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Foundations, salaries, police and journalists at the service of a digital control system. Those who talk about Palestine end up on proscription lists.

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ArticleNazismo digitale: fondazioni, provocatori e liste di proscrizione contro chi parla di Palestina
I governi di diversi paesi europei, tra cui l'Italia, stanno diffondendo circolari interne e linee guida operative sul contrasto all'antisemitismo online. Questo è il contesto in cui si muove un meccanismo ben più complesso e preoccupante, che riguarda direttamente chiunque utilizzi i social media per esprimere opinioni sul conflitto in corso in Medio Oriente. Esistono soggetti pagati, operativi su tutte le principali piattaforme, il cui compito specifico è provocare reazioni. Non si tratta di singoli individui animati da convinzioni personali: si tratta di lavoratori stipendiati, che svolgono questa attività come una professione vera e propria, con orari, obiettivi e retribuzioni. Il denaro arriva attraverso fondazioni private, spesso registrate come organizzazioni no-profit o culturali, che ricevono finanziamenti da soggetti istituzionali e li girano a chi svolge il lavoro di provocazione online. Il sistema delle fondazioni funziona da schermo: chi paga non appare, chi esegue può sempre rivendicare la propria autonomia. In questo ecosistema operano anche giornalisti e opinionisti che, negando sistematicamente l'evidenza dei fatti documentati, alimentano il clima di polarizzazione necessario affinché le provocazioni producano risultati. Negare l'evidenza è parte del business: più scandalosa è la negazione, più forte è la reazione, più utile è il materiale raccolto. Il metodo operativo è semplice. I provocatori pubblicano contenuti che minimizzano la morte di civili e di bambini, attendono che qualcuno risponda in modo incontrollato, e quella risposta emotiva diventa il materiale su cui costruire una denuncia. Ma c'è un elemento ulteriore che rende questo sistema particolarmente grave: le autorità di polizia vengono coinvolte in questo processo, spesso senza nemmeno rendersene pienamente conto, svolgendo gratuitamente un lavoro di sorveglianza e segnalazione che serve interessi privati. Le forze dell'ordine diventano così uno strumento operativo di un sistema che ha origini e finalità ben lontane dalla tutela dell'ordine pubblico. Il risultato concreto di questo meccanismo sono le liste di proscrizione. Profili schedati, nominativi raccolti, persone etichettate come pericolose o antisemite sulla base di commenti provocati ad arte. Queste liste circolano, vengono condivise tra organizzazioni, utilizzate per segnalazioni, dossier, richieste di rimozione di contenuti, e in alcuni casi per procedimenti penali. È una forma di controllo sociale che non ha nulla da invidiare ai meccanismi più bui della storia: un nazismo digitale, dove la schedatura non avviene con timbri e carte bollate ma con algoritmi e piattaforme OSINT acquistate da chi ha un interesse diretto nell'esito. La difesa è la consapevolezza. Chi esprime solidarietà con il popolo palestinese, chi documenta crimini di guerra, chi critica le politiche di un governo straniero ha il pieno diritto di farlo. Ma deve farlo sapendo che dall'altra parte c'è un sistema organizzato, finanziato e professionale, che aspetta lo scivolone. Non rispondere agli insulti. Non raccogliere le provocazioni. Non perdere il controllo davanti a chi nega l'evidente per mestiere. Documentare, analizzare, ragionare con lucidità: sono le uniche armi che questo sistema non riesce a processare.
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