TX-2018
Alert for those currently in the Emirates: closely monitor the Iranian response. The American plan involves internal destabilization operations in Iran. The piano is already on the table. The clues are there.
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ArticleOperazioni di destabilizzazione interna all’Iran: il piano americano via Kurdistan e Baluchistan
Parallelamente all’operazione sulle isole nello Stretto, gli Stati Uniti stanno portando avanti un piano per creare instabilità all’interno del territorio iraniano. I vettori di ingresso identificati sono il Kurdistan e il Baluchistan, due regioni con forti tensioni etniche e storiche che possono essere usate come corridoi per operazioni di tipo paramilitare e terroristico contro obiettivi strategici iraniani.
Il piano non è una speculazione. Gli indizi già presenti sul terreno indicano che la fase preparatoria è avanzata. La logica è quella di aprire un secondo fronte interno all’Iran mentre la pressione militare esterna si intensifica sullo Stretto, costringendo Teheran a disperdere le proprie risorse di sicurezza su più fronti simultanei.
L’Iran conosce questa dottrina e la risposta iraniana non sarà solo difensiva. Chi si trova attualmente negli Emirati Arabi Uniti deve monitorare con la massima attenzione l’evoluzione delle prossime ore. La risposta iraniana al complesso di queste operazioni può essere rapida, multidirezionale e colpire dove l’avversario è più esposto economicamente e logisticamente. Gli Emirati, per le ragioni già note, rimangono il bersaglio più probabile e più vulnerabile.
TX-2017
It is confirmed: the US and Israel are organizing a land action to conquer the Iranian islands in the Strait. Iran has already decided on the answer. On the table is a plan for amphibious operations in Emirati territory.
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ArticlePiano anfibio iraniano sugli Emirati: la risposta alla conquista delle isole è già decisa
Non è più un’ipotesi. Gli Stati Uniti e Israele stanno organizzando in modo concreto un’operazione via terra per prendere il controllo delle isole iraniane nello Stretto di Hormuz. La notizia è nota ai principali servizi di intelligence della regione. La preparazione è in corso.
L’Iran non aspetta di essere colpito per decidere come rispondere. Il piano iraniano è già stato approvato. Prevede operazioni anfibie in territorio emiratino. La scelta del bersaglio non è casuale: gli Emirati sono la piattaforma logistica e politica che ha reso possibile l’organizzazione dell’offensiva americana e israeliana. Colpire il territorio emiratino significa colpire il supporto strutturale dell’operazione, non solo rispondere a un attacco.
Da questo momento la situazione negli Emirati può cambiare rapidamente. Tutto dipende dalle azioni che la leadership emiratina sceglierà di fare nelle prossime ore. Se gli Emirati partecipano attivamente all’operazione sulle isole, la risposta iraniana scatta. Se provano a prendere le distanze nell’ultimo momento, il piano potrebbe essere sospeso o ridimensionato, ma la fiducia tra Abu Dhabi e Washington si rompe in modo difficilmente recuperabile.
Non esiste una via di uscita comoda. Gli Emirati hanno costruito la loro posizione attuale su scelte che li hanno portati dentro un conflitto che ora rischia di arrivare fisicamente sul loro territorio. Un’operazione anfibia iraniana negli Emirati sarebbe uno sconvolgimento senza precedenti per un paese la cui economia dipende dalla percezione di stabilità e sicurezza. Turismo, finanza, logistica, tutto si ferma nel momento in cui le immagini di un’operazione militare sul suolo emiratino escono sui mercati internazionali.
Prestare la massima attenzione a quello che accade nelle prossime ore.
TX-2016
Borders have become elastic. International law has never been so alone.
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ArticleDalla terra allo stato non si torna: la narrativa che sta riscrivendo il diritto internazionale
Israele non ha una costituzione. Non è un dettaglio tecnico: è una scelta politica che dice qualcosa di preciso sul tipo di entità che Israele vuole essere. Uno stato con una costituzione ha confini definiti, diritti codificati, un perimetro giuridico riconoscibile. Uno stato senza costituzione può ridefinire se stesso in modo permanente. E oggi Israele ha scelto di ridefinirsi attraverso una parola sola: terra.
Non territorio, non stato, non confini. Terra. La differenza non è semantica: è giuridica e politica. Il territorio è un concetto del diritto internazionale: ha coordinate, ha trattati, ha riconoscimenti. La terra è un concetto biblico, storico, emotivo. Non ha confini perché non ne ha bisogno. Tutti i partiti israeliani, senza eccezione, parlano oggi di terra. Nessuno parla più di stato nei termini del diritto internazionale.
Trump usa esattamente lo stesso registro. Quando parla di Groenlandia, Canada, Messico, non usa il linguaggio della politica estera. Usa il linguaggio della conquista territoriale. Terra da prendere, terra da controllare, terra che appartiene per ragioni che stanno al di sopra dei trattati. Due leader diversi, la stessa struttura narrativa. Non è una coincidenza.
Questo linguaggio si sta diffondendo. Alcune monarchie arabe, che fino a ieri usavano il vocabolario diplomatico convenzionale, cominciano a parlare di isole, di acque, di zone da controllare usando gli stessi termini. Quando i tuoi avversari conquistano con il linguaggio della terra, o adotti lo stesso linguaggio o resti indietro. I confini in questa dinamica non spariscono: diventano elastici, negoziabili, soggetti alla forza del momento.
L’Italia osserva in silenzio. Non è neutralità: è complicità passiva. Quando una narrativa che viola le basi del diritto internazionale si afferma senza opposizione nei consessi internazionali, il silenzio degli stati che potrebbero parlare diventa parte del problema. La retorica della terra non è solo propaganda: è la preparazione giuridica e culturale alla prossima conquista. E funziona meglio quando nessuno la chiama con il suo nome.
