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I funerali della Guida Suprema sono un'operazione di intelligence: un messaggio strategico di Teheran che annuncia un nuovo ordine, intima all'America di andarsene, In questo scenario l'EU delle nazioni è l'unica ad avere ancora un canale con l'Iran.

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ArticoloI funerali della Guida Suprema: un'operazione di intelligence
I funerali della Guida Suprema non sono un rito del lutto. Sono un'operazione di intelligence condotta dalle autorità iraniane, pensata come messaggio più che come cerimonia. Teheran non seppellisce soltanto un uomo: mette in scena, davanti a tutta la regione, la propria capacità di dettare i tempi, i simboli e le regole di ciò che verrà dopo. Il messaggio è deliberato e ha un unico destinatario collettivo: il Medio Oriente. Da domani, dice l'Iran, l'ordine regionale è cambiato. L'America deve andarsene. E chi si metterà davanti a questa strada sarà aggredito. È una dichiarazione di intenti travestita da corteo funebre, dove ogni immagine, ogni folla, ogni parola pronunciata è calibrata per proiettare non dolore, ma determinazione. La forza si comunica anche , soprattutto nel momento della perdita, quando ci si aspetterebbe debolezza. Leggere questi funerali come un evento interno all'Iran significa non capirli. Sono un atto di politica estera. La regia punta a fissare una percezione: quella di una potenza che non arretra nemmeno di fronte alla scomparsa del suo vertice, e che anzi trasforma la successione in una prova di continuità e di minaccia. È l'arte di usare un momento di vulnerabilità per rilanciare, non per difendersi. In questo quadro l'Europa occupa una posizione che pochi hanno saputo vedere. Anni fa, la lungimiranza di alcuni uomini aveva percorso strade impraticabili. Uomini del destino affrontarono un lungo viaggio per arrivare tra i monti, e tesero la mano a rischio della propria vita. Non fu un gesto diplomatico di facciata: fu una scelta compiuta quando costava, quando nessuno garantiva nulla in cambio. È questa l'Europa delle nazioni. Ed è per questo che oggi è l'unica ad avere una rappresentanza reale nel nuovo ordine del Medio Oriente. Non perché abbia più armi o più denaro degli altri, ma perché nei momenti più duri ha offerto una via e gli iraniani quella via l'hanno apprezzata. Non abbiamo tradito. Siamo stati abili nell'arte della guerra, senza avere nulla in cambio. È una credibilità che non si compra e non si improvvisa: si costruisce con la coerenza, nel tempo, pagando di persona. Mentre gli Stati Uniti vengono spinti verso l'uscita e vengono avvisati che la loro presenza non è più tollerata, l'Europa delle nazioni conserva un canale che nessun altro possiede. È un capitale politico enorme, e va compreso per ciò che è: il frutto di scelte fatte quando erano scomode, non convenienti. La partita che si apre ora si giocherà su questo. Da un lato l'Iran, che usa persino un funerale come strumento di pressione strategica e come annuncio di un nuovo ordine. Dall'altro chi, nella regione o fuori, dovrà decidere se accettare quella narrazione o contrastarla. In mezzo, un'Europa che ha ancora una carta da giocare a patto di riconoscerla, e di non sprecarla per ignoranza o per calcolo di corto respiro. Chi ha teso la mano tra i monti, oggi, siede al tavolo. Gli altri lo osservano da fuori.
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