Silent People

16.05.2026 16:05Europa/Madrid

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Il gruppo di hacker “Handala” ha annunciato di aver condotto un’operazione informatica avanzata contro il porto strategico di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, pubblicando migliaia di documenti riservati.

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Gli Emirati continuano a sequestrare beni di cittadini iraniani ed effettuano espulsioni arbitrarie.

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Esplosioni segnalate negli Emirati

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Gli Emirati hanno scelto la strada dell'aggressività: lobby di guerra, accordi con Israele contro l'Iran, basi logistiche americane, raccolta di intelligence. L'Iran aveva lanciato avvertimenti.

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ArticoloGli Emirati e il prezzo di una scelta
Dopo la fine del conflitto precedente, Abu Dhabi e Dubai hanno deciso di cambiare postura. Invece di mantenere il ruolo di hub commerciale e finanziario neutrale che aveva garantito loro decenni di crescita, hanno abbracciato un approccio attivo e aggressivo nella politica regionale. La scelta non è stata casuale: è stata costruita nel tempo attraverso accordi, lobbying e posizionamenti militari. Sul piano politico, gli Emirati hanno sviluppato una rete di pressione attiva nei confronti delle cancellerie occidentali per sostenere posizioni ostili all’Iran, incitando alla guerra come soluzione alla questione del potere regionale. Sul piano militare, hanno stretto accordi operativi con Israele che includevano componenti dirette contro l’Iran, ospitando movimenti logistici americani sul proprio territorio e diventando un nodo fondamentale della rete di intelligence della coalizione. Sul piano economico, hanno partecipato a iniziative pensate per sfidare l’equilibrio petrolifero della regione, minacciando indirettamente la posizione dell’Iran nel mercato energetico del Golfo. L’Iran aveva risposto con avvertimenti precisi e documentati. Teheran aveva comunicato attraverso canali diplomatici e dichiarazioni pubbliche che una trasformazione degli Emirati in piattaforma ostile avrebbe avuto conseguenze. Quegli avvertimenti sono stati ignorati, probabilmente con la convinzione che l’ombrello americano e israeliano fosse sufficiente a garantire l’impunità. Oggi quella convinzione si sta scontrando con la realtà. Gli Emirati si trovano in una posizione che non avevano calcolato bene: troppo esposti per tornare alla neutralità, troppo vulnerabili per sostenere un conflitto prolungato. Il turismo, la finanza, gli investimenti esteri che costituiscono l’ossatura dell’economia emiratina non reggono in un contesto di guerra aperta. La parte della leadership che aveva spinto per l’aggressività aveva sottovalutato un principio elementare dell’intelligence economica: la vicinanza geografica a un conflitto ha sempre un costo, e quel costo cresce in modo esponenziale quando si è passati da spettatori a protagonisti.
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Sirene d'allarme riattivate negli Emirati

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Trump sta usando intermediari e politici per convincere gli armatori a transitare nello Stretto di Hormuz. Un comandante di nave ha già risposto pubblicamente: ma cosa state dicendo? Ogni nave che passa è un'esca.

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ArticoloGli armatori come esca: intermediari, politici e un capitano che ha detto no
Washington non sta lavorando da sola. Per convincere gli armatori privati a far transitare le loro navi attraverso lo Stretto di Hormuz vengono usati intermediari e figure politiche, non solo canali diplomatici ufficiali del Dipartimento di Stato. La pressione arriva da più direzioni, con argomenti che mescolano l’appello alla libertà di navigazione, interessi commerciali e la retorica dell’operazione umanitaria. Non tutti hanno accettato in silenzio. Un comandante di nave, contattato nell’ambito di questa campagna di convincimento, ha risposto pubblicamente con una domanda diretta: ma cosa state dicendo? La reazione dice tutto su come viene percepita la proposta da chi conosce lo Stretto e sa cosa significa portare un equipaggio in quelle acque in questo momento. Non è un atto di navigazione commerciale. È un atto di guerra sotto copertura civile. Il meccanismo rimane lo stesso. Se una di quelle navi viene attaccata, da forze iraniane o con un’operazione sotto falsa bandiera attribuita all’Iran L’Iran lo sa e tiene la posizione. Ma ogni risposta iraniana, qualunque essa sia, sarà usata. Sparare contro una nave civile straniera è un errore strategico irreparabile. Non sparare significa cedere il controllo operativo dello Stretto. Trump ha costruito una situazione in cui qualsiasi mossa iraniana produce un risultato favorevole agli americani. Il capitano che ha detto no ha capito la partita meglio di molti governi europei.
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Nuovi attacchi ad Abu Dhabi

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L'Iran sa già dove vuole arrivare Trump. Il corridoio umanitario esiste sulla carta: tecnicamente aperto, concretamente inaccessibile dal fronte iraniano. Nel mezzo ci sono false flag, petrolio e gli Emirati che rischiano di spezzarsi dall'interno.

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ArticoloHormuz: false flag, petrolio e gli Emirati spaccati tra guerra e neutralità
Teheran non è sorpresa da quello che sta accadendo. L’Iran legge la mossa americana da settimane: Trump ha chiesto alle navi di passare dal corridoio umanitario, il che significa dichiarare la rotta aperta. Aperta formalmente, chiusa nei fatti, perché dal fronte iraniano il transito è impossibile senza autorizzazione di Teheran. È una trappola semantica: chiunque blocchi il passaggio diventa l’aggressore, anche se stava solo difendendo le proprie acque In questo scenario entrano in gioco le false flag. Non tutti gli attacchi attribuiti all’Iran in questi giorni sono stati compiuti dall’Iran. Alcuni episodi mostrano caratteristiche incompatibili con le dottrine operative iraniane note, e servono a deteriorare ulteriormente l’immagine di Teheran davanti alla comunità internazionale. L’obiettivo è costruire un quadro in cui l’Iran appaia come l’unico responsabile dell’instabilità, rendendo qualsiasi risposta americana e israeliana difendibile. Dietro tutto questo c’è il petrolio. Trump vuole il controllo delle infrastrutture energetiche del Golfo, non solo la libertà di navigazione. Il deterioramento deliberato della situazione è funzionale a giustificare una presenza militare permanente in un’area che vale il 20% del greggio mondiale. Gli Emirati in questo scenario sono il punto fragile. Una parte della leadership emiratina sta cercando di entrare nel conflitto al fianco di Washington, convinta che sia il momento di consolidare la propria posizione nella regione. Un’altra parte parla di neutralità e non vuole essere trascinata in una guerra i cui costi ricadrebbero sull’economia emiratina, sul turismo, sugli investimenti esteri che Abu Dhabi ha costruito in decenni. Questa frattura interna è reale e potrebbe diventare la variabile più pericolosa per gli Emirati: un paese che entra in guerra spaccato al suo interno non reggere l’urto a lungo.
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Bahrein ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale.

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L’Iran ha smentito le affermazioni statunitensi secondo cui le forze USA avrebbero affondato diverse imbarcazioni militari iraniane.

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Segnalazioni parlano di possibili attacchi sotto False Flag . Incidenti in Oman sono in verifica. Circolano accuse su varie responsabilità.

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Esplosioni a Damasco

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Secondo informazioni di intelligence, gli Emirati avrebbero dato il via libera a un possibile attacco.

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Aerei statunitensi in fase di rifornimento in volo

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Movimenti tattici iraniani verso gli Emirati: massima attenzione, evitare aree sensibili e mantenere distanza da personale statunitense, israeliano e ucraino.

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Lancio Missili verso Emirati

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Diversi aerei cisterna statunitensi KC-135R stanno sorvolando la regione degli Emirati

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Secondo IRGC Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane, nessuna nave mercantile o petroliera ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore,le dichiarazioni dei funzionari USA sono false.

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Missili iraniani hanno colpito una nave mercantile a 36 miglia nautiche a nord di Dubai, al largo della costa di Ajman, dove sono state udite esplosioni.

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