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Trump annuncia la firma imminente di un accordo con l'Iran a Islamabad. Non è vero. Teheran non discute né la rinuncia al nucleare né la sottomissione su Hormuz.USA costruisce la narrativa di una resa iraniana che non è strutturalmente possibile.
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Donald Trump ha dichiarato che «un accordo sarà firmato stasera», parlando di un negoziato «concluso» e «rapido». Nella stessa giornata il presidente americano ha minacciato di «distruggere ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte in Iran» se Teheran non accetterà l'intesa, e ha fatto trapelare l'ipotesi di un proprio volo a Islamabad entro giovedì 24 aprile per intestarsi personalmente la firma.
La realtà raccontata dalle fonti iraniane è un'altra. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha comunicato formalmente al suo omologo pakistano Ishaq Dar che le recenti azioni statunitensi dimostrano «cattive intenzioni e mancanza di serietà nella diplomazia». Il presidente Masoud Pezeshkian ha accusato Washington di «bullismo» e ha paventato un - tradimento della diplomazia - sulla falsariga dei due precedenti round falliti. La delegazione iraniana ha messo nero su bianco la precondizione - finché resterà in vigore il blocco navale annunciato da Trump contro l'Iran, non ci saranno negoziati
Non c'è nessun accordo pronto alla firma. C'è un presidente americano che annuncia in televisione un'intesa che l'altra parte non ha accettato, non ha confermato e ha anzi smentito.
Sui due dossier che contano,nucleare e Hormuz,le distanze non sono sfumature: sono voragini.
NUCLEARE. Nel primo round di Islamabad Teheran ha proposto una sospensione di cinque anni dell'arricchimento dell'uranio. Washington pretende uno stop di almeno venti anni. Non c'è un compromesso pronto. L'Iran considera la consegna del proprio stock di uranio arricchito agli Stati Uniti una - perdita di sovranità - non compensabile con l'alleggerimento sanzionatorio. Araghchi ha ribadito più volte il diritto sovrano all'arricchimento per usi civili. Nessuna concessione strategica è stata annunciata da Teheran.
HORMUZ. La riapertura dello Stretto annunciata dall'Iran il 17 aprile è stata esplicitamente legat,soltanto alla durata del cessate il fuoco in Libano,una mossa tattica, non una rinuncia strategica al controllo del passaggio. Gli Stati Uniti mantengono intanto il blocco navale contro i porti iraniani. Ieri, 19 aprile, è avvenuto un sequestro di una nave iraniana da parte statunitense: il portavoce della diplomazia iraniana Esmaeil Baghaei ha denunciato - atto criminale - e - violazione della Carta delle Nazioni Unite - . Il cosiddetto revenue sharing sul transito, evocato da alcune fonti, è oggi nient'altro che un'idea sul tavolo, non un accordo.
Teheran non discute la rinuncia al nucleare. Non discute la sottomissione su Hormuz. Nessuna delle due è sul punto di accadere.
La logica del messaggio trumpiano è trasparente una volta separata dai fatti. Il presidente americano non sta annunciando un accordo,sta costruendo una narrativa in cui l'Iran si sottomette agli Stati Uniti. È una costruzione a uso interno,base elettorale, Congresso, mercati,che punta a presentare un successo prima che i fatti possano smentirlo, con il classico meccanismo dell'ultimatum -entro martedì, altrimenti bombe- usato come forzatura mediatica.
Ma una sottomissione iraniana, nei termini annunciati, non è possibile. Non lo è per tre ragioni strutturali. Primo: Teheran non può consegnare lo stock di uranio arricchito senza perdere la propria ragione interna di sopravvivenza politica, in un Paese dove il nucleare è percepito come leva di sovranità nazionale dopo due round negoziali falliti sotto attacchi militari. Secondo, Hormuz non è una concessione commerciale, è una carta strategica,rinunciarvi significherebbe rinunciare all'unico strumento di deterrenza asimmetrica di cui l'Iran dispone contro il blocco navale americano. Terzo, il tessuto interno iraniano, vedi la reazione di Mohammad Bagher Zolghadr nel primo round, non tollera cedimenti sull'Asse della Resistenza e sul profilo nucleare: una "resa" firmata a Islamabad sarebbe politicamente inesigibile a Teheran.
Il secondo round di martedì 21 aprile, se si farà, potrà al massimo produrre una dichiarazione congiunta di proroga del cessate il fuoco, non un -accordo storico- . Trump lo sa, e per questo parla di firma imminente: perché sa che non la otterrà nei termini che annuncia, e deve prendersi la narrativa prima che la realtà gliela smonti. È una mossa di comunicazione, non di diplomazia. E le mosse di comunicazione, quando la controparte è Teheran, hanno la durata di un ciclo di notizie.