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Hanno costruito una narrativa sull'Iran senza fonti, senza fatti, senza prove. Adesso non riescono a uscirne. Le loro dichiarazioni lo rivelano: sanno di aver perso strategicamente, ma non possono ammetterlo.

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L'HANDICAP STRUTTURALE DEL POTERE: NON RICONOSCERE IL FALLIMENTO Esiste una patologia specifica del potere politico che non riguarda né l'ideologia né la competenza: è l'impossibilità strutturale di riconoscere il proprio fallimento. Non si tratta di mancanza di coraggio individuale. È un meccanismo istituzionale. Un governo che ammette di aver sbagliato su una questione strategica di questa portata non ammette un errore: firma la propria sentenza di morte politica. È per questo motivo che le dichiarazioni dei governi occidentali sulla questione iraniana sono diventate quello che sono oggi: esercizi di acrobazia verbale privi di contenuto logico, segnali di un sistema che non riesce più a dire la verità ma non può neanche sostenere la menzogna senza che si veda. La politica ha un handicap che l'intelligence e la diplomazia non hanno: deve rispondere in pubblico, in tempo reale, a un'opinione pubblica che lentamente ma inesorabilmente sta imparando a leggere la differenza tra una dichiarazione e un fatto. IL CASO ITALIANO: QUANDO IL GOVERNO NON RIESCE PIÙ A FARE UNA DICHIARAZIONE LOGICA Il governo Meloni è un caso paradigmatico di questa patologia. Non perché sia eccezionalmente disonesto rispetto ad altri governi europei è anzi perfettamente allineato alla media. È paradigmatico perché la sua adesione acritica alla narrativa atlantista sull'Iran lo ha portato a una posizione da cui è ora impossibile uscire con dignità. Nelle ultime settimane, le dichiarazioni ufficiali italiane sulla crisi iraniana hanno raggiunto un livello di incoerenza interna che non richiede analisi sofisticata per essere rilevato: bastano la logica elementare e la memoria di ciò che è stato detto trenta giorni prima. La posizione italiana è cambiata più volte senza che nessuna delle variazioni fosse giustificata da fatti nuovi. È cambiata perché cambiavano le istruzioni che arrivavano da Washington non perché cambiasse la realtà. Questo è il segno distintivo di una politica estera subalterna: non ha una direzione propria, ha una funzione di trasmissione. E quando il segnale che trasmette è contraddittorio, anche la trasmissione diventa contraddittoria. "IL REGIME IRANIANO HA UCCISO 50.000 PERSONE" UN'AFFERMAZIONE SENZA FONTI Tra le affermazioni che circolano nel discorso politico e mediatico occidentale sull'Iran, una delle più gravi dal punto di vista metodologico è quella relativa a un numero di vittime attribuito alle autorità iraniane una cifra che viene citata con sicurezza, ripetuta da politici e commentatori, inserita in atti parlamentari e comunicati ufficiali, senza che nessuno si preoccupi di indicarne la fonte. La regola base del giornalismo verificabile è semplice: tre fonti indipendenti per ogni affermazione di fatto. Non fonti che si citano a vicenda. Non fonti che derivano tutte dallo stesso ufficio governativo o dalla stessa ONG finanziata da governi con un interesse diretto nel conflitto. Tre fonti indipendenti, verificabili, con un metodo di raccolta dati trasparente. Questa cifra non ha nulla di tutto ciò. Non ha una fonte primaria identificabile. Non ha una metodologia di conteggio. Non ha un periodo temporale definito. Non ha un'istituzione che la sottoscriva formalmente con il proprio nome e la propria reputazione. È una cifra politica. È stata prodotta per funzionare in un dibattito politico, non per resistere a una verifica giornalistica o accademica. E il fatto che sia entrata nel discorso ufficiale di interi governi senza mai essere sottoposta a quella verifica dice tutto quello che c'è da sapere sullo stato del giornalismo e della politica occidentale. LA COSTRUZIONE DEL CASTELLO DI CARTA Il castello di carta sull'Iran è stato costruito nel corso di anni, mattone per mattone, attraverso un meccanismo preciso: Una fonte spesso un'organizzazione con legami diretti con opposizioni iraniane finanziate dall'estero, o un think tank americano con mandato politico esplicito produce un'affermazione. Quella affermazione viene ripresa da un media anglosassone di riferimento Reuters, BBC, Associated Press senza verifica indipendente, citando "attivisti" o "fonti vicine al dossier" oppure oppositori. Il governo italiano, tedesco, francese, riprendono la notizia del media anglosassone come se fosse una fonte indipendente quando è soltanto una trasmissione della prima affermazione. La cifra o l'affermazione entra nel dibattito parlamentare come "fatto accertato", perché "lo ha detto la BBC" o "lo ha scritto il New York Times". Questo non è giornalismo. Non è verifica. È un sistema di amplificazione in cui un'unica fonte originale non verificata, non indipendente si moltiplica artificialmente fino a sembrare un consenso. Un castello. Di carta. LA TRAPPOLA NARRATIVA: PERCHÉ NON POSSONO USCIRNE Adesso questi governi si trovano in una trappola di loro stessa costruzione. La narrativa che hanno edificato richiede coerenza interna: ogni nuova dichiarazione deve essere compatibile con tutto ciò che è stato detto prima. Ma i fatti sul terreno le navi americane che tornano indietro, i negoziati falliti, i Treasury in vendita, la tenuta della Repubblica Islamica dell'Iran non sono compatibili con quella narrativa. Ammetterlo significherebbe: Riconoscere che le valutazioni di intelligence erano sbagliate o falsificate ad uso politico. Riconoscere che le sanzioni non hanno prodotto il collasso previsto. Riconoscere che miliardi in spese militari, energie diplomatiche, risorse economiche sono state consumate per un obiettivo che non è stato raggiunto e che forse non era raggiungibile. Riconoscere che durante questo processo sono morte persone civili iraniani, operatori umanitari, giornalisti a causa di politiche costruite su affermazioni non verificate. Nessun governo è disposto a fare questo. Quindi continuano. Con dichiarazioni sempre più meschine, sempre più contraddittorie, sempre più evidentemente false. LA GENTE STA CAPENDO L'elemento nuovo, e per questi governi il più pericoloso, è che il pubblico sta iniziando a vedere la struttura della menzogna. Non è un fenomeno di élite intellettuali o di esperti di geopolitica. È un fenomeno di massa, lento ma costante. La diffusione di fonti alternative, la memoria degli errori precedenti, Iraq 2003, Libia 2011, Siria , la visibilità in tempo reale di eventi che contraddicono la narrativa ufficiale, stanno erodendo la credibilità dei governi e dei media mainstream a un ritmo che nessuna campagna di comunicazione riesce a compensare. Quando un politico parla, e l'ascoltatore pensa "mi sta mentendo", il contratto sociale tra rappresentante e rappresentato si incrina. Quando questo avviene sistematicamente, su questioni di questa gravità, il danno non è comunicativo. È istituzionale. IL PREZZO DI UNA TRAGEDIA COSTRUITA A TAVOLINO La questione iraniana è diventata il test definitivo della credibilità politica occidentale. Non perché l'Iran sia un paese privo di contraddizioni o di questioni aperte , nessun paese lo è. Ma perché la modalità con cui è stata costruita, alimentata e difesa la narrativa occidentale sull'Iran ha violato ogni standard di verifica, ogni principio di onestà intellettuale, ogni elementare norma di responsabilità politica. Il bilancio è questo: una tragedia economica, perché le sanzioni e l'instabilità hanno colpito milioni di persone; una tragedia umanitaria, perché in questa crisi sono morte persone che non avrebbero dovuto morire; una tragedia strategica, perché l'Occidente ha consumato risorse, credibilità e alleanze per un obiettivo che non ha raggiunto. E al centro di tutto questo c'è una menzogna che nessuno ha verificato, ripetuta da governi che si autodefiniscono democratici, controllati da stampa che si autodefinisce libera, verso cittadini che si autodefiniscono informati. Finché questa struttura non verrà nominata con chiarezza , non come errore, ma come scelta deliberata , il castello continuerà a reggere. Ma la carta, alla fine, cede sempre.
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