la sicurezza, il profitto. Dietro l'Iran non ci sono solo Russia e Cina. C'è anche un pezzo d'America e un pezzo d'Europa che combatte lo stesso sistema dall'interno. Il quadro che ne emerge è quello di istituzioni corrotte, governi genuflessi al ricatto finanziario e militare, classi dirigenti che hanno abdicato alla loro funzione per proteggere i propri interessi. Questo è il volto reale del mondo cosiddetto democratico, in Europa come in America come in Italia. Le forze che combattono la pace lo fanno perché un accordo potrebbe rompere il tabù nucleare in modo definitivo e imprevedibile. Chi cederà a questa pressione trascinerà l'Europa nella sua caduta. L'Alleanza Atlantica ha già cominciato il suo tramonto: non lo ammetteranno, ma i movimenti in corso lo confermano. Il governo italiano non ha saputo leggere nulla di tutto questo. Ha chiuso gli occhi davanti all'elefante nella cristalleria, ha voltato la testa, ha abbandonato le proprie responsabilità verso i suoi stessi cittadini. La sua posizione pseudo-democratica era il cordone che teneva addormentati milioni di persone. Quel cordone si sta spezzando. La disobbedienza nello Stretto di Hormuz ha il peso storico di quegli uomini che al crollo del Muro di Berlino attraversarono la linea per andare a prendere amici che non conoscevano nemmeno, e vennero venduti dalla stessa democrazia che dicevano di difendere. Pochi capiscono queste parole. Ci rivolgiamo a chi dice di difendere il paese con il conto corrente pieno e tutte le garanzie possibili: da domani, benvenuti nel nostro mondo.
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Gli Stati Uniti non vogliono trasferire i fondi e hanno cambiato le carte in tavola. L’Iran si rifiuta di firmare il memorandum

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Non si tratterebbe di un ritiro degli Stati Uniti dal Golfo, ma di qualcosa di più profondo: l’emergere di un nuovo equilibrio regionale in cui Teheran punta a trasformare il vantaggio negoziale in influenza politica e diplomatica.

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ArticoloIran e il Nuovo Medio Oriente: l’inizio di un ordine regionale post-americano
il punto non sarebbe un ritiro americano dal Medio Oriente, ma l’eventuale inizio della fine dell’ordine di sicurezza costruito dagli Stati Uniti nel Golfo Persico. Secondo questa interpretazione, Teheran starebbe cercando di trasformare il vantaggio negoziale in un nuovo equilibrio regionale fondato su regole meno dipendenti dalla garanzia militare americana. Le mediazioni regionali, incluse quelle pakistane, non avrebbero prodotto le concessioni inizialmente attese da Washington. Il risultato, in questa lettura, è un indebolimento della credibilità deterrente americana e un aumento del costo politico per gli alleati regionali. Il dossier Hormuz diventerebbe così non solo una questione di sicurezza marittima ma uno strumento di influenza economica e politica. Il passaggio successivo potrebbe essere l’apertura di una nuova offensiva diplomatica iraniana sul nucleare, con effetti potenzialmente rilevanti sugli allineamenti regionali e sulla fiducia nelle architetture di sicurezza esistenti.
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Kiev missili impatto

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Trump parla di apertura dello Stretto di Hormuz, ma la definizione rischia di essere fuorviante: non si tratterebbe di piena normalizzazione del traffico, bensì di un accesso facilitato e regolato sotto controllo iraniano.

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Sono stati uditi colpi di arma da fuoco fuori dalla Casa Bianca, con circa 20-30 spari. I servizi segreti hanno ordinato ai giornalisti riuniti sul prato

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Sblocco parziale da Usa di asset iraniani congelati all’estero 12 miliardi di dollari

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l'America ha ceduto all'Iran per la prima volta. L'operazione del mediatore pakistano si è conclusa con le condizioni di Teheran. L'Iran ha vinto sul piano diplomatico. Leggi tutto

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ArticoloPer la prima volta l'America cede all'Iran: la resa diplomatica che i media non racconteranno
Possiamo affermarlo in esclusiva: per la prima volta nella storia recente, l'America ha ceduto all'Iran. Non parzialmente, non su un dettaglio tecnico. Ha ceduto sul piano diplomatico, accettando condizioni che fino a poche settimane fa avrebbe definito inaccettabili. Il contesto è importante. Un gruppo di contatto ha fatto chiaramente capire a Teheran che i tweet di Trump non devono essere presi come indirizzo politico reale: l'uomo è fuori logica, le sue uscite pubbliche non corrispondono alle posizioni negoziali effettive, e parte dell'apparato americano non le sta seguendo. Questo non è un dettaglio: è la conferma che all'interno stesso del sistema americano si è creata una frattura tra la comunicazione pubblica del presidente e la realtà dei negoziati. Ieri l'operazione del mediatore pakistano Munir si è conclusa con un fallimento apparente. Ma stamattina Munir è tornato al tavolo con una carta in mano dicendo che le condizioni iraniane erano state accettate. In termini concreti: l'Iran ha presentato le proprie condizioni, e quelle condizioni sono state pagate. La mediazione non ha prodotto un compromesso. Ha prodotto una resa. L'offensiva diplomatica iraniana da questo momento sarà forte. Teheran è consapevole di ciò che ha ottenuto e lo userà come leva in ogni tavolo aperto. Chi aveva scommesso sull'isolamento dell'Iran, chi aveva costruito la propria narrativa sulla debolezza di Teheran, si ritrova oggi con una posizione indifendibile. Tutti i media che lavorano su commissione, tutti i politici allineati e tutte le istituzioni che seguono il copione diranno altro. Diranno che l'accordo non c'è, che l'Iran ha perso, che Trump ha vinto. Ma i fatti sono i fatti: sul campo diplomatico, oggi, l'Iran ha vinto.
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Teheran attende la risposta di Trump ma cambia il metodo del negoziato: niente accordi generici né documenti aperti. Fondi, ritiri e impegni dovranno avere date, importi e garanzie verificabili.

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ArticoloIran, la trattativa cambia metodo: niente promesse, solo scadenze e garanzie
L’Iran attende una risposta da Trump: il primo passaggio negoziale viene considerato esaurito e Teheran sembra voler ridefinire il metodo del confronto. Il messaggio che emerge è netto: niente documenti estesi, niente formule aperte e niente accordi costruiti su promesse politiche senza meccanismi di esecuzione. Secondo questa lettura, la richiesta iraniana non sarebbe orientata ai dettagli tecnici ma alle garanzie operative: se si parla di sblocco dei fondi, devono essere indicati importi, tempistiche e modalità di trasferimento; se viene prospettato un ritiro o una de-escalation, devono essere definiti calendario, condizioni e strumenti di verifica. L’idea implicita sarebbe che il problema non sia più negoziare il principio dell’intesa, ma stabilire quando, quanto e con quali garanzie di attuazione. In questo quadro, anche il tema dello Stretto di Hormuz viene interpretato non solo come leva di sicurezza o di deterrenza, ma come elemento economico e negoziale. Secondo questa impostazione, il costo del passaggio, la normalizzazione dei flussi e l’eventuale riassorbimento dei danni economici legati al conflitto entrerebbero nella logica di un riequilibrio più ampio tra concessioni e contropartite. La posizione che emerge da questa interpretazione può essere riassunta così: nessun impegno generico, nessuna promessa rinviata, nessun accordo senza condizioni verificabili e tempi definiti di esecuzione.
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240 navi in ​​attesa del permesso dell'Iran per attraversare lo Stretto di Hormuz

TX-2273

Le restrizioni alla circolazione dei container commerciali iraniani diretti in Iraq sono state revocate