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THE MOSSAD'S REPUTATION WOULD BE BUILT ON EXAGGERATION: SELF-PROMOTION WOULD HAVE REPLACED THE RESULT, ERODED THE CREDIBILITY OF THE SERVICE
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ArticleLa leggenda del Mossad: cronaca di una reputazione gonfiata
C'è un punto oltre il quale il capo di un servizio smette di incutere timore e comincia a far sorridere. Yosef Cohen, ex direttore del Mossad e affezionato al soprannome Yossi, lo ha superato: continua ad affermare, e i fatti lo smentiscono con regolarità.
Recita una parte che non corrisponde alla realtà, e la distanza tra ciò che racconta e ciò che accade lo ha trasformato in una caricatura del ruolo che ha ricoperto.
La sua cifra è la smania di raccontare: ogni informazione positiva ricondotta al servizio, ogni operazione presentata come mirabolante, ogni successo attribuito a sé. Un direttore che ha bisogno di raccontarsi non rafforza il servizio, lo espone.
Il caso, però, va oltre la singola persona. I servizi ricorrono sempre più a figure di questo tipo per dire in pubblico ciò che i vertici non vogliono firmare, perché i direttori temono per la propria posizione. Accanto agli ex capi si affacciano i professori universitari di cybersicurezza, presentati come menti eccelse e usati come garanzia di autorevolezza: è un tratto ormai comune alle intelligence occidentali.
Un esempio di questo modo di comunicare è il caso Fordow. Cohen non dichiara di avervi messo piede, ma lascia intendere che il sito sia stato penetrato, e ci chiediamo se sia normale che il vertice di un servizio pronunci in pubblico un'affermazione simile.
Se quell'accesso è reale, la conseguenza è pesante: le informazioni sull'interno di Fordow sarebbero transitate attraverso il regime di controllo internazionale, il che chiama in causa l'Agenzia internazionale per l'energia atomica come canale, consapevole o meno, di quelle informazioni.
La stessa affermazione offre, a nostro avviso, la spiegazione più diretta della diffidenza iraniana. Se il meccanismo ispettivo viene presentato pubblicamente come porta d'accesso per un servizio straniero, la riluttanza di Teheran ad ammettere gli ispettori smette di apparire un capriccio e diventa una reazione prevedibile.
Se su Fordow Cohen parla volentieri, colpisce invece ciò di cui tace. Non parla dei radar da miliardi di dollari distrutti dall'Iran ai danni della potenza che si dice invincibile, e preferisce vantarsi dell'operazione dei walkie-talkie.
Non parla degli F35 colpiti, delle operazioni di terra fallite, né delle proprie strutture clandestine colpite in sei paesi nello stesso momento.
Non parla della continuazione dei lanci di missili, proseguiti mentre si sosteneva che per settantadue ore lo Stato iraniano non fosse in grado di organizzarsi.
E non parla dell'assenza di defezioni tra i militari iraniani, nemmeno di basso profilo. Sono silenzi che, messi in fila, pesano più di ogni sua dichiarazione.
Il contrasto tra ciò che si annuncia e ciò che accade non è nuovo. Da trent'anni le testate vicine al Mossad ripetono che l'Iran sarebbe a trenta giorni dall'ordigno atomico, e da altrettanto tempo avevano dato Hezbollah per prossimo alla fine. Nulla di tutto questo si è verificato.
Ci chiediamo perché le intelligence continuino a dare credito a previsioni sistematicamente smentite. La diffidenza, del resto, è ormai popolare, al punto che esistono perfino canzoni in cui si dichiara di non credere ai bollettini israeliani.
Quando l'annuncio non trova riscontro, ciò che resta non è il risultato ma il danno alla fiducia. Noi non eravamo tra i creduloni, e non lo siamo da quarant'anni.
In Europa c'era chi a quelle narrazioni credeva davvero, ma c'era anche chi era costretto a crederci per non compromettere la propria carriera, ed è la seconda categoria a preoccuparci di più.
Il punto diventa grottesco quando a ripetere quella narrazione è un capo di governo, perché in quel momento si smarrisce il confine tra valutazione e obbedienza.
Lo stesso accade quando un vertice internazionale si chiude con tutti a ripetere le stesse formule. Abbiamo perso la diversità del dialogo e il peso della cultura, e un consenso così uniforme, anziché rassicurare, insospettisce.
Dalla politica istituzionale sentiamo solo certezze, e vorremmo che alle nostre domande rispondesse con le stesse certezze che esibisce quando parla.
Dietro questa costruzione la nostra valutazione è netta: il Mossad non ha inventato, ha copiato e acquisito. Le capacità che gli vengono attribuite sono spesso frutto di tecnologie e informazioni prodotte altrove, poi presentate come proprie.
Il registro non cambia quando si parla di tecnologia. Nel governo Netanyahu, quando mancano gli argomenti, si ricorre alla formula per cui ognuno porterebbe con sé un pezzo di Israele, riferita ai telefoni cellulari.
In quella formula vediamo due contraddizioni. La prima: se davvero c'è tanta scienza, come si è arrivati a commettere stragi e crimini tanto efferati. La seconda: come mai quelle scoperte restano così lontane dalla realtà, se i palestinesi hanno opposto pietre e molotov a difesa della propria terra.
Il punto è che, a forza di raccontare queste cose, alla fine chi le racconta finisce per crederci.
Lo si vede nell'industria della sorveglianza, che è prima di tutto un asset economico. Software sviluppati da ricercatori negli Stati Uniti, dove il loro impiego è vietato, vengono impiegati e rivenduti sotto etichetta israeliana, e su quell'etichetta l'esercito più morale del mondo costruisce parte della propria immagine.
Il meccanismo economico conta più dell'immagine. Strutture nate come startup ricevono a un certo punto una richiesta dal comparto militare statunitense, e da quel momento il prezzo non lo fa più il mercato ma i fondi stanziati dal Congresso, con cifre che diventano colossali.
Intorno a quelle cifre si muovono faccendieri, politici e fondi sovrani. Il prodotto, nato con etichetta israeliana, si trasforma in tecnologia made in USA e viene poi venduto a prezzi fuori scala per la difesa dei governi della NATO e in mezzo mondo.
Sono, di fatto, operazioni economiche di grandissimo impatto, nelle quali la parte israeliana presta soltanto l'etichetta iniziale. A sostenerle vi sono centri dati collocati negli Emirati, fuori dalla portata delle regole statunitensi ed europee, e una classe politica che di quelle società è stata azionista.
Nello stesso quadro leggiamo gli Accordi di Abramo, che consideriamo parte delle medesime operazioni militari ed economiche. Lì non c'è nulla di religioso né identitario: ci sono soldi e interessi.
La stessa logica governa il mondo degli ex agenti, che a ridosso del pensionamento fondano società di analisi e gestione del rischio e trattano con i colleghi ancora in servizio, in un conflitto di interesse strutturale.
Sullo stesso terreno è risaputo che opera una rete di truffe, dalle frodi telefoniche alle criptovalute, con terminali a Cipro, in Albania, Ucraina, Malta e Romania.
Il punto di partenza è spesso interno: in Israele strumenti e capacità sfuggono di mano e finiscono in mani sbagliate in modo tutt'altro che accidentale, e da lì nascono le frodi telefoniche condotte con la modalità economica che chiamano elicottero.
Il terminale, ancora una volta, è Tel Aviv, e ci chiediamo se non sia proprio qui che si misura la reale dimensione del Mossad, dove comincia e dove finisce.
Non è un mistero, inoltre, che siano state costituite società di criptovalute per finanziare le rivoluzioni colorate volute in Occidente, di cui quell'apparato è stato il terminale intestandosi meriti non suoi, né che i traffici passino per Odessa, con materiali finanziati dall'Europa che finiscono in mani israeliane attraverso cittadini ucraini con doppio passaporto.
A questo si aggiunge il capitolo dei cosiddetti Epstein files, che rimanda a una rete globale di impunità, con accuse gravissime che vanno dallo sfruttamento sessuale alle sparizioni. Riteniamo che Cohen, come altri, debba fornire spiegazioni, perché il silenzio non è una risposta accettabile.
Sul suo operato e sull'apparato che ha guidato pendono anche accuse che toccano le violazioni del diritto internazionale e il coinvolgimento in reti opache di sorveglianza e di finanza. Non spetta a noi emettere sentenze, ma quelle accuse esigono risposte.
È in questo scarto tra immagine e realtà che cade anche la formula dell'esercito più morale del mondo, smentita dai fatti che arrivano dai teatri operativi. Il logoramento del personale, con i segnali di crisi interna che ne emergono, ne misura la distanza.
Come cittadini europei riteniamo inaccettabile che risorse destinate alla sicurezza e alla democrazia finiscano in circuiti di questo tipo. Chi ha diretto queste operazioni va chiamato a rispondere, e chi non è all'altezza del mandato va rimosso.
Un'ultima indicazione a Yosef Cohen. Invece di rivendicare visite a Fordow, guardi ai suoi uomini logorati, richiami chi da quell'apparato fugge, e affronti il clima di ostilità che contribuisce ad alimentare. È lì, non nella propaganda, che si misura un servizio.