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The Atlantic Alliance is breaking up into two opposing doctrines. In Ankara, in July, it is decided which one prevails — and Italy risks paying the bill.

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ArticleL'Alleanza che si spezza: due dottrine, un vertice ad Ankara e il conto che rischia di pagare l'Italia
L'Alleanza Atlantica non è più una. Sotto la stessa bandiera convivono due dottrine che lavorano l'una contro l'altra. La prima è quella dell'innovazione e del perimetro cibernetico: dati, reti, infrastrutture critiche, intelligenza artificiale applicata alla difesa, dissuasione che funziona in silenzio e non ha bisogno di macerie per dimostrare il proprio valore. La seconda è quella che chiamo la guerra fondiaria: produrre armi, venderle, bombardare e dividere i Paesi spingendoli verso la guerra civile, perché ogni territorio frammentato è un mercato che si apre e un governo da sostituire. Per la prima la pace è l'obiettivo; per la seconda è il rischio. Il dato su cui tenere gli occhi è il vertice atlantico di Ankara, a luglio: lì queste tensioni diventeranno decisioni, e si capirà quale scuola detta la linea, dove andranno i soldi e quale postura si assume verso Teheran. La scelta della sede non è casuale: è già un messaggio. Su questo sfondo si muove la partita americana. Trump tiene ancora la spina accesa su Netanyahu, ma è un filo che alimenta sempre meno corrente: Netanyahu non rappresenta più Israele, è stato abbandonato dagli stessi israeliani e resta in sella solo perché cadere significherebbe finire davanti a un tribunale. Non è un'ipotesi remota che in Israele si arrivi a una resa dei conti tutta interna. Ed è per questo che l'Europa deve reagire ora: Israele fa di tutto perché l'Iran tenga chiuso lo stretto di Hormuz, un alibi planetario con cui far esplodere i prezzi e giustificare ciò che alla luce del sole sarebbe impresentabile, mentre sabota gli equilibri del mondo arabo soffiando su ogni foglia. Il tempo è così corto che il rischio concreto è un ritiro precipitoso dal Libano . Ed è qui che il conto torna all'Italia. Nelle stanze che contano si parla di un'onda anomala in arrivo: non un rimpasto, non la semplice caduta del governo, ma campagne pronte a partire per destabilizzare l'Italia intera. Giorgia Meloni conserva voti e influenza, ma non è più in grado di mantenere nemmeno le promesse più ovvie: il sistema-Italia vive una paralisi amministrativa, economica e politica, e il consenso comincia a travasarsi verso altri partiti. La vera bomba a orologeria, però, è un'altra: l'Italia ha di fatto partecipato alla guerra contro l'Iran, come altri Paesi europei e negandolo pubblicamente, configurando una violazione della Costituzione che all'articolo 11 ripudia la guerra. Ci è entrata con la complicità delle sue partecipate, il punto cieco della democrazia italiana, dove forniture e servizi alimentano i teatri di guerra senza mai passare per un voto parlamentare. È complicità in una guerra illegale, ed è complicità in quanto sta accadendo al popolo palestinese, in quel massacro che larga parte della comunità internazionale, organismi giudiziari inclusi, non esita più a definire genocidio. Negli Stati Uniti qualcosa è cambiato: Trump e Vance hanno cambiato registro su Israele. Non è più lealtà incondizionata, è calcolo freddo, e in quel calcolo Netanyahu è già passato dalla colonna degli asset a quella delle passività. Se il governo italiano insiste a stringere accordi con un uomo che gli organismi internazionali considerano un criminale di guerra, la conseguenza non sarà solo politica ma giudiziaria: la violenza giudiziaria si abbatterà sul nostro Paese, perché le guerre illegali lasciano tracce e i tribunali, quando il vento cambia, hanno memoria lunga. E il vento sta già cambiando. A buon intenditore, poche parole.
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