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ITALIAN SECURITY APPARATUSES OPERATE WITHOUT A POLITICAL CONTACT PERSON AND DO NOT SHARE THE WORK

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ArticleHANNO RUBATO IL NOME DI MATTEI
Il problema non è il Piano Mattei. È il sistema che dovrebbe attuarlo. Diplomazia, politica e apparati di sicurezza si muovono come corpi separati, impegnati a contendersi spazi, influenza e visibilità invece di perseguire un obiettivo nazionale. E gli apparati di sicurezza non hanno un referente politico. Non condividono il lavoro. Giocano a piazzare le mogli degli amici e i figli. È una droga del potere, e ha logorato il sistema Italia fino a consumarlo. La vicenda dell'ambasciatore italiano in Etiopia è l'ennesimo segnale di questo cortocircuito. Quando gli interlocutori dello Stato non si parlano, le informazioni non circolano e ogni apparato difende il proprio territorio, la politica estera diventa una guerra tra prime donne. Ma non è solo l'Africa, ed è qui che il quadro diventa serio. In Libia abbiamo perso tutto: ci usano per le fotografie mentre i turchi si prendono pian piano le fette di mercato. Sull'Iran abbiamo perso la neutralità, che era il nostro unico capitale. In Albania un fallimento dietro l'altro. In Iraq siamo scappati dopo due missili. Un tempo la nostra neutralità mascherata era l'inizio di una trattativa, il motivo per cui ci cercavano. Oggi non ci cerca più nessuno. L'allineamento del sistema Italia a un clan affaristico come la coalizione Epstein, elevato a politica estera, è il degrado più totale della nostra nazione agli occhi di miliardi di persone. Non di qualche cancelleria: di miliardi di persone. Il conto non lo pagano i protagonisti delle faide. Lo pagano le imprese italiane, lasciate a lavorare in mercati dove la credibilità dello Stato è la condizione d'ingresso, e dove non l'hanno più. E poi c'è il nome. Hanno preso quello di Enrico Mattei e ci hanno appiccicato sopra questa roba. Mattei era un patriota, uno che pagò con la vita il tentativo di sottrarre l'Italia al ricatto delle grandi compagnie, e che trattava da pari con i paesi produttori quando in Occidente nessuno si sognava di farlo. Andare in giro per l'Africa con il suo nome cucito addosso, mentre si chiede il permesso a Washington prima di aprire bocca, significa sporcare la memoria di un uomo che faceva l'esatto contrario. E significa accostare il nome dell'Italia a criminali di guerra, con le mani strette davanti alle telecamere e le fotografie che restano agli atti per sempre. Le opposizioni chiedano conto di questo fallimento. Non del titolo dell'iniziativa, ma di cosa è stato fatto in nome di Mattei, con quali soldi, con quali interlocutori e con quali risultati. Un Paese che vuole competere non può presentarsi con istituzioni che si contendono il comando. Senza una regia unica, informazioni condivise e una strategia nazionale, il Piano Mattei non è un progetto geopolitico: è la vetrina delle debolezze dello Stato italiano. E le conseguenze stanno per arrivare. Questo è solo l'inizio.
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