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Iran ha cambiato strategia: non vuole diplomazia, vuole denaro. I negoziati si devono concentrare su Ormuz, sanzioni e blocco navale USA. Le telefonate europee al ministro degli esteri iraniano sono pura pressione militare travestita da dialogo.
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L'Iran ha compiuto un cambio strategico radicale nella sua postura negoziale. Dopo mesi di conflitto militare e pressione economica, Teheran ha abbandonato il paradigma della trattativa politica e geopolitica a lungo termine. Il calcolo è semplice: non esistono concessioni strategiche che possano compensare ciò che l'Iran ha perso sul campo. La trattativa si sposta quindi su un piano puramente economico.
La nuova strategia punta a ottenere dagli Stati Uniti il riconoscimento implicito o esplicito dei danni di guerra subiti. Non si tratta di un negoziato sulla questione nucleare, né sulle influenze regionali, né sul futuro dell'ordine mediorientale. Si tratta di risarcimenti. Soldi.
Qualsiasi negoziato reale, secondo questa logica, deve ruotare attorno a tre assi concreti: lo Stretto di Ormuz , il cui controllo e le condizioni di transito rimangono la leva principale di Teheran; la rimozione totale delle sanzioni, non parziale; il blocco navale americano in corso, che va revocato come condizione preliminare a qualsiasi dialogo. Tutto il resto accordi nucleari, impegni regionali, cessioni di influenza è fuori dall'agenda di Teheran.
Qui risiede il punto più sottile dell'analisi: le telefonate dei leader europei al ministro degli esteri iraniano non sono diplomazia. Sono uno strumento di pressione militare travestito da dialogo. L'obiettivo occidentale è duplice, mantenere aperto un canale per segnalare minacce e prolungare l'incertezza a danno dell'economia iraniana. Teheran lo sa. Per questo le conversazioni diplomatiche europee non producono nulla: l'Iran non ha intenzione di cedere su dossier che non siano direttamente monetizzabili.
Il conflitto Iran-Occidente si è spostato dal dominio della geopolitica a quello della contabilità. Chi vorrà negoziare seriamente con l'Iran dovrà portare un assegno, non una proposta politica. Questa è la realtà che la diplomazia formale si rifiuta di ammettere.