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IL MONDO VERSO LA GUERRA, TRA PROPAGANDA, DELIRIO POLITICO

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IL MONDO VERSO LA GUERRA, TRA PROPAGANDA, DELIRIO POLITICO

Il mondo sta vivendo momenti tragici e, da un certo punto di vista, persino comici. Mentre le pseudo-monarchie del Golfo si stanno scavando la fossa con le proprie mani, alle Nazioni Unite c'è chi grida al rappresentante cubano di allontanarsi, perché a parlare è l'America. Una tragicommedia degna di una barzelletta. Ma veniamo a noi. Quello che nessuno dice è che la Russia è in una fase di «preparazione attiva». Putin ha dato l'ordine di prendersi l'Ucraina e non dovremmo scandalizzarci se le truppe russe arrivassero fino a Kiev. Nel frattempo, a Tel Aviv, Netanyahu e i partiti che lo sostengono parlano dell'arrivo del Messia, mentre qualcuno arriva persino a impersonarlo. Ma che fine ha fatto il Mossad? E tutta questa presunta superiorità scientifica e tecnologica? Possibile che, dietro l'immagine costruita in decenni di propaganda, emergano comportamenti politici così rozzi, quasi da contadini abbrutiti? I cittadini europei stanno scoprendo ogni giorno di più che Israele non è necessariamente ciò che racconta di essere e che, dietro la sua immagine internazionale, esiste una gigantesca macchina mediatica. Una propaganda che, in Europa, comincia ad arrancare. Si arriva al punto che un'emittente di Novi Sad, in Serbia, ha chiesto pubblicamente scusa ai cittadini per le menzogne raccontate nel corso degli anni. Nel frattempo, altre televisioni legate alla propaganda governativa finiscono per attaccarsi da sole, pur di alimentare lo spettacolo. E mentre tutto questo accade, in Europa crescono nuovi Bolsonaro. Vučić, Edi Rama e altri protagonisti della politica regionale si stanno preparando a una fase completamente diversa. Il governo italiano traballa ogni giorno di più, barcamenandosi in maniera imbarazzante verso il declino. Intorno al potere, i suoi cani da guardia diventano sempre più rabbiosi, terrorizzati dall'idea di perdere la poltrona. E non mancano piccoli marescialli e brigadieri che sembrano smaniare dalla voglia di trovare ovunque la «Fratellanza Musulmana», un'etichetta da appiccicare gratuitamente a chiunque manifesti, protesti o esprima un'opinione diversa da quella ufficiale. Il dissenso viene trasformato in sospetto. La critica politica diventa un problema di sicurezza. Poi arriva il cosiddetto «Patto della Mecca», l'ultima trovata americana per rimescolare le carte. Washington ha cercato a Teheran il colpo grosso, il riconoscimento politico più importante, ma l'Iran ha rispedito la proposta al mittente. Intanto, il destino della guerra si avvicina sempre di più. In Europa nessuno sembra capace di assumere una posizione autonoma. I governi continuano a confidare in una soluzione che favorisca i propri interessi, senza avere il coraggio di affrontare la realtà. Nel frattempo, imprese e società civile vengono lasciate nella palude, senza una strategia, senza certezze e senza una vera preparazione alle conseguenze di un'eventuale crisi. E qui arriva il punto che riguarda tutti. Aziende e cittadini devono cominciare a ragionare seriamente sulla propria capacità di resistere a un'interruzione prolungata dei servizi essenziali. Bisogna prepararsi all'eventualità di dover affrontare fino a 100 giorni di gravi difficoltà, tra energia, approvvigionamenti alimentari, disponibilità di contanti e funzionamento delle infrastrutture. Non perché una crisi di questa durata sia inevitabile, ma perché affidare interamente la propria sicurezza a una classe politica che continua a vivere di propaganda significa rinunciare a prepararsi. Il mondo cambia, gli equilibri si spezzano e l'Europa continua a comportarsi come se tutto potesse essere risolto con una conferenza stampa.

Ma quando la realtà presenterà il conto, non basteranno più né gli slogan, né i talk show, né le guerre mediatiche costruite per distrarre i cittadini.

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