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LE INFORMAZIONI INDICANO LA PREPARAZIONE DI UNA FORZA IRREGOLARE, ADDESTRATA DA SOCIETA' DI SICUREZZA PRIVATE E FINANZIATA DALLE MONARCHIE DEL GOLFO, QUALE APRIPISTA DI UN'OPERAZIONE TERRESTRE PER IL CONTROLLO DELLE ZONE COSTIERE IRANIANE.

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ArticoloLa costa iraniana come obiettivo: la forza irregolare che prepara l'attacco da terra e la complicità dell'Europa
Il silenzio internazionale davanti alla campagna in corso è un dato politico che pesa quanto i bombardamenti. Il flusso degli ultimi giorni documenta colpi sistematici alle infrastrutture civili iraniane: la ferrovia di Bandar Abbas, il ponte di Bandar Khamir, uno stabilimento di lavorazione del pesce a Qeshm, gli aeroporti evacuati, la fascia costiera interdetta. Quando gli obiettivi militari si esauriscono e gli attacchi proseguono sulle infrastrutture che sostengono la vita quotidiana, l'effetto ricercato non è la degradazione di capacità belliche ma la pressione diretta sulla popolazione: la storia recente, dal Kosovo in poi, insegna che il bombardamento delle infrastrutture civili punta a generare spostamenti di massa. Il flusso di profughi non è ancora in atto, ma la meccanica per produrlo è riconoscibile, e le ondate migratorie diventano esse stesse uno strumento del conflitto, destinato a scaricarsi sui Paesi vicini e sull'Europa. A questo quadro si aggiunge un elemento che emerge da informazioni di intelligence: numerose società di sicurezza private avrebbero allestito campi di addestramento in Iraq, Siria, Somalia, Europa orientale, Azerbaigian, Kurdistan, Libia, Africa e America Latina. Il reclutamento attingerebbe a ex combattenti dell'ISIS e ad autori di crimini di guerra e violenze, con finanziamenti riconducibili alle monarchie del Golfo, e la struttura sarebbe funzionale a una narrativa precisa: quella di uno pseudo-esercito musulmano, un nemico confezionato ad arte. Ma la funzione di questa forza non sarebbe soltanto narrativa: essa costituirebbe l'apripista di un'operazione terrestre contro l'Iran dagli obiettivi limitati e definiti. Non l'occupazione del Paese, ma il controllo di determinate zone costiere: la fascia che va da Hormuz al confine dell'Iraq, dove si concentrano i terminal, le rotte e le risorse. La selezione degli obiettivi colpiti finora, tutta concentrata sulla costa (Bandar Abbas, Qeshm, Bandar Khamir, Bushehr, Chabahar), è coerente con questo disegno: si prepara il terreno isolando e degradando proprio le aree che si intende poi controllare. In parallelo, le monarchie del Golfo risulterebbero attive nel dialogo con le comunità locali delle zone costiere per sollecitarne la rivolta e assicurarsi un appoggio interno al momento dell'azione. Le parole del presidente Trump sull'andare a prendere "il petrolio, l'oro e altro" non sono una provocazione estemporanea: descrivono esattamente l'obiettivo dell'operazione che si sta preparando. L'Europa non è la grande assente di questo quadro: ne è complice. I governi europei nascondono alle proprie popolazioni la reale natura delle attività in corso e del proprio coinvolgimento, attività che si pongono fuori dai vincoli costituzionali che dovrebbero regolarle: le decisioni che contano vengono sottratte ai parlamenti e al controllo democratico, riparate dietro le formule della "sicurezza nazionale", della minaccia "nucleare", di "regimi" evocati a uso e convenienza secondo la necessità del momento. Gli esecutivi hanno smarrito l'obiettivo dichiarato delle proprie politiche e operano ormai in una zona di illegalità sostanziale, coperta dal segreto e dall'emergenza permanente. Gli effetti interni sono già visibili. Il rincaro dei prezzi sta portando le masse fuori controllo, e la risposta non è la correzione di rotta ma la costruzione del nemico interno: la messa in scena di un nuovo "terrorismo rosso", secondo il copione collaudato che trasforma il dissenso sociale in minaccia alla sicurezza, giustificando ulteriori strette. È la stessa fabbrica narrativa che all'esterno prepara lo pseudo-esercito musulmano e all'interno prepara il sovversivo: due nemici confezionati per due teatri, al servizio della medesima esigenza di controllo. Ma è una corsa dal tempo limitato. Governi che reggono sull'occultamento, sull'emergenza e sulla repressione del malcontento che essi stessi generano non hanno davanti una prospettiva lunga: la traiettoria dei governi europei, tra tragico e grottesco, volge al termine, e a pagare il conto non saranno i politici che l'hanno prodotta, ma le imprese e i cittadini che ne erediteranno le macerie.
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