TX-3655

Iran-USA: indirect negotiations stopped. After the stop to Iranian flights, the risk of protests and retaliation is growing. Diego Garcia also appears in Iranian fiction.

Attached articles

ArticleTRATTATIVE FERME, RISCHIO DI ALLARGAMENTO DEL CONFLITTO FINO ALL’OCEANO INDIANO
Le trattative indirette tra Iran e Stati Uniti difficilmente porteranno, almeno per ora, a un accordo. Nel frattempo, in Iraq, lo stop ai voli iraniani diretti a Baghdad è arrivato dopo le pressioni e le minacce di sanzioni statunitensi contro gli aeroporti e i servizi che assistono i vettori iraniani. La risposta iraniana potrebbe tradursi in manifestazioni e proteste, fino a possibili iniziative contro l’aeroporto di Baghdad, Dubai, Riad . Teheran sta inoltre valutando come reagire alle restrizioni sul trasporto aereo. Il rischio è che la crisi si allarghi progressivamente: dopo l’area del Golfo, potrebbero essere coinvolti anche altri Paesi della regione. Nella narrativa iraniana sono comparsi inoltre riferimenti all’Oceano Indiano e, in questo contesto, a Diego Garcia, distante quasi 4.000 chilometri dall’Iran. Se questo scenario dovesse concretizzarsi, l’allargamento geografico del conflitto potrebbe modificare significativamente gli equilibri della guerra, con possibili ripercussioni anche sull’Europa.
TX-3654

An interesting fact: when the Iranian president spoke at the UN, very few delegations left the room. On the contrary, during Netanyahu's speech, 77 delegations had left the room.

TX-3653

How long will Khalid bin Salman, Mohammed bin Salman's brother, be in office as Saudi Arabia's defense minister? How long will he remain in this role?

TX-3652

Yemen announced that it had hit the Saudi Aramco plants in Yanbu.

TX-3651

Netanyahu has fallen and the world stock exchanges are shaking. The Iranian resistance puts Trump under pressure: will he attempt a new attack against Iran in the coming weeks?

Attached articles

ArticleNetanyahu all’ONU si è presentato come un fuorilegge.
Settantasette delegati hanno abbandonato l’aula: si è visto, e per un momento è sembrato persino spiazzato. Poi gli è scappata la frizione e ha cominciato a insultare i leader mondiali, sostenendo che tra quelli che stavano lasciando la sala ci fossero persone che, in privato, lo avevano ringraziato. Un bluff da truffatore. Poi alza il cerca-persone e mostra al mondo quello che presenta come l’atto terroristico contro i civili, mentre l’Europa, secondo questa lettura, è rimasta in silenzio. E intanto pseudo-analisti, accusati dai loro critici di essere vicini alle lobby, arrivavano persino a vantare quelle operazioni, spacciandole per grandi successi dell’intelligence. Ma Netanyahu va oltre. Lascia intendere che sia in preparazione una nuova operazione contro l’Iran e che, prima o poi, l’Iran cadrà. Non so, ma questa storia l’abbiamo già sentita. Quando a Teheran il Mossad riuscì a uccidere un membro di Hezbollah, tanti anni fa, un giornale di Tel Aviv arrivò a scrivere che Hezbollah era finito. E invece sono ancora lì. Come sono ancora lì tutte le contraddizioni sulla questione nucleare, mentre nel corso degli anni intermediari e apparati coinvolti nelle varie operazioni sono stati travolti da scandali, accuse e vicende giudiziarie. E nel frattempo, miliardi di dollari sono stati spesi in nome di operazioni dell’intelligence presentate come straordinarie, senza che il pubblico abbia mai avuto un quadro completo di dove siano finiti quei soldi e quali risultati siano stati realmente ottenuti. Bibi, qui la questione diventa politica: sono troppe le accuse, troppi gli scandali e troppi gli interrogativi sui soldi e sulle operazioni condotte dal tuo governo. E allora, davanti all’ONU, mentre il mondo guarda, viene da chiedersi se questa non sia una delle ultime apparizioni internazionali di Netanyahu. Bye bye, Bibi.
TX-3650

Suspected media manipulation: in the name of national security, Washington releases news to calm the markets. Who makes money from it? Even the Trump clan?

Attached articles

ArticleAccordo USA-Iran: tregua diplomatica o inganno per calmare le borse e frenare il petrolio
Reuters riferisce di un possibile accordo USA-Iran: riapertura di Hormuz e revoca delle sanzioni. Ma il petrolio, dopo il discorso di Pezeshkian, era salito a 108 dollari, un livello insostenibile. Da Teheran ripetono: «Se accettano le nostre condizioni, va bene». Il sospetto è che Washington stia diffondendo notizie di trattative inesistenti per calmare le borse e contenere i prezzi. Un inganno mediatico per guadagnare tempo
TX-3649

Brent crude oil prices hit 107 dollars following Ansarullah's statement.

TX-3648

Netanyahu avoids Manhattan and lands at Stewart. Reportedly, fears about a possible confrontation with Mamdani. A short speech at the UN is scheduled; no meeting with Trump.

TX-3647

Extensive deployment of US Air Force aircraft from Europe to the Middle East.

TX-3646

Turkmenistan and Azerbaijan have closed their airspace to Iranian flights. A Varesh flight bound for Tajikistan had to return to Tehran.

TX-3645

Ansarullah: If Saudi Arabia once again prevents planes from landing in Sana'a, no plane will land in Riyadh anymore.

TX-3644

Meloni claims that the joke about Tajani's skirt went wrong for her. But did the drone against the Italian military, on the other hand, work out well for you?

Attached articles

ArticlePer capire perché Giorgia Meloni non sia andata all’ONU
Dobbiamo risalire a circa una settimana prima, quando Ansar Allah ha inviato un messaggio di minaccia all’Italia, richiamando l’attenzione sulla presenza di aerei da guerra nella regione. Ormai i messaggi si lanciano con i missili, perché nessuno si fida più delle parole. E così Ansar Allah passa ai fatti. Pochi giorni prima, in Italia, le dichiarazioni di Crosetto erano state molto nette: «Noi non aspettiamo nessuno e non aspettiamo i tempi della burocrazia. Andiamo lì e scortiamo le navi italiane: le facciamo passare noi attraverso lo Stretto». La questione nasceva dagli statunitensi: Washington sosteneva di aver raggiunto un accordo segreto con gli Houthi per consentire il passaggio delle navi americane attraverso lo Stretto. Gli italiani, in qualche modo, hanno deciso di portarsi avanti, cercando di aprire la strada anche agli europei. Ma nessuno li ha seguiti. L’iniziativa di Crosetto richiama, per certi aspetti, quanto accaduto sul fronte yemenita, dove l’Arabia Saudita avrebbe dato inizio a una nuova escalation militare bombardando l’aeroporto in Yemen mentre stava atterrando un aereo iraniano messo a disposizione per il funerale di Khamenei. Una decisione che solleva interrogativi sulla rottura della tregua con Ansar Allah. Perché Bin Salman ha deciso di rompere una tregua che, pur tra molte difficoltà, aveva contribuito a contenere il conflitto? E soprattutto: Trump ha chiesto a Bin Salman di rompere la tregua? L’obiettivo era forse quello di coinvolgere la Turchia nel conflitto, facendo leva sugli accordi della Mecca? E Giorgia Meloni si è prestata a questo disegno oppure, nel tentativo di ritagliarsi una vittoria elettorale e geopolitica, ha cercato inutilmente di trascinare in guerra l’intera Europa? Sono interrogativi che meritano risposte, perché le conseguenze di queste iniziative potrebbero andare ben oltre le intenzioni dei loro promotori. Poi arriva la botta. BOOM. Un drone colpisce una base in cui sono presenti aerei italiani. Immediatamente viene diffusa un’agenzia per precisare che non ci sono stati morti. Sono momenti concitati, in cui a Roma cercano di capire che cosa sia successo e perché sia stato lanciato quel drone. A quel punto cominciano a trapelare notizie di contatti con gli Houthi, i quali avrebbero chiarito di non avere nulla contro l’Italia. Dunque, tutto a posto. La faccenda è chiusa. Ma un momento: perché è stato lanciato un drone? Su questo, a quanto pare, non è dato sapere. Il problema è che a Roma sembrano avere difficoltà a leggere e comprendere il contesto. È vero che gli Houthi hanno inviato una lettera nella quale affermano di non essere interessati a una guerra con l’Italia. Ma pongono anche una domanda precisa: «Perché siete lì con gli aerei da guerra e i radar?». Nel contesto yemenita, questa domanda contiene una trappola politica e strategica che Roma finge di non vedere, oppure non comprende. Noi propendiamo per la seconda ipotesi. Il ragionamento degli yemeniti è semplice: se viene lanciato un drone contro una presenza militare italiana, è perché quella presenza viene considerata parte di un dispositivo che fornisce supporto, anche attraverso i radar, all’Arabia Saudita, impegnata nei bombardamenti contro lo Yemen. Non siete certo lì per fare una vacanza. La decisione degli Houthi di non rispondere immediatamente con un’azione militare più decisa contro l’Italia va letta, dunque, anche come una scelta politica. La lettera contiene un messaggio preciso: «Noi non siamo in guerra con l’Italia». Ma questo non significa che Roma possa considerare la questione definitivamente chiusa. Il messaggio contiene anche un avvertimento: se l’Italia dovesse entrare direttamente in guerra contro Ansar Allah, la risposta potrebbe essere militare. In altre parole, gli Houthi stanno comunicando di non voler aprire un conflitto con Roma, ma anche di essere pronti a reagire qualora fosse l’Italia a scegliere la strada dello scontro. Una distinzione che a Roma farebbero bene a comprendere: non essere in guerra oggi non significa essere al riparo da una guerra domani. E l’Italia pensa di poter gestire la vicenda come nel caso Paragon: non rispondere a nessuno, nella speranza che tutto venga dimenticato. Ma questa volta è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano. Durante l’incontro con Tajani, mentre il ministro italiano esponeva le proprie considerazioni, il suo omologo iraniano gli avrebbe ricordato, con un sorriso: Nel vostro Paese ci sono basi statunitensi dalle quali partono mezzi utilizzati per bombardarci. Inoltre, i Paesi europei aiutano gli Stati Uniti fornendo informazioni utili agli attacchi contro l’Iran. Sappi che quelle basi sono considerate obiettivi iraniani. Tajani, messo di fronte alla questione, avrebbe reagito borbottando tra sé e sé, mentre a Roma si decretava il ritorno al nucleare. Dopo tutte queste figuracce, Meloni si ritrova sempre più isolata e, secondo alcune letture dell’ambiente diplomatico, persino oggetto di derisione. Con Trump i rapporti sarebbero ai ferri corti, mentre in Europa faticano a comprenderne le mosse. Per un calcolo politico, Meloni, andando all’ONU, dovrebbe incontrare Netanyahu. E anche questo ha influito: in vista delle elezioni, una foto insieme a lui potrebbe trasformarsi in un disastro politico e avere un costo elettorale molto alto. Nell’ambiente diplomatico circola inoltre l’accusa secondo cui Meloni giochi spesso di sponda e metta ostacoli agli altri. Una reputazione che, secondo questa ricostruzione, avrebbe ormai compromesso la fiducia nei suoi confronti, persino in Libia. Il quadro che emerge è quello di un’Italia che cerca di ritagliarsi uno spazio autonomo sul piano militare e diplomatico, ma che rischia di trovarsi sola proprio nel momento in cui le tensioni regionali aumentano. Ricapitolando: l’Italia sembra non aver compreso che le proprie scelte, considerate irresponsabili dai suoi avversari, possono mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini italiani per interessi particolari. Ci auguriamo che la magistratura faccia chiarezza e accerti eventuali responsabilità dei nostri rappresentanti istituzionali e politici. Perché questo banditismo politico non porterà a nulla di buono.
TX-3643

Attack on Erbil against a Kurdish base.

TX-3642

US Secretary of the Treasury: the 'trade truce' between the United States and China has been extended until January 2027.

TX-3641

Eight U.S. Navy personnel assigned to the USS Abraham Lincoln aircraft carrier strike group took their own lives while the ships were engaged in combat operations against Iran.

TX-3640

A foreign minister adrift and ordinary Giorgia: this is the image of the Italy of 'patriots', with more and more bosses.

A foreign minister adrift and ordinary Giorgia: this is the image of the Italy of 'patriots', with more and more bosses.
TX-3639

After a lifetime without knowing her origins, a woman finds her natural family in Uruguay. A journey into the past through photographs, hugs and a new home: 'The daughter of the storm'.

Attached articles

ArticleLa Figlia della tempesta
È passato tutto in fretta. Quando ho appreso la notizia, è successo in un modo così strano che ancora oggi faccio fatica a ricostruire quei momenti. Un giorno, due persone del Comune vennero a casa. Non capivo perché fossero lì. Mi dissero che avrebbero dovuto accompagnarmi a fare un esame del DNA. Eravamo una famiglia conosciuta in paese. Mio padre era stato contattato il giorno prima e gli avevano spiegato tutto. Ma quando quelle persone si presentarono alla porta e io me le ritrovai dentro casa, mio padre si limitò a dirmi: «Ti faranno solo un piccolo controllo.» Dentro di me sentivo qualcosa di diverso. Una strana energia, una sensazione che non riuscivo a spiegare. Forse fu proprio per questo che non feci molte domande. I miei genitori mi avevano sempre detto che ero stata adottata. Ma nemmeno loro sapevano da dove venissi veramente, chi fossero i miei genitori naturali o perché fossi finita in un orfanotrofio. Sulla mia cartella c’era scritto soltanto: genitori morti, familiari sconosciuti. Ero stata scelta quasi subito dall’orfanotrofio. Di quel periodo non ricordo quasi nulla. Quando mia madre, molti anni prima, mi aveva raccontato di essere stata adottata, io le avevo semplicemente detto: «Grazie.» Per me era, e sarebbe rimasta per sempre, la mia mamma. Poi qualcosa cambiò. Un giorno mi accorsi che, davanti al cancello di casa, c’era una macchina ferma. Rimase lì per ore. Poi per un giorno intero. Poi ancora. Sembrava che qualcuno ci osservasse. Quella notte piansi. Mia madre mi abbracciò senza dire nulla. Dopo due giorni mio padre mi chiamò. Era agitato, commosso. Mi disse: «Non uscire di casa. Devo parlarti.» Gli chiesi cosa stesse succedendo. Poi guardai mia madre. Lei aveva gli occhi pieni di lacrime. Singhiozzava. Cercava le parole, ma sembrava non avere il coraggio di pronunciarle. Alla fine disse soltanto: «Forse… forse è qualcuno che viene da lontano.» Quelle parole mi rimasero dentro. Ricordai allora una cosa che mia madre mi aveva raccontato tanti anni prima. Quando ero stata adottata, le facevo continuamente domande. Volevo sapere tutto, conoscere ogni dettaglio. La direttrice dell’orfanotrofio, che nel frattempo era morta, un giorno le aveva detto: «Signora, le dico una cosa. Anche se sulla cartella c’è scritto che i genitori sono morti, non faccia troppo affidamento su quella storia. Un giorno dovrà raccontarle che è stata adottata. A volte dal passato tornano storie che credevamo finite.» Forse aveva ragione. Gli orfanotrofi, in quei luoghi, erano pieni di padri e madri morti che, a distanza di anni, sembravano improvvisamente tornare in vita. Io ero sempre stata curiosa di quella parte della mia storia. Forse proprio per questo avevo riversato nella musica tante delle mie domande, delle mie inquietudini e di tutto ciò che non riuscivo a comprendere. Quando mio padre finalmente entrò nella stanza, aveva il volto diverso. Mi guardò e disse: «Sono loro. Ci hanno trovati.» Rimasi scioccata. Ricordo di aver ricominciato a piangere. In quel momento capii che qualcuno, dal mio passato, mi stava cercando. Ero confusa. C’era la polizia. Le voci si sovrapponevano. Non riuscivo più a capire cosa stesse succedendo. Poi svenni. Nei giorni successivi incontrai alcune delle persone che mi stavano cercando. Erano emozionatissime di vedermi. Mi guardavano come se davanti a loro ci fosse qualcuno che avevano atteso per tutta la vita. Poco dopo partii per l’Uruguay. Fu un viaggio complicato. Ero accompagnata da una parte della mia famiglia e da un giovane ragazzo che durante tutto il viaggio fu gentile con me e cercò di aiutarmi. Quando arrivammo, incontrai una ragazza molto gentile, dall’aspetto elegante e signorile. Ero completamente frastornata. Le emozioni erano troppe. Appena ebbi la possibilità di sdraiarmi, mi addormentai quasi all’istante. Quando mi svegliai, scesi al piano di sotto. E fu allora che la vidi. Riconobbi quella che poteva essere mia madre naturale. Ci guardammo a lungo. Un tempo interminabile. Lei cominciò a piangere. Accanto a lei c’era quello che poteva essere mio padre. Anche lui tremava. Ci abbracciammo. Poi ci riabbracciammo. Mia madre non riusciva a dirmi nulla. Continuava soltanto a guardarmi. Io la guardavo. Era un momento sospeso, irreale e bellissimo. Ancora oggi non riesco a ricordare tutte le emozioni che provai. Era come vivere dentro un mondo che non apparteneva alla realtà. Mio padre aveva con sé alcune fotografie. Me le mostrò. Erano fotografie di quando mi teneva in braccio da bambina. Le guardavo e le riguardavo. Io non avevo fotografie di quando ero piccola. Non sapevo nemmeno di essere mai stata lì. Poi mio padre mi prese per mano. «Vieni.» Mi accompagnò in un grande salone, all’interno di quella bellissima villa. Era una stanza enorme, elegante, piena di fotografie. Indicò una parete. «Guarda.» C’erano fotografie di ragazzi e ragazze provenienti da diverse parti del mondo. Volti giovani , Volti che raccontavano storie che ancora non conoscevo. Cominciai a piangere. «Chi sono?» chiesi. Mio padre mi guardò. Poi sorrise. «Sono i veri patrioti delle nazioni.» Rimasi in silenzio. Non riuscivo a capire. Poi indicò il centro della parete. «Ci sei anche tu. La tua foto la metteremo al centro.» Guardai quella stanza in modo diverso. Non avevo ancora capito fino in fondo ciò che mio padre voleva dirmi, ma sentivo che dietro quelle parole c’era qualcosa di molto più grande. Forse voleva farmi capire che quella casa era anche la mia casa. Che, in qualche modo, apparteneva a tutti noi. Quando mi dissero che mi chiamavano «la figlia della tempesta», sentii improvvisamente di avere un peso sulle spalle. Capii che dietro la mia storia c’erano anni di dolore, di attese e di sofferenza. I miei genitori avevano sofferto tantissimo. E poi c’erano quei ragazzi. Erano stati loro, in qualche modo, a permettere che le nostre strade si incontrassero di nuovo. Fu un momento magico. Vedere mio padre insieme a mio padre, abbracciarsi come se il tempo non fosse mai passato. Vedere mia madre accanto a mia madre. Due famiglie che, dopo una vita intera, finalmente si ritrovavano. E poi c’erano gli occhi di Samantha, la donna di casa che aveva fatto tutto il possibile per rendere il nostro soggiorno confortevole. In quegli occhi c’era una gentilezza che non dimenticherò. Quel mondo sconosciuto l’avevo appena incontrato e già me ne ero innamorata. Un mondo fatto di persone che si conoscevano da tantissimo tempo, di viaggi, di storie vissute in ogni angolo del mondo. E pensare che io avevo già attraversato il Belgio, l’Olanda e la Francia quando avevo appena due anni, senza sapere nulla di tutto questo. La mia vita era stata piena di luoghi che non ricordavo e di persone che non sapevo di aver conosciuto. Forse era questo il senso di tutto. Avevo trascorso la mia vita cercando di capire da dove venissi, senza sapere che, in qualche modo, una parte del mio passato mi aveva sempre accompagnata. Ciao, Samantha, mia dolce Samantha. Sei entrata nella mia vita e ormai ne fai parte. Ti aspetto in Russia. Perché anche quella, adesso, è casa tua.
TX-3638

This is an aspect that Trump, and anyone else, must understand.”

Attached articles

ArticleIl Presidente iraniano Pezeshkian, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
“Ieri il Presidente degli Stati Uniti ha detto che noi siamo terroristi, ma in realtà noi siamo vittime del terrorismo.  Giungo dall’Iran, dove loro hanno assassinato la nostra Guida senza alcuna giustificazione legale o motivazione logica.    Giungo dall’Iran, dove loro hanno bombardato scuole, uccidendo i bambini che vi si trovavano all’interno, con armi americane e israeliane”. “E quando si tratta di sicurezza, vogliamo partecipare e dare il nostro contributo.  Negli ultimi sette mesi, il popolo iraniano è sceso in piazza ogni notte per difendere il nostro Paese e impedire a coloro che erano stati istigati e armati da Stati Uniti e Israele di penetrare all'interno e creare insicurezza.  Il popolo è la nostra forza, e grazie alla forza del popolo abbiamo tenuto duro”. “Quanto alla difesa dell'Iran, abbiamo sviluppato i nostri sistemi difensivi in ​​modo che nessuno possa immaginare che il bombardamento delle città iraniane rimanga senza risposta.  La potenza militare dell'Iran è a scopo difensivo. Tuttavia, lo diciamo chiaramente: non chiediamo il permesso a nessuno per difendere il nostro Paese!  Vogliamo l'energia per lo sviluppo. Da anni parliamo del nostro programma nucleare pacifico. Spesso si parla dell'Iran in termini di centrifughe, arricchimento, sanzioni e bombe, ma per il nostro popolo la tecnologia nucleare rientra nel diritto allo sviluppo. L'energia nucleare consente anche di curare i nostri pazienti”. “La Palestina rimane una ferita nella coscienza della comunità mondiale e Gaza il simbolo del fallimento delle organizzazioni internazionali nel prevenire le sofferenze dei civili. Da decenni vengono adottate risoluzioni ma occupazione e violenza persistono. Non si può parlare di pace ignorando la Palestina: una pace duratura in Asia occidentale non potrà reggere senza giustizia per la Palestina. Finché nel mondo esisteranno occupazione e aggressioni continuerà anche la resistenza. Se una forma di resistenza dovesse indebolirsi, ne riemergeranno altre, forse ancor più forti. Gaza, nonostante uccisioni incessanti e distruzioni diffuse, dimostra la convinzione del popolo: la resistenza non può essere costretta alla resa con bombe e assedi. È nella natura umana, nell’essenza stessa degli esseri umani. Se qualcuno viene scacciato dalla propria terra, resisterà. Se la casa e i beni di qualcuno vengono bombardati, opporrà resistenza. Cos’altro dovrebbero fare, se non resistere?" “Hanno messo alla prova la resistenza dell’Iran e ora sanno che non può essere costretto alla sottomissione con la guerra. L’Iran non ha mai iniziato alcuna guerra e ha sempre dimostrato il proprio impegno nei negoziati. La guerra ci è stata imposta ma abbiamo dimostrato di non temerla quando si tratta di difenderci e di non sottrarci ai negoziati quando si tratta di pace. Resisteremo anche a costo della vita a difesa del nostro amato Iran.  Il tema di questo vertice è la ricostruzione della fiducia, che non avviene con le parole; richiede l'abbandono dei doppi standard. Le armi nucleari e di distruzione di massa in questa regione sono nelle mani del regime israeliano, eppure si esigono ispezioni dall’Iran? Israele ha massacrato 70.000 persone a Gaza, ma l’Iran è stato bombardato mentre sedeva al tavolo dei negoziati. Israele possiede armi nucleari, non aderisce al TNP e, nel corso della sua intera vergognosa esistenza esistenza non ha mai consentito l’ingresso a un solo ispettore AIEA..." “Non dobbiamo permettere che il XXI secolo diventi un’epoca di ritorno alla politica della forza e al dominio dei potenti. Non dobbiamo costruire un mondo in cui la potenza militare sostituisca la legittimità, le sanzioni la diplomazia, il terrore la politica e la guerra il dialogo.  L’Iran tende la mano della cooperazione al mondo. Invitiamo il mondo non verso un’altra guerra, ma verso la pace e la giustizia; non per debolezza, bensì per fiducia nella nostra forza e nella consapevolezza di questa verità: nessuno in questa regione può godere di sicurezza da solo.  O costruiremo la sicurezza insieme, o insieme subiremo l’insicurezza”. “Il presidente degli Stati Uniti dovrebbe sapere che le minacce contro la nostra nazione non fanno altro che renderci più uniti, più forti e più determinati nella nostra resistenza.  Deve comprendere che la nazione iraniana non si piegherà di fronte alle minacce e che gli aggressori saranno costretti a pentirsi delle loro azioni.  Questo è un aspetto che Trump, e chiunque altro, deve comprendere”.
TX-3636

Pezeshkian's speech at the UN pushes the price of oil to 103 dollars. Trump has done the math wrong: while looking for a meeting with Iran, he found himself at a disadvantage.

TX-3635

'Until the last breath': Pezeshkian sends a message to the world. Iran is preparing for war and declares that it is ready to face martyrdom as well.

Attached articles

ArticleFINO ALL’ULTIMO RESPIRO»: PEZESHKIAN LANCIA IL SUO AVVERTIMENTO AL MONDO, L’IRAN SI PREPARA ALLA GUERRA
Fino all’ultimo dei nostri respiri»: una frase attribuita a un agente segreto dei reparti ultrasegreti delle monarchie del Liechtenstein, morto sotto tortura senza parlare, anzi, depistando i suoi aguzzini. Quelle parole divennero leggendarie durante la guerra in Jugoslavia, quando un gruppo di giovani, alcuni dei quali furono poi massacrati, le gridava mentre combatteva per difendere la nazione «Fino all’ultimo dei nostri respiri, combattiamo!». Da allora, la frase è diventata una sorta di inno per quei combattenti disposti a lottare fino alla morte, mossi da convinzioni ideologiche profonde e considerati tra i più temuti. Oggi, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha lanciato un messaggio al mondo: prepararsi alla guerra e affrontare anche il sacrificio della vita, nella convinzione di poter morire da martiri.