TX-3510

Marib: Ansar Allah and the tribes are negotiating an amnesty for opposing fighters. Meanwhile, the PLC withdraws vehicles and weapons from Harib and Bayhan, with convoys heading to the Saudi border.

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Saudi Arabia has issued official warnings prohibiting citizens from filming, collecting or disseminating images and videos of Ansar Allah's attacks.

TX-3508

Ansar Allah hit oil plants and Saudi military bases in the Abha area.

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The oil storage tanks at the Aramco plant in Yanbu were allegedly hit, causing a fire.

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Two explosions in the Strait of Hormuz.

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Saudi Arabia heavily bombs Ansar Allah after new defections in the PLC. The war in Yemen is intensifying, while Pakistan, Turkey and the US have hinted that they will not intervene.

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A passenger train carrying former British Prime Minister Boris Johnson and some of his close collaborators was targeted by an attack drone near the Polish border.

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Ansar Allah would have reached an agreement with some tribes of Marib. The picture on the ground is changing rapidly.

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Demonstrations exploded in Syria after the increase in fuel prices announced by the Al-Sharaa government. ISIS

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Drone alert in Lithuania (Vilnius)

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Ansar Allah is trying to interrupt the main supply route between Taiz and Aden, while the Saudis are bombing positions to support the PLC. By this evening, the situation could become critical.

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Strong explosions have been reported in Yanbu, on the west coast of Saudi Arabia.

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Ali al-Zaidi, Prime Minister of Iraq, seems to consider himself the new 'Saddam': between megalomania and numerous flops, he continues to insist on a path that various intermediaries are trying to make him understand is now crazy.

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Iranian conditions expand the negotiations, linking Hormuz to military, financial and nuclear dossiers. Closing the Strait remains one of the main instruments of pressure.

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ArticleNUOVE CONDIZIONI PER LA GESTIONE DELLO STRETTO DI HORMUZ
Le priorità negoziali iraniane sembrano rimanere sostanzialmente allineate alle posizioni precedentemente espresse da Teheran. Tuttavia, secondo le informazioni disponibili, l'Iran avrebbe superato il precedente quadro delineato nel cosiddetto Memorandum di Islamabad, articolando una nuova piattaforma negoziale strutturata attorno a sette condizioni principali. Tra gli elementi indicati figurano: Cessazione delle ostilità su tutti i fronti, con riferimento ai teatri di Gaza, Libano e Iran. Revoca del blocco, con il ripristino delle condizioni necessarie alla libera circolazione e alla ripresa dei flussi commerciali. Sblocco di una quota significativa degli asset iraniani congelati presso istituzioni finanziarie estere. Revoca delle sanzioni internazionali e statunitensi applicate all'Iran. Riconoscimento della rotta iraniana attraverso lo Stretto di Hormuz, elemento che potrebbe attribuire a Teheran un ruolo diretto nella definizione delle condizioni di transito. Riconoscimento dei diritti nucleari dell'Iran, compreso il diritto all'arricchimento dell'uranio e il mantenimento di una riserva indicata in circa 400 kg di uranio arricchito al 60%. Ulteriori garanzie e disposizioni di natura politica, economica e strategica, la cui formulazione completa non risulta al momento pubblicamente disponibile. Sul piano diplomatico, emergono inoltre segnali di cautela da parte dei Paesi del Golfo. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero deciso di non inviare il Ministro degli Esteri alla prossima riunione, optando per la partecipazione di un consigliere ministeriale. Il Bahrein, invece, avrebbe per il momento escluso la propria partecipazione. La composizione della delegazione dei Paesi regionali evidenzia un approccio prudente rispetto al nuovo quadro negoziale iraniano. L'assenza dei principali rappresentanti politici potrebbe indicare la volontà di mantenere un margine di manovra diplomatico, evitando un coinvolgimento diretto fino alla definizione dei termini dell'intesa.
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(IRGC) launched an anti-ship cruise missile from Sirik, in the direction of the Strait of Hormuz.

TX-3494

The Hormuz route crosses Iranian territorial waters. The agreement is between Iran and Oman. Tehran has placed 7 conditions on the US: the Strait will remain closed until they are accepted.

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Missile launch from Yemen to Saudi Arabia

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THE MANCINI AFFAIR HIGHLIGHTS SERIOUS CRITICAL ISSUES IN THE MANAGEMENT OF THE APPARATUS: THE PUBLIC EXPOSURE OF A FORMER DIS OFFICIAL MAY HAVE COMPROMISED SOURCES, RELATIONSHIPS AND OPERATIONAL SECURITY.

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ArticleLa diatriba Mancini e le guerre interne della ditta
Nel mondo delle cosiddette “spie da scrivania”, dove ci si spaccia per agenti segreti mentre, nella realtà, si è spesso poco più che funzionari impegnati a spostare carte e timbrare documenti in stanze climatizzate, l’idea stessa di servizio segreto sembra essere diventata una caricatura. L’agente segreto vero è un’altra cosa. È l’uomo che, quando tutto crolla, rimane in piedi. È quello che, con i mezzi che ha a disposizione e spesso completamente solo, affronta onde gigantesche e si assume responsabilità reali. Non quello che, comodamente seduto nel proprio ufficio, mette una firma a matita così da poterla cancellare quando le cose vanno male. E poi ci sono quelli che, se una notizia non piace al direttore, si chiudono nella propria stanza e fanno scena muta. Salvo poi tornare a casa e raccontare a tutti di aver “salvato il Paese”. È questa la parte più avvilente: la trasformazione del presunto patriottismo in una commedia di piccolo cabotaggio, fatta di protagonismi, rivalità interne, meschinità burocratiche e fughe dalle responsabilità. La vicenda Mancini, con le sue accuse e le sue guerre intestine, restituisce almeno nella percezione pubblica l’immagine deprimente di un apparato che sembra aver dimenticato il significato della parola servizio. Un sistema nel quale uomini che avrebbero dovuto agire nell’interesse dello Stato finiscono per combattersi tra loro, proteggere posizioni personali e trasformare i propri conflitti in una guerra permanente. Mancini, secondo quanto è stato raccontato, avrebbe persino perseguitato professionalmente alcuni suoi colleghi dopo essere stato,abbandonato e utilizzato come servitore di oscuri interessi geopolitici. “Non farò nemici”, avrebbe detto da Vienna. E viene da chiedersi: che razza di patriottismo è quello di chi pretende di servire lo Stato soltanto finché il sistema lo protegge? Non è accettabile che apparati pagati per tutelare gli interessi nazionali diventino teatro di vendette personali, infantilismi da adulti, guerre di corridoio e regolamenti di conti. Perché il punto è semplice: chi serve lo Stato non serve se stesso, non serve una carriera, non serve una fazione e non serve interessi politici o geopolitici estranei al mandato ricevuto. Serve lo Stato. E quando questo principio viene tradito, non siamo davanti a semplici beghe d’ufficio. Siamo davanti a un fallimento istituzionale. Il resto è soltanto teatro. Un teatro triste, costoso e profondamente indegno di un Paese che pretende ancora di parlare di interesse nazionale e patriottismo. Bisognerebbe ricordare ai direttori e a tutte le gerarchie una verità che evidentemente qualcuno preferisce non vedere: i traditori non stanno necessariamente ai piani bassi. Anzi, più si sale nella catena gerarchica, più grandi diventano le responsabilità e, di conseguenza, più devastanti possono essere i tradimenti. La domanda allora è brutale e inevitabile: noi avremmo mentito all’autorità politica? Noi avremmo disobbedito all’autorità politica? E se fosse davvero così, dov’è il coraggio di assumersene la responsabilità? Forse non c’è neppure più il pensiero autonomo necessario per porsela, questa domanda. La storia di Vladimir Vetrov dovrebbe essere ricordata proprio per questo. L’alto funzionario del KGB divenuto informatore dell’Occidente (NON PAGATO) non rappresenta soltanto la figura di una “spia” che tradisce il proprio apparato. Nella ricostruzione storica della sua vicenda emerge soprattutto la sua convinzione che il sistema sovietico e il KGB stessero contribuendo a distruggere la capacità di ricerca e innovazione della società e che la menzogna fosse diventata parte strutturale del sistema. È questo il punto che dovrebbe terrorizzare ogni apparato di intelligence: non il funzionario che disobbedisce, ma l’apparato che smette di essere capace di distinguere tra verità e menzogna. Perché quando un sistema arriva al punto di mentire alla propria autorità politica, di manipolare le informazioni e di proteggere se stesso invece dello Stato, il problema non è più il singolo funzionario. Il problema è la catena di comando. Le spie di un tempo, almeno nell’immaginario e nei casi più noti, non cercavano necessariamente ricchezza e privilegi. Oggi, invece, sarebbe legittimo domandarsi laddove esistano elementi concreti e verificabili quali interessi personali, patrimoni e rapporti finanziari ruotino attorno a determinati funzionari. Perché chi esercita poteri riservati e opera nell’ombra deve essere sottoposto a uno scrutinio ancora più severo, non a uno più indulgente. E allora basta con la retorica del patriota, dell’uomo dello Stato, dell’eroe invisibile. Un vero servitore dello Stato non ha bisogno di raccontarsi come un eroe. Deve semplicemente rispondere delle proprie azioni. E soprattutto: se davvero qualcuno ha tradito il mandato ricevuto, non bisogna cercare automaticamente il colpevole più in basso. Bisogna avere il coraggio di guardare verso l’alto. Perché il potere più grande comporta la responsabilità più grande. E quando il vertice fallisce, non può sempre essere il subordinato a pagare il conto.La vicenda Mancini, per come è stata gestita e rappresentata, è stata gestita malissimo. E il problema non riguarda soltanto un singolo uomo: riguarda il modo in cui un apparato dello Stato protegge — o non protegge — le proprie strutture, le proprie fonti e le proprie responsabilità. Perché il vero tradimento, quando si parla di apparati dello Stato, non è semplicemente quello di chi disobbedisce o rompe una regola. Il tradimento più grave sarebbe quello di chi utilizza strumenti, informazioni e strutture dello Stato per costruire la propria carriera, il proprio potere o la propria immagine personale. Se una persona che ha lavorato all’interno del DIS, che conosce procedure, contratti, fonti e meccanismi dell’apparato, viene esposta e umiliata pubblicamente, non si mette in difficoltà soltanto quella persona. Si espone e si mette a rischio un intero sistema. Si rendono vulnerabili informazioni, rapporti, metodi di lavoro e, soprattutto, quell'apparato invisibile che dovrebbe rimanere invisibile proprio per poter funzionare. Ed è qui che la domanda diventa inevitabile: questi sarebbero gli agenti segreti? Quelli che dovrebbero proteggere lo Stato finiscono per esporre pubblicamente le proprie guerre interne. Quelli che dovrebbero custodire informazioni sensibili sembrano trasformarle in strumenti di scontro personale. Quelli che dovrebbero muoversi nell'ombra finiscono sotto i riflettori per difendere carriere, reputazioni e posizioni. Se questa è l'intelligence, allora il problema non è soltanto Mancini. Il problema è un sistema che ha dimenticato che il segreto non serve a proteggere chi sta dentro l'apparato: serve a proteggere lo Stato. E quando questa distinzione viene meno, quando l'interesse personale prende il posto dell'interesse nazionale, non siamo più davanti a semplici errori di gestione. Siamo davanti a un fallimento della cultura istituzionale. E questo, per un servizio che pretende di definirsi “segreto”, è forse il fallimento più grave di tutti.
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To the southwest of the city of Taiz, Ansarullah's forces are currently positioned and are taking over surrounding villages.

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Ansar Allah (Houthi) attack in the province of Sharurah, in southern Saudi Arabia.