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Servizi segreti: il militare non basta più

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ArticoloIl militare non basta più
Per decenni abbiamo affidato la guida dei servizi di intelligence a militari di carriera. Aveva un senso quando la minaccia era un esercito schierato al confine. Ma le guerre di oggi non si combattono più solo con i carri armati: si combattono con l'economia, l'informazione, la tecnologia, le migrazioni, il consenso. E davanti a questo, la formazione militare non basta più. Un militare è addestrato a vincere una battaglia, non a leggere una società. La sua cultura è quella dell'obiettivo, del risultato misurabile, della catena di comando. Difficilmente ha lo sguardo lungo di chi deve capire come si muove un Paese nel profondo, come cambiano le fragilità sociali, dove nasceranno le crisi tra dieci anni. La sicurezza, però, oggi è esattamente questo: prevedere, non solo reagire. Il problema si aggrava perché tutti chiedono risultati immediati. I politici vogliono successi da esibire nel breve, il ciclo elettorale non aspetta, e così anche i vertici dei servizi finiscono per lavorare sull'urgenza invece che sulla visione. Ma l'intelligence che insegue solo il risultato di domani è cieca sul dopodomani. C'è poi una debolezza strutturale. Un capo dei servizi che non ha interlocutori politici propri, autorevoli e stabili, si ritrova solo. Per sopravvivere diventa un equilibrista: non deve scontentare questo ministro, né quell'altro, né la maggioranza di turno. E un equilibrista non decide: si limita a non cadere. È così che accade la cosa più pericolosa: la sicurezza nazionale smette di essere nazionale e diventa politica. Non serve più a proteggere il Paese, ma a non dispiacere al politico del momento. Ci si inginocchia alla volontà di chi comanda oggi, sapendo che domani comanderà un altro. E un servizio che si piega non protegge nessuno: protegge solo chi lo guida pro tempore. I vertici dell'intelligence andrebbero scelti non per gradi militari, ma per capacità di lettura strategica, sociale e di lungo periodo. Servono figure con autonomia, cultura ampia e la forza di dire no al potere quando l'interesse del Paese lo impone. Perché la sicurezza vera non è obbedienza: è visione. Finché confonderemo la lealtà con la subordinazione, avremo servizi efficienti nell'eseguire e ciechi nel prevedere. Ed è proprio nella cecità che nascono i disastri.
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