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La leggenda narra che, nel corso di un incontro riservato, alcuni uomini si rifiutarono di eseguire determinati ordini, dichiarando: «Se saremo costretti a rispondere alle minacce, non ci fermeremo».
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Il povero Analfabeta / Agricolo , il sopravvalutato. Ha tentato e ritentato invano e, quando non riusciva a ottenere ciò che voleva, cercava comunque di colpire, anche indirettamente. Ha inseguito il potere e, una volta raggiunto, lo ha esercitato nel modo peggiore: con arroganza, presunzione e la convinzione di essere intoccabile.
Quando per anni si rimane ai margini e poi si arriva ai vertici dello Stato, il rischio è che il potere dia alla testa. È allora che personaggi mediocri, rimasti nell'ombra per anni, trovano finalmente l'occasione per riversare frustrazioni e rancori contro chi aveva cercato di fare il proprio dovere.
È una vicenda tanto semplice quanto grottesca. Lo scandalo, raccontano in molti, è ancora chiuso in un cassetto, ma prima o poi verrà alla luce.
L'immagine è sempre la stessa: dietro una scrivania, con gli occhiali abbassati, lo sguardo rivolto verso l'alto in segno di disappunto. Poi arrivano gli scatti d'ira, le pretese, le urla, come se bastasse alzare la voce per trasformare un'opinione in una verità di Stato.
Qualcuno, molto tempo fa, aveva provato ad avvertirlo. Prima con il silenzio, poi con una frase rimasta impressa: «Se ci sarà una risposta, te la faremo sapere». La reazione fu stizzita: «Io sono lo Stato, esigo una risposta entro un'ora». Ma la risposta che ricevette fu il silenzio.
Chi doveva capire, aveva già capito. Eppure molti preferirono piegarsi al potere politico del momento invece di difendere le istituzioni. Nessuno si ribellò, pochi ebbero il coraggio di esporsi. C'era chi sperava in una promozione, chi preferiva conservare la propria poltrona.
Nel frattempo qualcuno si era perfino convinto di poter ambire al Quirinale, immaginando di imitare uomini del calibro di Cossiga. Un'ambizione sproporzionata, sostenuta da una corte di adulatori che scambiavano l'obbedienza per il merito.
Ma le istituzioni non appartengono ai potenti di turno. Appartengono alla Repubblica e ai suoi cittadini. Prima o poi, ogni abuso, ogni arroganza e ogni eccesso di potere vengono sottoposti al giudizio della storia e, se vi saranno responsabilità accertate, anche della magistratura.
A buon intenditore, poche parole.