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La Spagna ha vinto la partita diplomatica del Medio Oriente. L'Italia no. Sánchez ha sfidato Washington e guadagnato un posto al tavolo. Meloni ha scelto Trump e perso la voce italiana nel mondo.

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Nel mezzo della più grave crisi del Medio Oriente del XXI secolo una guerra tra Iran e Stati Uniti che ha ridisegnato gli equilibri globali la Spagna ha vinto una partita diplomatica storica. Lo ha fatto sfidando Washington, mantenendo i canali aperti con Teheran, riconoscendo la Palestina e diventando la voce europea più credibile nel mondo arabo. L'Italia, che per storia e geografia avrebbe dovuto giocare questo ruolo, non era al tavolo. Per scelta. Pedro Sánchez ha costruito negli ultimi due anni una politica estera impossibile nell'Europa post-Brexit: mantenere la fedeltà alla NATO e all'UE, e allo stesso tempo coltivare una linea autonoma e credibile nei confronti del mondo arabo, dell'Iran e del Sud Globale. Il punto di svolta: il riconoscimento della Palestina come Stato nel maggio 2024. Washington era furiosa. Sánchez non ha fatto marcia indietro. Quando la guerra Iran-USA è esplosa a febbraio 2026, la Spagna si è trovata in una posizione che nessun altro paese europeo aveva: relazioni coltivate con Teheran, credibilità nel mondo arabo, e la reputazione di non essere un semplice portavoce degli interessi americani. La riapertura dello Stretto di Hormuz e la tregua dell'8 aprile hanno rivelato chi aveva una strategia e chi no. La Spagna esce dalla crisi con accesso privilegiato a mercati chiusi ad altri. L'Italia esce senza leve proprie, né su Teheran né su Washington. La Francia occupa una posizione intermedia: meglio dell'Italia per la tradizione gollista di indipendenza strategica, ma non all'altezza della sfida. Macron ha oscillato tra il ruolo di mediatore europeo e il bisogno di non irritare Washington, finendo per non essere pienamente credibile né in un campo né nell'altro. TotalEnergies ha giocato un ruolo più importante della diplomazia ufficiale di Parigi. L'Italia ha una storia diplomatica nel Medio Oriente che è patrimonio di tutto il paese. Il Piano Mattei, la politica ENI, i rapporti con la Libia, l'Iraq, l'Iran, la Palestina l'Italia ha sempre cercato di essere una potenza mediterranea con una voce propria. Questa tradizione ha attraversato decenni e governi di segno diverso. Meloni l'ha spezzata: ha identificato la sua politica estera con la sua identità politica, trasformando l'allineamento con Trump in una questione ideologica prima ancora che strategica. Il risultato: l'Italia ha difeso le posizioni americane anche quando contrastavano palesemente con i propri interessi economici. L'America di Trump non è una potenza pragmatica che persegue i propri interessi con metodi non convenzionali. È qualcosa di più caotico: un'amministrazione che prende decisioni sulla base di dinamiche MAGA, di logiche di comunicazione social, di rivalità interne. La guerra con l'Iran ne è la prova. Nessuno nell'establishment diplomatico americano credeva che un attacco diretto alle infrastrutture nucleari iraniane fosse nell'interesse strategico degli USA. Eppure l'attacco è avvenuto perché serviva a Trump politicamente. Il risultato: un'America che ha attaccato l'Iran, ottenuto una tregua di due settimane, e si trova ora con lo Stretto ancora instabile, Israele che rifiuta di rispettare gli accordi sul Libano, e alleati europei che accelerano i piani di autonomia strategica. Non è un caso che la Spagna sarà al tavolo delle prossime trattative. La Francia, probabilmente, avrà un posto. L'Italia no. Non perché non potesse ma perché ha scelto di non costruire le condizioni per esserci. Il mondo si sta ridisegnando. I paesi che usciranno rafforzati saranno quelli che avranno saputo costruire credibilità con più interlocutori, mantenere autonomia strategica senza rompere le alleanze, e trattare la politica estera come un investimento di lungo periodo invece che come uno strumento di consenso interno. La Spagna lo sta facendo. L'Italia ha scelto di no.
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