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The shame is not only the embezzlement of million. It is the gov that let Del Deo pass from DIS to Cerved in a month, bypassing the three-year legal ban. And the honest work of those who believed in institutions, stolen to make a career out of them.
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La legge 124/2007, integrata dal regolamento pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 2 luglio 2024, stabilisce in modo inequivocabile che il personale del ruolo unico di DIS, AISE e AISI, per i tre anni successivi alla cessazione dal servizio, non può svolgere attività lavorativa, professionale o di consulenza, né ricoprire cariche, presso soggetti che a qualunque titolo svolgano attività di investigazione, ricerca o raccolta informativa. È il cosiddetto periodo di raffreddamento, e non è un dettaglio burocratico: è il muro di contenimento che impedisce che chi ha avuto accesso agli schedari dello Stato trasformi quella conoscenza in valuta di scambio sul mercato privato.
Giuseppe Del Deo si è dimesso da vicedirettore del DIS nell'aprile 2025. Nello stesso aprile 2025 è stato nominato Executive Chairman di Cerved Group Spa. Non tre anni dopo. Non un anno dopo. Lo stesso mese.
E Cerved non è una società qualsiasi: nella stessa nota di nomina, l'azienda ha dichiarato di voler diventare un hub di cybersicurezza, analisi predittiva dei rischi geopolitici e raccolta informativa per imprese e pubbliche amministrazioni. Esattamente il perimetro su cui il divieto triennale pesa in modo più stringente. Del Deo stesso, nelle dichiarazioni di insediamento, ha parlato di sovranità informativa e protezione delle infrastrutture critiche del sistema economico.
Chi ha autorizzato questo passaggio? Con quale istruttoria? Con quale motivazione? Il governo Meloni , che aveva nominato Del Deo numero due del DIS ad agosto 2024 con un proprio DPCM , aveva in mano tutti gli strumenti per applicare il divieto triennale, o quantomeno per pretendere le verifiche previste dal regolamento del 2024, che peraltro è stato firmato dallo stesso esecutivo.
Il silenzio è il punto. Perché un governo che si presenta come baluardo della legalità e della difesa delle istituzioni lascia che il proprio ex vicedirettore del DIS attraversi in trenta giorni la porta girevole più vigilata del sistema? La domanda diventa ancora più pesante oggi, alla luce dell'inchiesta della Procura di Roma: se come contestano i pm Del Deo aveva già negli anni AISI un comportamento che oggi viene qualificato come peculato da cinque milioni, con una squadra clandestina di collaboratori, quanto di tutto questo era noto o avrebbe dovuto essere noto a chi lo ha promosso, a chi lo ha lasciato andare, a chi non ha applicato la legge al momento dell'uscita?
Non si tratta di chiedere al governo di anticipare la magistratura. Si tratta di chiedere al governo perché abbia spalancato una porta che la legge ordina di tenere chiusa per tre anni.
C'è poi un aspetto che nessun titolo di giornale riuscirà mai a coprire, e che invece è il cuore morale di questa vicenda. Dentro l'AISI, dentro il DIS, ci sono persone che lavorano con dedizione autentica. Analisti che passano notti sui dossier, operativi che rischiano reputazione, funzionari che coltivano una nozione non retorica di servizio allo Stato. Gente che alle parole patria e istituzioni non ride sotto i baffi. Quando un dirigente apicale usa la struttura come piedistallo personale, quando delega una squadra di «neri» ad attività clandestine, quando piega gli schedari a fini privati, quella gente viene derubata due volte.
La prima volta le viene rubato il lavoro: le analisi prodotte da chi sta sotto diventano materia prima per la carriera di chi sta sopra, i meriti vengono cannibalizzati, i risultati vengono presentati come propri da chi aveva soltanto il compito di coordinare. È il meccanismo più antico e più vile della burocrazia parassitaria: il capetto che si nutre del talento degli altri e li tiene al guinzaglio per non doverli riconoscere mai.
La seconda volta le viene rubato qualcosa di peggio: la reputazione. Perché quando scoppia lo scandalo, il cittadino non distingue. Non sa, non può sapere, che in quell'agenzia c'è anche chi ha sempre fatto il proprio dovere. E così chi è rimasto fedele si trova a pagare il prezzo reputazionale di chi ha tradito, con la beffa finale: il traditore è diventato presidente di una società da centinaia di milioni, il fedele è rimasto in un ufficio a prendersi gli schizzi di fango.
Il tratto di questi personaggi non è la grandezza criminale. È la piccolezza. Non è la mente eversiva che progetta il colpo di Stato: è il capoufficio che trasforma il fax del reparto in strumento per piazzare il cugino. È la mentalità di chi, salito su un aereo di Stato, si convince che quel jet sia il suo e poi, con coerenza, si convince che anche l'agenzia sia sua, gli schedari siano suoi, le competenze dei sottoposti siano sue, la patria sia un concetto decorativo da sfoggiare nei discorsi e da tradire nelle pratiche.
Questa mentalità non produce intelligence. Produce feudi. E un feudo, per definizione, non serve lo Stato: serve il feudatario. Chi crede ancora che il comparto abbia una funzione e c'è, ancora, chi ci crede, deve essere difeso proprio da questa zavorra. Non con le chiacchiere sulla riforma, ma con due misure minime: applicare la legge esistente sul cooling-off senza eccezioni e senza scorciatoie; e chiedere al governo di spiegare, pubblicamente, come sia stato possibile che la propria nomina apicale del DIS si trasferisse in trenta giorni a un colosso della raccolta informativa.