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I confini sono diventati elastici. Il diritto internazionale non c'è mai stato così solo.

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ArticoloDalla terra allo stato non si torna: la narrativa che sta riscrivendo il diritto internazionale
Israele non ha una costituzione. Non è un dettaglio tecnico: è una scelta politica che dice qualcosa di preciso sul tipo di entità che Israele vuole essere. Uno stato con una costituzione ha confini definiti, diritti codificati, un perimetro giuridico riconoscibile. Uno stato senza costituzione può ridefinire se stesso in modo permanente. E oggi Israele ha scelto di ridefinirsi attraverso una parola sola: terra. Non territorio, non stato, non confini. Terra. La differenza non è semantica: è giuridica e politica. Il territorio è un concetto del diritto internazionale: ha coordinate, ha trattati, ha riconoscimenti. La terra è un concetto biblico, storico, emotivo. Non ha confini perché non ne ha bisogno. Tutti i partiti israeliani, senza eccezione, parlano oggi di terra. Nessuno parla più di stato nei termini del diritto internazionale. Trump usa esattamente lo stesso registro. Quando parla di Groenlandia, Canada, Messico, non usa il linguaggio della politica estera. Usa il linguaggio della conquista territoriale. Terra da prendere, terra da controllare, terra che appartiene per ragioni che stanno al di sopra dei trattati. Due leader diversi, la stessa struttura narrativa. Non è una coincidenza. Questo linguaggio si sta diffondendo. Alcune monarchie arabe, che fino a ieri usavano il vocabolario diplomatico convenzionale, cominciano a parlare di isole, di acque, di zone da controllare usando gli stessi termini. Quando i tuoi avversari conquistano con il linguaggio della terra, o adotti lo stesso linguaggio o resti indietro. I confini in questa dinamica non spariscono: diventano elastici, negoziabili, soggetti alla forza del momento. L’Italia osserva in silenzio. Non è neutralità: è complicità passiva. Quando una narrativa che viola le basi del diritto internazionale si afferma senza opposizione nei consessi internazionali, il silenzio degli stati che potrebbero parlare diventa parte del problema. La retorica della terra non è solo propaganda: è la preparazione giuridica e culturale alla prossima conquista. E funziona meglio quando nessuno la chiama con il suo nome.
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